«Non so cosa siano queste foto. So ciò che esse incarnano, ma ne ignoro l’uso. So ciò che non sono: immagini incorniciate sulla mensola del caminetto, in mezzo a un padre, a neonati paffuti, a un prozio in uniforme». Quando, alla fine di questo libro, leggerete queste parole, non ci sono dubbi: voi sorriderete. Chi le scrisse si chiamava Marc Marie; insieme ad Annie Ernaux pensò, un giorno, che le tracce del desiderio, trasformate in immagini, potessero vivere di vita propria e meritassero un racconto. Nacque così un diario fotografico parallelo su un tempo della loro esistenza in cui, mentre la morte martellava dietro la porta, loro erano dentro, e facevano l’amore. Niente ritratti di famiglia in cornice, dunque, ma scarpe, indumenti, fogli sparsi, sedie spostate, i resti di una cena. Il libro di cui parliamo, a firma di entrambi, s’intitola L’uso della foto. Uscito in Francia nel 2005, ora finalmente Lorenzo Flabbi lo traduce e L’Orma lo pubblica, continuando ad arricchire il suo – e nostro – catalogo Ernaux.
È il 2003. Ernaux si sta curando per un cancro al seno. Ha la parrucca, il catetere della chemio, un tappo sotto l’ascella che sembra «un osso soprannumerario». Una sera, però, decide di andare a cena con uno che conosce appena, un giornalista-fotografo; si scrivono da un po’, non si sono mai visti. All’antipasto gli dice: ho il cancro. E lui intanto pensa: sono a cena con questa donna bellissima, e questa donna ha il cancro. Quella stessa notte cominciano. Per un paio d’anni si ameranno in camere d’albergo, in cucina, nello studio di lei, sotto il baldacchino del letto in cui Annie si è separata dal marito, in luoghi d’infanzia più o meno alienati, in viaggio, d’estate, a Natale, a Venezia. Ogni volta, i segni della notte prima restano disseminati in giro, come dopo una festa. Marc e Annie pensano insieme di fotografarli e, ognuno per sé, iniziano a scriverne.

Nel 2003 Ernaux ha sessantatré anni, ma di età qui non si parla. Poco prima aveva scritto Il ragazzo. Era il racconto di un amore in cui ognuno era padrone del proprio potere: il ragazzo della sua gioventù, Ernaux della sua maturità. Un libro breve, scandaloso e bellissimo, che aggiungeva un altro capitolo al romanzo collettivo in prima persona (lei lo chiama “autoetnografia”) che Ernaux – da Gli armadi vuoti e La donna gelata a L’evento e Memorie di una ragazza – conduce da sempre. Lì l’età contava eccome: lui aveva circa vent’anni, lei trenta di più. Il libro con Marc Marie (scomparso nel 2022 e anche lui molto più giovane) però è diverso. Ora non è l’età che conta, ma il tempo – e in quello sono pari. E non è solo un altro pezzo di quel romanzo collettivo, ma un diario in seconda persona, un monologo in cui il “tu” – l’altro che scrive, gli altri che leggeranno – serve a sigillare l’intimità di chi parla.

Il messaggio che trasmettono è potente. Un cancro non è la fine del desiderio. E non è la fine dell’eros: in chi porta le cicatrici e in chi le bacia; in chi perde i capelli e in chi vede nella pelle glabra dell’amante il corpo di una sirena. Ernaux ci suggerisce che quando ti ammali la cosa che più temi non è tanto morire, ma perdere la vita: quella che hai avuto fino al momento prima, la tua propria vita incarnata, con residui più o meno cospicui di gioventù, vigore, follia, desiderio, bellezza. È questa la vita a cui si teme di dover rinunciare, non l’esistere tout court, non il respirare. Fare l’amore con una paura così alle calcagna è un’esperienza mistica, abissale. È l’ekstasis: quello stare sospesi, fuori di sé, contemplando la presenza di un’unione nell’immagine. O, come qui, contemplando la propria presenza nell’immagine della propria assenza. Le foto dicono questo, e loro due ce lo fanno vedere.

In un libro-culto dei visual studies uscito lo stesso anno dell’edizione francese dell’Uso della foto, W.J.T. Mitchell si chiede «che cosa vogliono da noi le immagini» (What Do Pictures Want? The Lives and Loves of Images, University of Chicago Press). La sua tesi è che le immagini sono creature viventi: agiscono, esercitano su di noi un potere, partecipano al nostro desiderio con il loro desiderio. Se è davvero così (e secoli di studi sull’icona lo confermano), gli attori qui non sono solo Annie e Marc. Sono anche loro, le immagini. Perché traducono l’atto finito in un’azione infinita. Evocano l’inconsumabilità di ciò che, pur apparendo compiuto, continua ad avvenire e a produrre effetti. Lo sapeva anche Spinoza che, nell’Etica, scrive che «finché l’uomo è affetto dall’immagine di qualche cosa, contemplerà la cosa come presente», e il suo stesso corpo sentirà quella presenza. Tutto quello che vediamo nelle immagini di Ernaux e Marie non smette di accadere e vivere. E, attraverso il volto impersonale delle cose, ci ri-guarda e ci ri-specchia (il trattino non è un refuso). Capiamo allora che l’uso della foto non è solo ciò che noi facciamo dell’immagine, ma anche ciò che l’immagine fa di noi.
È ironico pensare che queste composizioni, tecnicamente, si chiamerebbero “natura morta”. Quanto è meglio l’inglese qui: still life. Vita silente, vita resistente, vita immanente, vita fuori dai corpi di chi la vive. Vita.
Annie Ernaux, Marc Marie
L’uso della foto
traduzione di Lorenzo Flabbi
L’Orma 2025
168 pp. ill. b.n., € 18
Questo articolo è uscito su “Robinson” de “la Repubblica” il 14 dicembre 2025, col titolo Frammenti di un discorso amoroso
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