Fotografia senza scopo. Andrea Branzi a Mosca

19.01.2026

In nessuna delle fotografie di Andrea Branzi raccolte nel libro Mosca 1962, recentemente pubblicato da Humboldt Books, l’architettura è protagonista. Laureato in architettura a Firenze e fin da subito membro del movimento dell’architettura radicale, tra i fondatori di Archizoom, designer tre volte vincitore del Compasso d’Oro, teorico e docente di design e architettura e cofondatore della Domus Academy, ci si aspetterebbe che, durante un viaggio in una città nuova, in un continente nuovo, Branzi fosse interessato prima di tutto alla città stessa. E in effetti l’architettura sovietica è onnipresente nei suoi scatti del viaggio a Mosca del 1962: dalla Cattedrale di San Basilio in Piazza Rossa alle mastodontiche Sette Sorelle, i grattacieli barocchi voluti da Stalin; dai palazzi modernisti in vetro all’edilizia sociale in cemento armato; dalle chiesette storiche nel verde alle sfarzose stazioni della metropolitana. Eppure queste architetture sono sempre rigorosamente sullo sfondo, mentre in primo piano compaiono invariabilmente i moscoviti. Talvolta gli edifici sono brutalmente tagliati per privilegiare i soggetti in basso, altre volte sono talmente fuori fuoco da essere irriconoscibili. Pare del tutto assente quel feticismo per il costruito che ci si aspetterebbe da un architetto alle prese con la fotografia. Branzi, invece, relega ostinatamente l’architettura al ruolo di cornice della vita urbana, e non di sua protagonista.

Andrea Branzi, Mosca 1962, Humboldt Books, Milano 2025 © Orsola e Lorenza Branzi

Ciò risulta ancora più sorprendente se si considera che, al momento del viaggio, Branzi era agli inizi del suo percorso universitario, in quella fase in cui l’architettura tende a essere idealizzata oltre ogni interferenza tecnica o sociale. Più precisamente, il viaggio avvenne nell’estate del primo o del secondo anno di università, quando Andrea raggiunse il fratello Piergiorgio, giornalista e fotografo, corrispondente Rai a Mosca (fino al 1966). L’incertezza nella collocazione temporale del viaggio è dovuta sia al “passato scolastico burrascoso” di Branzi, con diverse ripetizioni di anni di liceo, come spiega la moglie Nicoletta Morozzi alla presentazione del libro da Settantaventidue a Milano, sia alla mancata datazione degli scatti. Questi, racconta Morozzi, “non erano materiali nascosti, emergevano ogni volta che facevamo un trasloco”, ma, essendo un unicum nella carriera del creativo, furono conservati inediti fino ad ora. Quando il cofondatore di Humboldt Books Alberto Saibene venne a conoscenza del reportage, notò subito l’affinità con la collana Time Travel – di cui il volume è diventato il venticinquesimo titolo – che pubblica fotografie inedite tratte da un singolo viaggio passato realizzate da fotografi del calibro di Ugo Mulas, Gianni Berengo Gardin e Gabriele Basilico (che inaugurò la serie nel 2015), ma anche da creativi di altri ambiti, come Mario Schifano, Marco Zanuso, Gae Aulenti e, appunto, Andrea Branzi.

Andrea Branzi, Mosca 1962, Humboldt Books, Milano 2025 © Orsola e Lorenza Branzi

Quest’ultimo aveva raccolto le stampe e i provini in pacchetti di carta, accuratamente catalogati per soggetto ma anche per qualità (“Buoni”, “Medi”, “Meno buoni”). La cofondatrice e direttrice editoriale di Humboldt, Giovanna Silva, spiega che “con Nicoletta siamo partite dai Buoni per poi scendere ai Medi quando c’erano dei buchi da riempire. È stato quindi un lavoro a quattro mani, ma forse a sei, perché c’era già un primo editing da parte di Andrea”.

Il viaggio in ecosistemi lontani fu sempre per Branzi una fonte di ispirazione vitale, come dimostrano le successive esplorazioni in Giappone, India e Stati Uniti, anche se non esistono immagini di questi viaggi. È però possibile che il viaggio a Mosca fosse motivato non solo da generica curiosità e, forse, non tanto da un interesse architettonico, quanto da un coinvolgimento politico che aveva già raggiunto il Branzi ventitreenne (come garantisce la moglie, che già lo conosceva a quei tempi).

Forse anche per questi ideali socialisti sono le persone i soggetti indiscussi del corpus fotografico, sia in quanto individui – ritratti in primo piano mentre squadrano perplessi la fotocamera – sia in quanto popolo – masse che saturano marciapiedi, boschi e spiagge. Anche in una delle fotografie più “architettoniche”, che mostra Piazza Rossa deserta estendersi a perdita d’occhio, un vecchio solitario – per quanto piccolo e relegato in un angolo – ruba comunque la scena. Vengono in mente gli scatti dei Fratelli Alinari, che per primi documentarono il patrimonio costruito italiano facendo posare un immancabile omino per restituire la scala dell’edificio; ma anche la lezione di Gabriele Basilico: una sola persona, anche minuscola e al cospetto di costruzioni imponenti, basta a magnetizzare lo sguardo. Basilico stesso fu autore di un corpus fotografico dedicato alla capitale russa, Mosca Verticale (2007), che con le sue visuali oblique dall’alto e i ritratti austeri e fotoraddrizzati delle Sette Sorelle staliniane costituisce un efficace contraltare a Mosca 1962 di Andrea Branzi.

Andrea Branzi, Mosca 1962, Humboldt Books, Milano 2025 © Orsola e Lorenza Branzi

Paragonando l’approccio dei due alla capitale russa, se il lavoro di catalogazione architettonica di Basilico è metodico e premeditato, quello di Branzi appare invece deliberatamente spontaneo. La fotocamera, anziché dettare una rotta, sembra averlo accompagnato passivamente nelle sue esplorazioni, dal centro di Mosca alla campagna, fino a una località marittima – presumibilmente la Crimea. Complice di questo apparente non-metodo fotografico era probabilmente il suo modus operandi rispetto ai viaggi: prima di partire, “leggeva la vita di poeti o di artisti o di letterati legati a quella situazione”, racconta la moglie, “ma non leggeva mai guide né libri di architettura o di design”. Un atteggiamento che, nel periodo universitario, era ulteriormente rafforzato dal coinvolgimento “con l’ambiente artistico fiorentino, più legato alla pittura che all’architettura”. Ma questa preferenza attraversa tutta la sua formazione culturale, come ammette nel 2011: “sono tutti romanzi o poesie i libri che mi hanno influenzato veramente. Mi dispiace, ma non c’è nessun testo di teoria del progetto di architettura. Non mi dicono niente, non ci posso fare nulla”. E conclude Nicoletta: “neppure i libri scritti da lui gli interessavano più, una volta fatti”.

Branzi, d’altronde, evitava di pianificare i viaggi per non compromettere la “prima visione fulminante” di un luogo, da lui considerata l’elemento più efficace dell’esperienza di viaggio. “La curiosità è sempre stata alla base di tutto quello che ha fatto”, spiega la moglie, “una curiosità spesso fondata sulla prima impressione rispetto a una conformazione di città o di natura totalmente inaspettata”. “Dopodiché”, conclude, “quando cominci a scoprire e a indagare un luogo, lo perdi in qualche modo, perdi il filo dell’interpretazione”.

Andrea Branzi, Mosca 1962, Humboldt Books, Milano 2025. Photo: Francesco Spallacci

Come avverte Enrico Morteo, il rischio principale è quello di leggere queste immagini alla luce di ciò che Branzi ha pensato e scritto in seguito, sovrapponendo retroattivamente un sistema teorico a fotografie che chiedono invece di essere guardate senza preconcetti.

Forse, più che metterle in relazione con l’imponente produzione teorica e progettuale di Branzi, a queste fotografie giovanili andrebbe applicata la filosofia che ha sotteso tale produzione: guardarle con ingenuità, senza giustificarle retroattivamente mediante un sistema teorico o narrativo. Un approccio che sembra controintuitivo, considerando che Branzi – come scrive Angela Rui proprio in Mosca 1962 – “ha sempre ‘piegato’ la storia a sostegno della sua visione teorica, riscrivendola e riadattandola, convinto sostenitore del fatto che essa sia soggetta al potere della narrazione”. Ed è certamente legittimo sottolineare la risonanza tra “quel paesaggio agronico auspicato da Branzi per entrare in un tempo nuovo”, teorizzato da Luca Molinari come risultato della “progressiva traslitterazione dall’immaginario di una metropoli macchinista a un paesaggio in cui l’architettura viene assorbita dall’agricoltura”, e “lo sguardo delicatissimo e molto curioso che riserva proprio alla campagna, il riconoscimento di un mondo alternativo alla metropoli”, come osserva Enrico Morteo alla presentazione del libro a Bookcity.

Andrea Branzi, Mosca 1962, Humboldt Books, Milano 2025. Photo: Francesco Spallacci

Ma, come avverte lo stesso Morteo, “bisogna fare uno sforzo per evitare di leggere e capire queste fotografie alla luce di tutto ciò che Branzi ha scritto e pensato dopo”. Paradossalmente, non bisogna sforzarsi per elevare le immagini e cercarne nessi nascosti, ma per non farlo. La situazione del tutto specifica delle fotografie moscovite di Branzi interroga il nostro rapporto con la fotografia stessa. Abituati a confrontarci con immagini di autori che hanno fatto della fotografia la propria ragione di vita, scegliendo un medium intrinsecamente ermetico e misterioso, obbligato a rappresentare la realtà in modo eloquente ma impossibilitato a restituirne un racconto completo, siamo del tutto impreparati ad accogliere una serie di fotografie profondamente belle, valorizzate da una pubblicazione estremamente curata, ma scattate da qualcuno che quel medium l’ha ripudiato subito e per sempre: dopo Mosca, racconta Nicoletta, Branzi “non ha più scattato una fotografia in vita sua”. Pur realizzate da un autore con la A maiuscola, queste immagini non sono fotografia d’autore, ma una sperimentazione giovanile, il cui scopo o contenuto teorico resta probabilmente ignoto a noi quanto lo era al loro creatore. “Credo sia un lavoro che non si spiega”, conferma Nicoletta, “e non è neanche tanto utile cercarne i fondamenti logici, perché, come diceva lui, quando li hai scoperti che te ne fai?”.

Andrea Branzi, Mosca 1962, Humboldt Books, Milano 2025. Photo: Francesco Spallacci

Del resto, proprio Branzi sosteneva che “nessuno spiega o sa spiegare” gli “oggetti inutili” – come i vasi da fiori – che riteneva però “indispensabili”. Forse è proprio questo il ruolo che le fotografie svolgono nella sua opera. Liberandosi da aspirazioni elevate o da letture teoriche forzate, è possibile apprezzarne la bellezza semplice e diretta, frutto certamente dell’influenza del fratello fotografo, ma anche di una sensibilità rimasta purtroppo inesplorata. Una rinuncia che può apparire sorprendente, dati gli ottimi risultati ottenuti fin dal primo approccio all’obiettivo: molti scatti, classificati come “buoni” dallo stesso Branzi, entrarono persino in una trattativa per essere venduti a Enzo Biagi, giornalista successore di Piergiorgio Branzi a Mosca. Una cesura così netta con il medium suggerisce motivazioni profonde: forse il crescente disinteresse per la specificità, espresso chiaramente in una conferenza agli studenti di Triennale – “Io sono come un fisico teorico. Non guardo apparentemente alla realtà e alla sua materia, ma indago le sue logiche profonde e produco teorie astratte” – rendeva la fotografia, nient’altro che uno sguardo sull’apparenza e sulla materia del reale, inadatta alla sua ricerca. Oppure fu a causa del legame intrinseco tra fotografia e memoria, della quale Branzi teorizzò il superamento in favore di un presente perpetuo.

Come il vero contenuto teorico implicito delle immagini, anche il motivo della rottura tra Branzi e la fotografia resta sconosciuto, aggiungendo densità poetica al piccolo unicum che è Mosca 1962, destinato a suscitare domande e non a fornire risposte e a lasciare insoddisfatta ogni supposizione. Eppure, a rischio di apparire ipocrita, è difficile non pensare, osservando una delle ultime immagini del libro, una povera tomba in un bosco, un cumulo rettangolare di terra in una radura illuminata dal sole, circondato dalle ascendenti sagome scure dei tronchi in controluce, che dietro agli occhi di Branzi, a loro volta dietro l’obiettivo, risuonasse la celebre definizione di architettura di Adolf Loos: “Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura.”

Andrea Branzi, Mosca 1962, Humboldt Books, Milano 2025 © Orsola e Lorenza Branzi

Andrea Branzi
Mosca 1962
Humboldt Books, 2025
Italiano, inglese, 96 pp., 20 €

In copertina: Andrea Branzi, Mosca 1962, Humboldt Books, Milano 2025 © Orsola e Lorenza Branzi (particolare)

Luca Avigo

Luca Avigo

(Brescia, 1999) vive e lavora a Milano. Parallelamente alla magistrale in Architettura al Politecnico di Milano, da anni segue assiduamente il mondo dell’arte. Ha scritto per Doppiozero, RivistaStudio, Whitehot Magazine NY, Il Giornale dell’Arte e Il Giornale di Brescia. Collabora con lo studio BDGS Architetti Associati e con Ellisse Communication Strategies.

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