Lady Eva

Che meraviglia i reportage di Lady Eva. Ogni settimana, nella sua rubrica intitolata Adamo ed Eva, la contessa Eva Bolasky intrattiene i suoi fedeli lettori, ed è tutto un vorticare pirotecnico di ricevimenti con la bella gente che conta, le battute di caccia alla volpe, i gossip da Parigi, le ultime tendenza della moda, gli accessori e gli indumenti dernier cri, i déjeuner sur l’herbe in tenute sfacciatamente lussuose, senza dimenticare i consigli amorosi, le pazienti raccomandazioni di questa sofisticata contessa polacca, mirabilmente incorniciata in un piccolo ritratto che avrebbe potuto schizzare Boldini. Per un attimo immaginiamo la sua dimora, tra tendaggi cremisi, velluti, quadri alle pareti: tutto un turbinio art déco, tra il decadente Huysmans e la minuzia di René Lalique.

Ma è solo un attimo, giusto il tempo di capitombolare sull’amara realtà. Lady Eva, la contessa, altri non è che Filomena Cangiullo: romana, ma con accento milanese. Il suo portamento è impeccabile. I modi regali. La vediamo avanzare nel corridoio del suo appartamento, i passettini brevi, infagottata in una specie di abito Cheongsam, molto giapponesista, come il kimono indossato dalla madre. L’appartamento si trova nella periferia di Roma. Di Huysmans resta solo Tristano, la piccola tartaruga, a cui spazzola amorevolmente la corazza opaca, sprovvista di diamanti. Mancano pure i tappeti. Il garzone musclé che le consegna la posta viene ricevuto in un ambiente raccogliticcio, in disordine, da cui spunta un tavolino da lavoro con sopra una macchina da scrivere. È da lì che compone i suoi reportage.

Bionda platino, gli occhioni scuri impassibili, implacabili come due scanner, donna di mondo nel suo appartamento, la contessa viaggia intorno alla sua stanza, lanciando a briglia sciolta la sua immaginazione. Per un istante viene il dubbio che Andy Warhol abbia visto questo film, intitolato Piccola posta, e abbia deciso di adottare il suo toupet biondo platino dopo aver ammirato il taglio di Franca Valeri. Non sarebbe magnifico se fosse così?

La rubrica della contessa Bolasky non avrebbe sfigurato all’interno di La dernière mode, la rivista che Stéphane Mallarmé si era inventato tra il settembre e Natale 1874. Otto fascicoli. Dissimulato dietro a una serie di figure femminili, fantasmi del bel mondo parigino, Mallarmé si inventa una rivista per sole donne, scrivendo ogni pezzo. Fatta eccezione per i poemi che chiede agli amici, le redattrici, i reportage, Mme Marguerite de Ponty, Miss Satin (corrispondente da Londra), Madame Charles, i consigli sull’educazione, le lettere delle lettrici sono il risultato di una specie di petit théatre animato da queste figure cartacee uscite dalla sua immaginazione.

Viene il dubbio che gli sceneggiatori abbiano tenuto qualche numero tra le mani. O che – forse – la stessa Franca Valeri li custodisse e avesse fatto in modo che l’idea arrivasse agli sceneggiatori. Da una donna che ha preso il suo nome d’arte da Paul Valery ci si può aspettare di tutto. Avrebbe potuto esigere il suo nome su molte sceneggiature («Avrei potuto firmarle quasi tutte, per quel che riguardava il mio personaggio», dice in un’intervista curata da Emanuela Martini). La contessa Bolasky, che in pubblico sfoggia un esotico accento polacco, non avrebbe potuto reclamare il suo spazio, la sua piccola vetrina mondana tra i consigli di cucina, la lettura delle confetture e le cronache degli spettacoli di questa “Gazzetta del bel mondo e della Famiglia”? Forse, in qualche noticina scritta in piccolo il suo nome compare.

Non importa che i suoi suggerimenti amorosi o artistici, a causa di vocazioni irrefrenabili, facciano acqua da tutte le parti, creando malintesi, piccoli disastri. La contessa scivola sopra a questa marea di posta cartacea con la perfetta nonchalance di una Signorina Snob. Distante. Altera. La madre scrive, lei detta mentre si sottopone al pedicure. L’incontro con un altro nobile, Rodolfo Vanzino di Castelfusano d’Arezzo, finto barone, sadico direttore di un ospizio per ricche anziane chiamato “Casa del Gaudio”, machiavellico incantatore di serpenti, truffatore di ottuagenarie a cui cerca di rapinare l’eredità, crea la perfetta coppia diabolica. Con Sordi si comprendono ad occhi chiusi. Il “Progetto Elvira” – insomma – Il vedovo, resta il loro vertice. Qui, si divertono. Maltrattano la melensaggine di molto cinema umanista. Sordi prepara il bagnetto ghiacciato alla vecchina. Le fa fumare i sigari sperando che schiatti. Maliarda, contessa polacca, Lady Eva sfodera tutta la sua arte per sedurre il giovane veterinario. Il finale al commissariato è da manuale.

Ora che Franca Valeri se n’è andata, non resta che passare in rassegna tutti ruoli, i personaggi che ha interpretato al cinema, a teatro, su pagine di carta. E Lady Eva resta uno dei più geniali. Eccola camminare al mercato per la spesa. Ma il testo della rubrica, che lei stessa declama sulle immagini, ci proietta nella natura, tra quadri impressionisti di Renoir e letture di Balzac. Il bouquet di fiori che raccoglie sono in realtà peperoni che acquista dal verduraio. Come si fa a non amarla?

Si dovrebbe dire qualcosa su quanto la posta di Lady Eva anticipi l’era dei “social”: è già tutto un mondo di immagini e fantasie che si fa strada. Ma lascerei queste riflessioni ai sociologi. Léon Daudet aveva coniato il termine personimage («Qu’est-ce que l’image? Je réponds: c’est une émanation du moi, d’un des éléments du moi: présence, état d’esprit, aperçu de caractère ou de tempérament, aspiration vague. L’homme imagine sans cesse et sans répit».) Le personimages vagano nel nostro io, mosse spesso da un aspetto ereditario. Per questo, resto dell’idea che Stéphane Mallarmé, anzi, Mme Marguerite de Ponty e la contessa Bolasky siano incarnazioni temporali che sprigionano la medesima forza. Mi chiedo se da qualche parte, in qualche dimensione, si siano mai incontrate.

scrive, traduce e svolge attività di programmazione cinematografica. È interessato alle frontiere disciplinari. Collabora con la Cineteca di Bologna, per la quale ha curato il dvd “Histoire(s) du cinéma” di Jean-Luc Godard, oltre che rassegne su diversi filmmaker. Il suo ultimo libro si intitola “Copie originali. Iperrealismi tra pittura e cinema” (Johan & Levi, 2014).