Quanti Ettore Sottsass si possono ancora scoprire? La mostra Ettore Sottsass. Mise en scène, attualmente in corso alla Triennale di Milano, getta uno sguardo nuovo su uno dei designer più eclettici e vitali della scena italiana del Novecento. Curata da Barbara Radice, Micaela Sessa e dallo Studio Sottsass, con art direction di Christoph Radl, l’esposizione propone un racconto laterale, concentrandosi non sugli oggetti o sui progetti, ma su un corpus vastissimo di immagini fotografiche che restituiscono la dimensione quotidiana di Sottsass.
Si tratta di circa 1.200 fotografie, in bianco e nero e a colori, realizzate tra il 1976 e il 2007, ovvero dall’incontro con la compagna Barbara Radice fino alla morte dell’architetto e designer: un percorso in cui tutto concorre a mettere temporaneamente tra parentesi la sua storia professionale, a favore di una narrazione complementare che delinea l’orizzonte emotivo di Sottsass e un preciso modo di stare nel mondo.

Nella sua autobiografia Scritto di Notte (Adelphi, 2010) Sottsass dedica alcune belle pagine al suo incontro travolgente con Barbara Radice:
“Barbara stava seduta sul davanzale della finestra con un’immensa quantità di sole di giugno, luce, oro, nei capelli biondi. Aveva seni piccoli, braccia sottili come un’indiana, tutta magra, con blue jeans stretti, scarpe di pelle nera, tacchi alti. Eravamo nello studio di Vittorio Gregotti, che voleva farmi lavorare per la Biennale di Venezia; studio bianco, con fogli, progetti, carte grandi come dai fotografi, per fare lo spazio più bianco. Barbara stava seduta sul davanzale della finestra, mandava fuori quel mistero delle donne belle, intatte, selvagge: le spalle diritte, le braccia sottili, le mani lunghe bianche, non si capisce. […] Barbara aveva quello stesso selvaggio femminile di Cleide, ma controllato, da cittadina. Era una giovane donna strana, aveva un naso rinascimentale come si vedono di profilo in certi ritratti di nobildonne italiane antiche […] La sera sono tornato a Milano per qualche giorno ma avevo in mente lei. Stava nel cielo, nelle ore, nei minuti, nelle notti, nei giorni, ovunque.”
Quella di Sottsass, si capisce, è una scrittura istintiva e intima che procede per immagini: parole isolate, frasi brevi, talvolta ossessive, che sembrano seguire il ritmo del pensiero — in questo caso del ricordo — più che quello della sintassi.
Lo stesso principio governa il suo rapporto con la fotografia: viveva con la macchina fotografica in mano e i suoi scatti sono, infatti, appunti visivi, prese dirette, frammenti di realtà fermati nel momento in cui qualcosa lo colpisce. La sua pratica fotografica può essere letta come un continuo tentativo di trattenere il mondo con la voracità di chi quel mondo lo ama e lo scopre ogni giorno, e che attraverso la fotografia può guardarlo e riguardarlo. Un’ossessione che riflette il desiderio costante di comprendere, di misurarsi con ciò che lo circonda.

Le immagini in mostra restituiscono con chiarezza questa postura, anche grazie a un allestimento intelligente che la asseconda. Le fotografie scorrono lungo le pareti in una sequenza serrata e molto libera che invita il visitatore a muoversi per associazioni e proprie curiosità, favorendo il senso di immersione in una vita. È un allestimento bellissimo nel suo apparente disordine, solo apparente però, perché un andamento cronologico esiste ed è scandito con discrezione da una timeline posta nella parte alta delle pareti. Ne risulta una sorta di lungo saggio visivo, in cui lo sguardo passa continuamente dalle fotografie scattate da Ettore a quelle fatte da Barbara: lui che fotografa lei, lei che fotografa lui, in un rimpallo continuo che restituisce il profondo affiatamento tra i due e un modo sorprendentemente simile di osservare le cose.

Si perdona anche una certa vanità di Radice negli scatti degli anni Settanta, in questo suo esserci splendida, nei ritratti nudi, negli abbracci, nelle pose più o meno consapevoli. Del resto si può immaginare che sia esattamente questo ciò che Sottsass vedeva e desiderava trattenere: l’immagine di una giovane donna, brillante e magnetica, che oggi lei stessa ha scelto di rendere pubblica.
Accanto ai ritratti e agli interni domestici compaiono moltissimi paesaggi, persone locali, oggetti e architetture: dall’Iran alla Polinesia, da New York a Los Angeles, dall’India a Filicudi, nelle isole Eolie, dove Ettore e Barbara avevano una casa e trascorrevano lunghi periodi estivi. In questo continuo attraversamento di geografie lontane, si scorgono anche i molti amici e compagni di strada: figure centrali della cultura visiva del secondo Novecento come Andrea Branzi, Michele De Lucchi, Alessandro e Livia Mendini, ma anche personalità provenienti da altri mondi, come Helmut Newton o Mick Jagger.

Una rete fittissima di relazioni, scambi e affinità che racconta una vita attraversata da mondi diversi. Nell’economia di una mostra così ben pensata, soppesata e riuscita, l’unico elemento che fatica a convincere è la presenza delle gigantografie dei due protagonisti, e talvolta di Sottsass da solo. Appaiono non necessarie, eccessive, in un percorso che invece funziona perfettamente nella sua semplicità e nella sua dimensione intima. In un racconto che invita il pubblico ad avvicinarsi, a muoversi, a cercare, la gigantografia stona.
Eppure la mostra resta assolutamente da vedere, sia perché consente di avvicinarsi in modo diverso, più umano, a una figura ormai storica, sia soprattutto perché ha il merito di rimettere in relazione la vita al progetto, delineando la cornice entro cui Sottsass ha continuato a lavorare per molti anni. Mettere in relazione queste immagini con tutto ciò che l’autore ha prodotto consente, infatti, di osservare quest’ultimo da una prospettiva nuova, cogliendo le piccole ossessioni, i piaceri, il carattere ironico e la sua attenzione minuta al mondo.
È quindi un’operazione preziosa soprattutto per chi non ha conosciuto Sottsass direttamente e per chi continuerà a studiarlo, perché nella storia non resti solo il prodotto di una persona, ma, almeno in parte, anche la persona stessa.
Ettore Sottsass. Mise en scène
A cura di Barbara Radice, Micaela Sessa e Studio Sottsass
Art director: Christoph Radl
Triennale Milano
fino al 15 febbraio 2026
In copertina: Ettore Sottsass e Barbara Radice, Milano, 1977
