Specolazioni Fantafotografiche

È appena uscito Nachbilder: Eine Foto Text Anthologie (Afterimage: A Photo Text Anthology), pubblicato da Spector Books in collaborazione con la Zurich University of the Arts (ZHdK) e il Fotomuseum Winterthur (pp. 440, € 32). Sessanta autori da tutto il mondo rispondono a una o più immagini della collezione fotografica degli anni Novanta del museo con testi tra i più disparati. Tra gli autori delle immagini Luigi Ghirri, Roni Horn e Zoe Leonard e tra gli scrittori Kathrin Passig, Aveek Sen e Aura Xilonen. Per la cortesia di autrice ed editore proponiamo ai nostri lettori il racconto di «Candida Desideri», tradotto nel volume da Ruedi Widmer, nel testo originale italiano.

Mr Wurlitzer, I am now in a position to receive your organ.
(Bertolt Brecht, Happy End, 1929)

Ci troviamo nel 1996. Walter Lami è un chirurgo plastico fiorentino di 47 anni abbastanza di successo, la sua specialità sono i seni, forse perché non è mai stato allattato. È massone e feticista ma, tutto sommato, un bonaccione un po’ invasato; sicuramente non un assassino, nonostante la sua passata affiliazione al dottor Francesco Narducci, annegato misteriosamente nel 1985 e collegato alla macabra combriccola di Pietro Pacciani, uno dei mostri di Firenze che morirà in circostanze misteriose di lì a due anni. Walter Lami la vita la vuole donare, non togliere. La sua fissazione sono le cere anatomiche, esposte al Museo di Storia Naturale di Firenze, la Specola. Fa loro visita con una certa regolarità da quando ha 11 anni. Ancora ricorda la prima volta che il nonno lo portò a vederle; volta che, per altro, coincide con la sua prima erezione, proprio lì davanti alla Venere di cera, detta anche Venere dei Medici o Venere scomposta per le sue viscere removibili: quella tutta imborghesita con una chioma fluente castana scura, rigorosamente umana, e un giro di perle sotto cui si apre la sezione interna, contenente gli organi – compreso un piccolo feto – egregiamente forgiati dal Clemente Susini tra il 1780 e il 1782.

Quell’ammasso di sensualità e scienza dalle sembianze così familiari che giace languidamente sotto la teca di vetro di Murano e palissandro, ‘sbustata’ e con le gambe leggermente divaricate, il volto ritorto obliquo e un’espressione orgasmica, lo ossessiona e lo eccita a tal punto che se non la va a vedere ogni giorno sclera. E non si può dire che il Lami non avrebbe potuto avere una donna reale, soprattutto all’inizio degli anni ‘80. Era pur sempre un bel ragazzo, poi toscano e dai tratti vagamente rinascimentali, anche se il suo fare un tantino pissero-borghese non deve mai averlo aiutato troppo; un po’ come se si scoprisse che il musicista di Leonardo da Vinci, che nel dipinto è fiero e bello come il sole, fosse stato, nella vita reale, leggermente sfigato. E chissà come la fascinazione innocua di un bambino di 11 anni, che vede per la prima volta il corpo molto ‘nudo’ di un facsimile di donna, sia potuta degenerare al punto da volerla portare in vita come sua moglie. Sicuramente le varie letture e frequentazioni devianti dell’epoca universitaria hanno avuto il loro impatto. Ricorda spesso il saggio di Freud del 1927 sul feticismo, in cui il dottor Sigmund riconduce il tutto, per l’ennesima volta, al sopravvalutatissimo pene. In pratica, quando l’infante vede che la mamma non ha un pisello, per colmare questa insormontabile assenza, sviluppa il desiderio per un feticcio. A volte ci si ‘ammala’ anche solo leggendo dell’esistenza di malattie immaginarie. Sta di fatto che un desiderio così insopprimibile e delle erezioni così longeve solo la Venere dei Medici gliele suscitava. E, col passare degli anni, giunge alla cruda conclusione che avrebbe amato solo fuori dal tempo e dallo spazio.

Così, all’inizio degli anni ‘80, tramite gli agganci fiorentini del Narducci, suo vecchio compagno di ostetrica e ginecologia alla Sapienza, ottiene, in cambio di favoretti macabri – tipo custodire temporaneamente nel congelatore di casa tra sofficini e bastoncini Findus seni e vulve amputate da Pacciani & co. – le chiavi di accesso al museo. Lì comincia così a recarsi ogni notte, quando è chiuso per contemplarsela in santa pace, anche fino all’alba se necessario, mentre sorseggia del pregiatissimo Chianti Classico e si tocca. Con gli anni escogita un piano per animarla e farne la sua signora. Ha già previsto tutto: un nome, Antonia Masia; dei documenti falsi – un certificato di matrimonio e quello di nascita per il figlio che porta in grembo; un nome per costui, Leopoldo, in omaggio al Granduca di Toscana. Ha già pronte le risposte per chi gli rivolgerà domande scomode, ‘come vi siete conosciuti?’ o ‘dove vi siete sposati?’. E, quasi posseduto da un fluido creatore e ispirato da personaggi come Frankenstein e Mr. Hyde, ha pianificato nei minimi dettagli tutti i passaggi dell’operazione, che prevede di portare a termine grazie all’aiuto del laser ad anidride carbonica entro la fine dell’anno. Tuttavia la natura lo precede. Una notte di novembre, un’alluvione devastante torna a commemorare dopo 30 anni quella del ‘66 e fa scattare un cortocircuito implacabile nel museo proprio quando Walter, nel bel mezzo di un’eccitazione solo in apparenza necrofila, sta penetrando la Venere, rimossa dalla teca di vetro e appoggiata sul pavimento con massima cura. Una commistione indecifrabile di tutti questi elementi – acqua, cortocircuito, liquido seminale – genera una scossa furibonda e Walter sviene sopra la statua mentre Antonia prende vita in preda a spasmi epilettici. I suoi organi si sono ormai attivati, ed essendo ancora aperta, Walter viene come impregnato dai vari fluidi che secerne, risvegliandosi in balia del panico. Se non la richiude entro pochi minuti la perderà. Tutto questo non era previsto. Walter si rende conto di non avere con sé la valigetta con tutto il necessario, compreso il laser CO2. Guarda Antonia intensamente negli occhi in modo inquisitorio. Non ha idea se chi ha di fronte è in grado di pensare, e, soprattutto, non sa ipotizzare a quale epoca appartenga la sua mente. Sarà mica una donna coeva all’anno della fabbricazione del Susini? E se invece avesse incamerato tutti gli sguardi dei secoli successivi fino a oggi e sviluppato uno spirito al passo coi tempi? Un po’ entrambe le cose: la sua identità deriva sì dalla chioma umana che le ha messo il Susini, ma il suo carattere si è andato plasmando a strati con quello dei visitatori, occhiata dopo occhiata. Questi e mille altri pensieri attanagliano la mente del Lami, ma non c’è un minuto da perdere per cui le dice semplicemente: ‘resisti te ne prego, torno subito’, e corre al suo studio in via San Niccolò a prendere gli strumenti. Anche se forse sarebbe più appropriato dire che nuota verso lo studio, visto che la città è un bagno d’Arno. Ma la sua determinazione riesce ad avere la meglio sulla situazione avversa e in quattro e quattr’otto rientra alla Specola, fiducioso seppur con terrore da ubriaco. Lo stupore quasi lo acceca quando vede che Antonia non è più dove l’ha lasciata. Disperato comincia a cercarla gridando per tutte le stanze del museo, quando una voce femminile proveniente dal laboratorio di ceroplastica lo pietrifica: ‘Walter, ma cosa urli? Sono qui che mi sto rimettendo la fodera, mi serve solo che tu la saldi in qualche modo per favore’. Senza indugiare oltre, il Lami prende il laser che ha nella valigetta e incredulo si dirige verso il laboratorio. L’immagine che si trova davanti agli occhi è troppo surreale per essere qui riportata in parole. Una gioia soprannaturale lo coglie. Aveva atteso questo momento per decadi. Antonia era reale, in carne e ossa, di una sensualità inaudita, e aveva bisogno di lui. Grazie al laser CO2, il Lami fa un lavoro impeccabile e, un attimo prima di saldare l’ultimo lembo di pelle, lei lo avvolge in un bacio lungo e appassionato, di quelli che si vedono solo nelle soap opera latinoamericane. La copre con una coperta di lana che ricorda la feldbett di Joseph Beuys e se la porta trionfante a casa.

Passano i giorni, i mesi, e poi gli anni. I due riescono a trovarsi e a condurre un’esistenza abbastanza serena, lui la accompagna con amore alla gravidanza ed è da subito un padre molto premuroso col piccolo Leopoldo, che educa nel totale rispetto delle inclinazioni naturali del piccolo. Si guarda bene dall’inculcargli la passione per la medicina e l’anatomia, onde evitargli la deriva perturbante di cui è lui stesso vittima. Con il tempo si abituano a mescolare le proprie vite. Antonia è una donna tranquilla, forse anche troppo, dedita alla famiglia e alla casalinghitudine. Il sesso, per quanto le piaccia, non è il suo forte. O quantomeno le viene presto a noia quello fatto con Walter, sempre più meccanico, monotono e svogliato. Walter pure, da bravo italiano un po’ maschilista e meschino, col tempo si stufa, sente il desiderio verso di lei affievolirsi piano piano e, pur sapendo che la amerà per sempre e che continuerà a essere gelosissimo del successo che Antonia riscuote presso i suoi amici e colleghi, non potrà fare a meno di sviluppare altre pulsioni. Così inizia a recarsi in continuazione a Vienna, con la scusa di andare ad apprendere tecniche più avanzate di chirurgia plastica. In realtà aveva letto da qualche parte che la Specola ha una sorta di museo gemello, il Josephinum di Vienna, un’accademia medico-chirurgica per formare gli aspiranti dottori, fondata nel 1785 dall’Imperatore Giuseppe II d’Asburgo-Lorena, fratello maggiore del Granduca di Toscana Leopoldo II. Giuseppe II aveva commissionato ben mille e duecento cere anatomiche proprio a Firenze, tra le quali la bellissima Venere bionda – numero di inventario MUW-244 – anch’essa dalle sembianze estremamente borghesi e con un doppio giro di perle. Quando il Lami la vede per la prima volta perde completamente la testa. Sempre grazie alle sue conoscenze massoniche, nonché a circostanze metereologiche tragicamente favorevoli, riesce a portarla in vita replicando il metodo fiorentino e a farne la sua amante. Per lui la bionda è una boccata di aria fresca, pura libertà e passione, senza pargoli impegnativi. Antonia ci mette un paio di anni prima di scoprirlo. È una fotografia a insospettirla. Il Lami è un appassionato lettore, soprattutto di testi che in qualche modo hanno a che fare con il suo vizietto feticista, l’ossessione per le donne inanimate. Era stato il Narducci a regalargli ai tempi dell’università la novella Arria Marcella di Théophile Gautier, un libro che Walter rilegge continuamente e tiene sul comodino. Gli costerà cara la malaugurata idea di usare come segnalibro una foto della Venere Bionda scattata da Zoe Leonard nel 1990. Durante uno degli oramai innumerevoli viaggi di ‘lavoro’ a Vienna, Antonia non riuscendo a dormire, si sposta dal lato del letto di Walter e, colta da un’ingenua curiosità, comincia a leggere Gautier. Divorare romanzi realisti, saggi e biografie è il suo modo per comprendere il più veloce possibile il funzionamento della società in cui è deragliata per il desiderio vincitore di Walter. Ma questo libro ha una voluttuosità e un insolito potere misterioso. Il delirio languido di Octavien per il seno di Arria Marcella modellato nella cenere di Pompei le ricorda quello di Walter per il suo vecchio corpo di cera. Pagina dopo pagina si sente sempre più angosciata. Non può fare a meno di soffermarsi sui passaggi sottolineati dal marito, e ne trova uno che la turba in modo particolare:

la fede crea il dio, l’amore crea la donna. Siamo veramente morti soltanto quando non siamo più amati, il tuo desiderio mi ha ridato la vita e la potente invocazione del tuo cuore ha soppresso le distanze che ci separavano.

Quando i suoi occhi atterrano sulla foto segnalibro, sente un morso alla gola. In una manciata di secondi, l’accostamento fra il testo e l’immagine le fa ricollegare tutti i pezzi: la collezione di cere anatomiche del Josephinum, i viaggi a Vienna sempre più frequenti, la svogliatezza con cui Walter si accoppia con lei sempre più sporadicamente. Sperava davvero che, date le circostanze inverosimili del loro incontro, sarebbe stata l’unica donna per Walter. Forse avrebbe tollerato una scappatella con un’umana. In fondo si è lentamente emancipata: dopo aver assistito alle riprese di Io ballo da sola di Bertolucci, invitata da un’amica costumista, ha cominciato a frequentare circoli un po’ bohémien in Toscana e a fantasticare attorno all’idea di una coppia aperta. Ma con un’altra Venere anatomica, per di più bionda e non incinta, proprio non riesce ad accettarlo. È un’umiliazione troppo grande per lei e il piccolo Leopoldo. Questa storia la manda in bestia, cadendo ripetutamente in fasi maniaco-depressive, durante le quali si arrovella su come vendicarsi. In un primo momento pensa di uccidere Walter. Ma poi si dice che la morte in fin dei conti costituisce per la vittima un’esperienza troppo veloce e mistica per poter colmare il desiderio di vendetta dell’aggressore. E Walter è troppo viscido per meritarsela. È vero che potrebbe optare per soluzioni più lente come la tortura. Mentre immagina di infliggere a Walter supplizi dilatati e malvagi, le riaffiora alla mente la frase minacciosa di Marcellus Wallace in Pulp Fiction: ‘ho una cura medievale per il tuo culo’.Ma poi si chiede come, tecnicamente, passare all’azione. Alla fine Antonia non spicca certo per coraggio e destrezza fisica; insomma è lontana anni luce dai personaggi tarantiniani. Si dovrebbe allenare per mesi e mesi e il solo pensiero si scontra con la sua pigrizia atavica. Tutta quella energia sprecata nella violenza quando potrebbe dedicarsi all’arte amorosa e recuperare un’energia sessuale che con Walter è andata persa. E mentre trasogna di cunnilingui deliziosi, le balena in testa il pensiero che uccidere la Venere Bionda sia l’unica soluzione. Ha da poco finito di leggere l’autobiografia di Louis Althusser, L’Avenir dure longtemps, in cui l’autore racconta in maniera estremamente dettagliata e algida il momento in cui accidentalmente ammazza sua moglie nel 1980, mentre, come tutte le sere, le massaggia il collo nel loro appartamento all’École normale supérieure, in rue d’Ulm, a Parigi. Tuttavia, una morte simile implica una certa intimità con la vittima. Antonia deve creare una situazione che giustifichi un massaggio al collo alla Venere Bionda. L’unico posto plausibile per una scena del genere è un centro estetico. E poi deve comunque assicurarsi di essere sola con lei e quindi sbarazzarsi del personale alla reception e delle altre estetiste. Trattandosi di donne piuttosto semplici, pensa con una certa arroganza che non sia un’impresa poi così difficile. Userà degli agenti neurotossici tipo il gas nervino, moderno e letale quanto basta. Le sembra la soluzione più igienica, senza spargimento di sangue: ne ha sentito parlare in merito all’attentato della metropolitana di Tokyo nel 1995, compiuto con il gas sarin a opera della setta religiosa dell’Aum Shinrikyō, su mandato del fondatore Shōkō Asahara. La sua pigrizia atavica ha però di nuovo la meglio. Forse è più semplice a livello logistico convincere l’assistente del Lami a operarla per farla tornare cera. Si illude che abbandonare Walter col piccolo Leopoldo sia la vendetta migliore. E quanto più cerca di convincersene, tanto più inconsciamente si aggrappa alla vita umana con disperazione. Manifesta dei tic leggermente viscerali e forse per noi mortali anche un po’ disgustosi. Talmente è esterrefatta dal fenomeno mestruale che si ispeziona il sangue in ogni meandro. Ne studia il punto di rosso, la consistenza… e si sollazza a sfilare dai peli pubici i grumoli che si sono formati e mezzi seccati. È davvero pronta a rinunciare a tutto questo umano sentire e tornare cera per uno stato d’animo così misero come la gelosia? La risposta le appare con stupore divertito, come l’omino verde del semaforo di Berlino Est, mentre legge Le dee dentro la donna di Jean Bolen, in particolare il capitolo su Afrodite, nota per la capacità di gestire la gelosia passando da un amante all’altro. E così farà Antonia. Nessun morto, nessuna scenata a Walter, semplicemente una valanga di corna con chiunque la stuzzichi, per esplorare appieno la sua libertà sessuale.

Inizia per Antonia un periodo di rinascita in cui frequenta diversi uomini, alcuni molto galanti, altri piuttosto deludenti. Rimane piacevolmente colpita da Bartolomeo, più giovane di lei, attore e regista teatrale focoso e sincero. Antonia lo vede recitare la parte di Alceste nel Misantropo di Molière alla Pergola e ne rimane estasiata, probabilmente confondendo personaggio e uomo. Alla fine dello spettacolo si fa coraggio e a costo di sembrare una groupie gli lascia un biglietto in cui gli dà appuntamento per l’indomani davanti a Santa Maria Novella. Quando lo vede arrivare gli corre incontro e senza troppi salamelecchi lo bacia appassionatamente. Bartolomeo è ammaliato da questa donna fuori dal tempo che suscita in lui un desiderio nuovo di condividere e sperimentare. Non gli importa che sia sposata con un figlio. Quando vagano con la sua vespa scassata per i colli fiorentini con lei che lo abbraccia da dietro, sa che questo gli basta. Antonia è irriconoscibile. Come un’adolescente assetata di piacere si sente incollata al suo corpo. Fanno l’amore anche otto volte al giorno, soprattutto quando Walter è a Vienna e Leopoldo dagli zii. Ogni volta che sente Bartolomeo dentro di lei si rigenera. La gelosia e il dolore per il tradimento di Walter svaniscono lentamente come la percezione del mondo esterno dopo un’anestesia totale. A ogni orgasmo riconquista indipendenza e forza interiore. Con Bartolomeo è tutto così fluido e trasparente che durante una serata piena di maschere veneziane e libertinaggio, le sembra assolutamente naturale che i due si scambino effusioni sensuali con un’altra coppia. Scopre il piacere del contatto col corpo femminile che scatena in lei degli istinti reconditi. Incuriosita, e a tratti spaventata da questa sua nuova consapevolezza, mentre Bartolomeo è in tournée a Venezia e Walter – ovviamente – a Vienna, Antonia riprende a sfogliare Arria Marcella. Ritrova la foto della Venere Bionda e, invece di sentire il disagio della volta precedente, colta da un impulso d’eccitazione, comincia a masturbarsi pensando a lei. I passaggi che la spingono a partire in fretta e furia per la capitale austriaca non sono del tutto chiari nemmeno a Antonia, sta di fatto che la settimana successiva le due si ritrovano tête-à-tête a sbeffeggiare il Lami in inglese, mentre gustano una sachertorte in un caffè. Vanessa, il nome che il Lami ha scelto per la Venere Bionda, è una donna magnifica, si entusiasma di tutto e sorride in continuazione. Mentre le due si incamminano al binario del treno che avrebbe riportato Antonia a Firenze prima che Walter si inquieti, Vanessa la prende per un braccio e le confessa di aver sempre desiderato incontrarla. L’ha immaginata in tutte le salse mentre faceva l’amore con il suo amante e, ora che ce l’ha lì davanti, non resiste e la supplica di non prendere quel treno. Antonia è frastornata ma allo stesso tempo molto eccitata, così strappa il biglietto e le due corrono all’appartamento della bionda, ridendo un po’ nervosamente per la bravata che stanno per compiere.

Senza entrare troppo nei dettagli erotici di quello che segue, al lettore basterà sapere che le due Veneri si concederanno l’una all’altra in modo esplosivo, a tal punto che Antonia non prenderà mai più alcun treno per Firenze. Partiranno invece l’indomani per Parigi per far perdere le proprie tracce al Lami, il quale, da sempliciotto quale è, non oserà immaginare tanto e, non avendo più notizie né dall’una né dall’altra, rimarrà in vana attesa un po’ imbambolato senza saperle collegare. Le due Veneri si installeranno nel Marais, Vanessa troverà un impiego alla Galerie de Paléontologie et d’Anatomie Comparée presso il Jardin des Plantes e Antonia si iscriverà a Psicologia alla Sorbona. Bartolomeo farà loro visita di tanto in tanto con la sua compagnia teatrale, e i tre passeranno notti brave fino alle luci dell’alba, a bere, ridere e darsi piacere. Sarà tramite Bartolomeo che Antonia avrà notizie di Leopoldo, giacché il suo unico suo vero grande rimpianto è averlo abbandonato a Walter senza neanche una spiegazione. Come le piacerebbe avere il figlioletto a Parigi, fargli scoprire tutti i segreti della città e cercare di spiegargli il motivo della sua scelta. Un giorno, mentre passeggia per il mercatino delle pulci di Saint-Ouen, Antonia scorge in una pila di libri la prima edizione francese del 1852 di Arria Marcella, abbandonata lì come se il venditore ambulante non si fosse accorto della gemma che aveva per le mani. Lo compra senza nemmeno pensarci e corre a casa a rileggerlo per l’ennesima volta, dimenticandosi della lezione di psicoanalisi e letteratura. La storia di Octavien la riporta a Firenze, a Walter e a Leopoldo. Un senso di colpa materno la riempie di brividi. Deve fare qualcosa. Inizia a girare nervosamente per casa, si apre una bottiglia di vino e, quando è ormai al terzo bicchiere, trova una foto di Vanessa nuda a cavallo che le aveva scattato Walter in uno dei loro weekend di passione clandestina. Guarda la foto, sorride con tenerezza, la gira e comincia a scrivere sul retro con leggero sdegno:  

Walter, amore mio stronzo,

Ti sarò eternamente grata per avermi donato la vita. Però a poco a poco mi hai tolto l’aria e non capisco il perché. Perché non parlarmi onestamente dei tuoi desideri? Perché non aprirti con me? Ci saremmo potuti divertire insieme, o almeno provarci, e invece hai voluto escludermi. Non potevo più tollerare un tradimento simile, costante e seriale come le messe domenicali nelle vostre chiese. Anche Vanessa è molto delusa. Non vogliamo il tuo perdono. Non vogliamo neanche più te.

Vai pure.

Ti chiedo solo una cosa e se hai un minimo senso di umanità non potrai negarmela: siamo a Parigi, mandaci Leopoldo per un po’, te ne prego, ho bisogno di lui. Dopotutto non è neanche tuo figlio.

Antonia

Didascalie delle immagini:

1 (copertina) – Katrin Freisager, To Be like You, 2000. C-print, 162 x 200 cm. Collection Fotomuseum Winterthur, 2003-028-001. © Katrin Freisager

2 – Zoe Leonard, Wax Anatomical Model shot crooked from above (Anatomisches Wachsmodell, schräge Aussicht), 1990. Gelatin-silver print, 77.8 x 116.8 cm. Collection Fotomuseum Winterthur, acquisition supported by the Patronsclub, 2008-020-001. © Zoe Leonard

3 – Katrin Freisager, Ohne Titel, 2003. C-print, 126 x 158 cm. Collection Fotomuseum Winterthur, gift Katrin Freisager, 2003-028-002. © Katrin Freisager

è l’alter ego di Federica Chiocchetti, un omaggio sovversivo a sua madre, con cui scrive le cose più sperimentali. PhD in storia e teoria del foto-testo (University of Westminster, Londra), Chiocchetti è una critica e curatrice basata a Parigi. Fondatrice della piattaforma Photocaptionist, collabora con istituzioni internazionali tra cui Jeu de Paume e Foam. Ha curato mostre fotografiche per musei (V&A, Brighton Museum, Kunsthalle Budapest), festival e fiere (Jaipur Photo, Tokyo Photo Festival, London Art Fair). Tra i suoi libri ‘Amore e Piombo’ ha vinto il premio Kraszna Krausz nel 2015. Insegna in varie università straniere e scrive per riviste internazionali tra cui L’Uomo Vogue e Aperture.