A Sign as a Sign as a Sign

Un cartello è un dispositivo utilizzato per la comunicazione nello spazio pubblico: Attenzione, non oltrepassare la linea gialla! La toilette si trova a sinistra (direzione indicata da una freccia); Vietato l’accesso! Tipicamente, un cartello deve veicolare un messaggio di facile e immediata comprensione, una direttiva da seguire, un’azione da evitare. Molto spesso un’icona sostituisce il testo: Attenzione, bambini che attraversano la strada! Pericolo di radiazioni nucleari! Cartelli e striscioni usati nelle manifestazioni condividono molte delle peculiarità di quegli avvisi, prima fra tutte la chiarezza del messaggio: Libertà per Leonard Peltier! è una scritta che non richiede una difficile interpretazione, quand’anche non si conosca la storia della lunga detenzione di questo attivista americano. Sign, in inglese, significa cartello ma anche segno[1], cioè l’elemento base della semiotica. La definizione di segno è elusiva perché inguaribilmente ricorsiva: “un oggetto, qualità, o evento la cui presenza o occorrenza indica la probabile presenza o occorrenza di qualcos’altro”. Sembrerebbe aria fritta…

Ho cominciato a ragionare su queste cose giocando con le forme. Un giorno ho fissato un quadro che non riuscivo a finire su un’asta di legno. Ed è successo qualcosa di strano: quello stesso rettangolo dipinto produceva un effetto molto diverso rispetto a quando se ne stava appeso al muro. In effetti, un rettangolo che abbia una superficie dipinta o scritta, una volta montato su di un’asta si trasforma in un dispositivo che sembra dire: Buongiorno, sono un cartello, ascoltate bene cosa ho da segnalarvi! Anche un quadro è un dispositivo visivo, sebbene non sia così facile spiegare quale sia esattamente la sua funzione (Buon giorno, ecco io sono, cioè rappresento…). Per farla breve, mi sono appassionato alle varie e imprevedibili interazioni tra questi due dispositivi, che solitamente usano codici espressivi diversi se non opposti: da una parte il rettangolo+asta=cartello, che richiede/esprime immediatezza, univocità, invito all’azione; dall’altra il rettangolo=quadro, che richiede/esprime interpretazione, ambiguità, contemplazione.

Striscione, 2018

Cosa posso dire di questi miei Signs, di queste bizzarre creature ossimoriche? Mi eccita il loro instabile, indecidibile statuto semiotico. E mi stanno a cuore, perché hanno costituito una piccola ma salutare eccezione a un senso di frustrazione che mi perseguitava da anni, la frustrazione causata da un limite che mi pare connaturato all’arte (o almeno l’arte che ritengo più ambiziosa), quello di non riuscire ad avere una dimensione schiettamente politica senza smettere di essere sè stessa. Come l’enigma o l’oracolo, l’arte non può che esistere in un regime di inesauribile ambiguità. Sua condanna, sua grazia. 


[1]È proprio questa varietà di significati che mi ha fatto scegliere la parola Sign come titolo per questa serie di mie opere (cfr immagini).

(Una precedente versione di questo testo, apparsa su ATP DIARY, 21 gennaio 2017, è poi entrata a far parte del libro Luca Bertolo. I baffi del bambino, Quodlibet, Roma/Macerata, 2018).

Immagine di copertina:
Luca Bertolo, Signs, 2013 (visione d’insieme)
Courtesy SpazioA, Pistoia
Ph. Dario Lasagni

(Milano, 1968) ha studiato informatica all’Università Statale di Milano e poi pittura all’Accademia di Brera, dove si è diplomato nel 1998. Ha partecipato a mostre in spazi pubblici e privati in Italia e all’estero. Suoi articoli sono apparsi su varie riviste e blog, tra cui “Flash Art”, "Il Giornale dell’arte”, “Exibart”, “Artribune”, “Warburghiana”, “Doppiozero”, “Le parole e le cose”, "ATP Diary.” Nel 2018 pubblica “I baffi del bambino. Scritti sull’arte e sugli artisti”, Quodlibet. Dal 2015 insegna pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna.