Si è inaugurata il 21 novembre alla Palazzina dei Giardini di Modena Abitare il tempo, la prima retrospettiva italiana dell’artista palestinese Taysir Batniji, curata da Daniele De Luigi per la Fondazione Ago di Modena. In vista di questa occasione, Monica Biancardi ha incontrato l’artista a Parigi.
MONICA BIANCARDI: L’artista è colui che vede in anticipo. Tu ti sei assunto il ruolo infausto di Cassandra molti anni fa, realizzando un lavoro fortissimo come GH0809 #2 (Gaza Houses 2008-2009) che non mancava di prevedere sciagure e disastri. All’indomani del massacro di Shatila e Sabra, Jean Genet parlava di lotte del mercato immobiliare al solo scopo di ricostruire. Cosa ne pensi?
TAYSIR BATNIJI: L’anticipazione mi appartiene e non è sempre un bene. Nel mio lavoro c’è una sorta di premonizione ma in questo che hai citato era evidente quanto sarebbe accaduto; dal 2006 ci sono state sei guerre con tanti morti, la metà bambini. Ma ho deciso di concentrarmi sulla distruzione delle case, una sorta di punizione collettiva praticata nel tempo: distruggere una casa significa eliminarne in pochi secondi la memoria di chi sopravvive al bombardamento. Prima del genocidio del 2023-2025, i palestinesi venivano sistematicamente avvisati dei bombardamenti programmati, venendo così condannati a vivere ore d’angoscia nell’attesa del momento in cui sarebbero restati senza dimora. Nel mio lavoro cerco sempre dei filtri per prendere delle distanze, evitando di cadere nella vittimizzazione. Così, non potendolo fare in prima persona, ho delegato qualcuno a Gaza che facesse le foto per me. Foto di case distrutte, spopolate. Da queste ceneri, ho realizzato il display dell’annuncio immobiliare.
MB: La fotografia è uno dei linguaggi che adoperi per la tua pratica artistica: cosa significa per te?
TB: La mostra a Modena riflette proprio i modi diversi del mio approccio alla fotografia. Anche in Watchtowers, nel 2008, mi sono rivolto a un amico fotografo perché realizzasse delle immagini al posto mio, stavolta delle torri di avvistamento israeliane che ho installato alla maniera di Bernd e Hilla Becher. Ho voluto creare un’illusione, una sorta di “cavallo di Troia” formale, tra il lavoro di documentazione delle torri idriche realizzato dalla famosa coppia alla fine degli anni Cinquanta nella Germania postindustriale, e le mie torri di guardia. Se in un primo momento lo spettatore crede di riconoscere sia i soggetti fotografati che gli autori, si accorge poi di trovarsi di fronte a tutt’altro. La tecnica pericolante di queste immagini, dai soggetti a volte sfocati o male illuminati, si deve a condizioni di ripresa molto sfavorevoli; chi le realizza lo deve fare ovviamente senza tranquillità e senza il tempo che servirebbe a realizzare una fotografia tecnicamente ed esteticamente curata.

Ho studiato pittura all’Accademia di Bourges ma, per ragioni contingenti, sono passato a interessarmi alla fotografia, un medium che constatavo essermi più congeniale. Ho iniziato a riprendere immagini della quotidianità, non sapendo cosa ne avrei fatto in seguito. E in questa mostra, per la prima volta, espongo centinaia di foto e alcuni video dal titolo complessivo Gaza, journal intime, un lavoro svolto tra la fine del 1999 e il 2006. Alla fotografia sono anche grato per avermi permesso di riprendere una relazione quotidiana con la Palestina.
MB: Vorrei sapere cosa ne pensi delle fiere di fotografia. Nella città dove hai scelto di vivere s’è inaugurata da poco al Grand Palais la manifestazione più importante, Paris-Photo, che ogni anno richiama espositori da tutto il mondo. L’anno scorso qui avevi portato proprio GH0809 #2con la galleria di Eric Dupont e un altro, Gaza Walls, acquisito dal CNAP.
TB: Lo scopo principale di una fiera è la vendita. Ed è importante non solo per i galleristi, si capisce, ma anche per gli artisti che hanno bisogno di vivere. Ma in fiera ci sono istituzioni come appunto il CNAP che, senza alcun ritorno commerciale, si impegnano a sostenere lavori legati a problematiche attuali.
MB: Mi colpiscono tanti eventi “culturali” andati semideserti le cui foto circolano sui social facendoli apparire invece vivi e partecipati. Parrebbe che ormai ci si concentri a organizzare appuntamenti, a prescindere dal loro interesse, al solo scopo di farli diventare virali in forma fotografica.
TB: Sono d’accordo, ma non è un problema legato solo al nostro mondo. Tante sono le manifestazioni prive d’ interesse che sui social media diventano virali grazie a una concentrazione di immagini condivise a livelli esponenziali. È il fenomeno contemporaneo della condivisione a tutti i costi.
MB: Realtà che ciascuno può manipolare come gli piace. Vorrei conoscere il tuo pensiero sull’Intelligenza Artificiale.
TB: Potrei servirmene, prima o poi, ma non mi metto fretta. Inevitabilmente bisogna farci i conti ma vorrei saperla usare con intelligenza, evitando di somministrare semplicemente richieste da adempiere senza assumere una posizione critica e soprattutto chiara su ciò che intendo fare.

MB: Un’altra cosa che mi colpisce è la sempre maggiore prevalenza di riprese di taglio verticale, realizzate per pubblicarle tramite i dispositivi cellulari. E così le riprese orizzontali, che personalmente ho sempre preferito, si fanno sempre più rare.
TB: Anch’io amo la ripresa orizzontale ma i ragazzi si servono di quella verticale. Mio figlio è rientrato qualche giorno fa da un concerto di un giovane cantante del quale ha fatto una quarantina di video, tutti rigorosamente verticali, per tik-tok e instagram.
MB: Gli stessi giovani ai film preferiscono le serie tv, che sui cellulari guardano a velocità accelerata come quando ascoltano i messaggi vocali al doppio della velocità…
TB: I giovani fanno più cose contemporaneamente: mentre guardano le serie, spediscono messaggi agli amici e controllano altre applicazioni. A volte vedo mio figlio che studia mentre guarda una serie dallo schermo del computer, e contemporaneamente ascolta musica con in mano il telefono che consulta per un’altra ricerca. È la loro epoca.
MB: Ti farò una domanda che ho fatto anche ad altri: credi sia dovere dell’artista suscitare nello spettatore godimento o disgusto? Oppure l’opera d’arte, per usare ancora le parole di Jean Genet, è «un oggetto che non ha più alcuna utilità»?
TB: Non credo affatto che l’arte non svolga una funzione utile, penso anzi che solleciti lo spettatore e che l’opera serva a comunicare il pensiero dell’artista. Anche se l’arte non cambia il mondo concretamente perché non ha il potere di arrestare i massacri, le guerre, i genocidi, riesce comunque a sensibilizzare attraverso altre domande, a cui non sempre può dare risposte.
MB: Nei vent’anni in cui ho viaggiato in Cisgiordania, non ho mai messo piede a Gaza. Mi sembrava che, così facendo, in qualche modo avrei finito per aggiungere altre oppressioni a quelle che i palestinesi subiscono. Lì da due anni c’è la guerra. C’è chi la chiama «la guerra del Mediterraneo» anche perché la storia ci insegna che noi occidentali, che non smettiamo di riempirci la bocca con la parola «pace», non facciamo altro che scatenare conflitti. Quale immagine di Gaza ti porti dentro?
TB: È molto difficile rispondere per me. Perché l’immagine che avevo di quel luogo è stata distrutta, cancellata. Il ricordo oscilla tra le immagini di “prima” e quelle di oggi. Fra gli scopi del genocidio c’è quello di sradicare – proprio gli ulivi che non ricresceranno più – appunto la memoria degli esseri umani, coi loro affetti, le loro dimore, i siti archeologici, le opere d’arte, insomma tutto ciò che determina l’eredità culturale di un’appartenenza. E l’immagine di un tempo, custode di intimità remote, si dissolve fino a sparire.

MB: In un’intervista che hai rilasciato all’inizio di quest’anno, hai detto che le violenze si ripetono in Palestina a partire dal 1948. Ma uno storico israeliano come Ilan Pappé ha ricordato come già dal 1920 i sionisti sfidassero i musulmani con manifestazioni nei pressi del Muro; la formazione paramilitare Haganah, tollerata dall’amministrazione britannica, nasce in quegli anni. Quelle provocazioni sfociarono in disastri terribili per entrambe le parti. La stessa provocazione fu ripetuta nel 2000 da Ariel Sharon, allora esponente del partito di estrema destra Likud, quando passeggiò sulla Spianata delle Moschee scortato da centinaia di poliziotti israeliani, scatenando così la seconda Intifada. Il tuo lavoro Just in casesi collocain un momento storico preciso?
TB: In effetti questo lavoro, che attraversa il tempo della perdita e dell’esilio, è una tappa in una serie di lavori che hanno al centro un oggetto di uso quotidiano, la chiave. Partendo da un soggetto pittorico molto intimo datato 1997, il lavoro si è sviluppato in maniera concettuale evocando l’identità collettiva. Ero al quinto anno dei miei studi quando per la prima volta ho avvolto delle chiavi in un tessuto creando un parallelismo coi versi di Mahmud Darwish sul tema dell’espulsione, della perdita della terra e del ritorno. Nel 2006 avevo raccolto tutte le mie chiavi e avevo deciso di tornare a vivere definitivamente a Gaza; ma sei mesi dopo, mentre mi trovavo ad Amman per una mostra al Centro di Cultura Francese, Gaza è stata bombardata e la sua frontiera è stata chiusa. La sola cosa che avevo con me era quell’involto di tessuto che conteneva una dozzina di chiavi. Nel 2014 a Murano ho realizzato una copia in vetro di quegli strumenti che non avrei mai più potuto utilizzare.

Quando è ripresa la guerra ero tormentato dal pensiero delle persone che avevano dovuto abbandonare le loro case, e delle loro chiavi che non avrebbero più aperto alcuna serratura. Molte di quelle case erano state rase al suolo, molte di quelle chiavi appartenevano a persone uccise. In quel momento davvero qualsiasi tentativo artistico mi appariva inutile, insignificante.
MB: Ma, come in altri tuoi lavori, hai trovato il modo di riconnetterti alla tua gente aggiungendo alle immagini un testo manoscritto. Nel Libro rosso Jung parla dell’«immaginazione attiva» che gli consente di «tradurre le emozioni in immagini», trascrivendo le sue riflessioni in una scrittura calligrafica corredata da illustrazioni disegnate a mano.

TB: L’impermanenza è il tema che attraversa tutta la mia opera. In Just in case II ho chiesto alle persone a Gaza di inviarmi una foto delle loro chiavi e poi, alla mostra, ho chiesto agli spettatori di servirsi della fotocopiatrice per installare sulle pareti della galleria le immagini delle loro chiavi.
MB: Anche fra quelli che studiano fotografia, molti giovani hanno difficoltà a “mettere a fuoco”. Credo che il motivo sia nel fatto che i loro occhi soano stati educati a vedere tutto nitido, una realtà che però è filtrata dai dispositivi digitali. Il tuo lavoro Remnants al contrario, propone una serie di visioni sfocate, come se fossero interruzioni che si dilatano nel tempo. Allo stesso modo, in Simulacri e simulazioni, Jean Baudrillard non si limitava a registrare il mondo con la fotografia ma lo ristrutturava, lo alterava, esaltandone il contenuto simbolico. Queste immagini paiono corpi corrotti che si dissolvono.
TB: Anche la questione del tempo è importante per me. All’inizio di questa guerra avevo bisogno di sentire i miei cari, di collegarmi con loro in videochiamata. Il collegamento però s’interrompeva però sistematicamente, e le immagini risultavano sfocate e verdognole. Allora ho riflettuto su come questo tempo interrotto e fugace si potesse trasporre in pittura, con un gesto lento e meditativo che si dispiega in un tempo dilatato.
MB: All’inizio degli anni Novanta sei venuto a Napoli, all’Accademia di Belle Arti; ma per quanto ti piacesse la città l’esperienza non fu delle migliori.
TB: L’Italia è stato il primo paese in cui ho messo piede in Europa, e Napoli ne è stata la porta d’ingresso, segnandomi a vita. Siamo ai tempi della prima Intifada. L’italiano, che avevo studiato il mese prima a Camerino, a Napoli non mi serviva a granché perché tutti parlavano in dialetto, alimentando in me un senso di solitudine e di frustrazione. Comunque l’Italia è rimasta nel mio cuore. Un tempo a noi gazawi era ancora concesso di partire dall’aeroporto di Ben Gurion a Tel Aviv e quando nell’estate del ’93 arrivai a Roma, in attesa alla dogana dell’aeroporto di Fiumicino, mi resi conto che sul mio lasciapassare (non avendo diritto a un passaporto) alla casella «nazionalità» c’era scritto «INDEFINITO». Temevo non mi lasciassero entrare e per anni mi sono chiesto come sia possibile che esistano cittadini dichiarati «indefiniti». Il lavoro che s’intitola Undefinedè una time-line che parte da quel mio lasciapassare passando per la corrispondenza con l’amministrazione francese che, non riconoscendo il paese dal quale provengo, si rifiuta di compilare la casella «nazionalità» del mio passaporto francese col nome «Palestina».
MB: Il curatore della mostra Daniele De Luigi, da sempre attento alla fotografia contemporanea attinente alle politiche sociali attuali, s’è detto felice che tu abbia accettato il suo invito in un momento così triste e delicato della tua esistenza. Una proposta accettata dalla Fondazione Ago, la quale ha fornito al progetto il sostegno di uno staff super collaborativo. Tutta la città di Modena da sempre è vicina alla Palestina.
TB: Sono sempre felice di tornare in Italia e mi spiace di non parlare la lingua fluentemente come facevo un tempo. Sono molto toccato dall’invito di Daniele De Luigi ad esporre in un luogo simile, ricco di storia.
MB: Sei libero di non rispondere: cosa pensi della posizione assunta dal mio paese su quanto accade in Palestina?
TB: Sono deluso dalla posizione ufficiale del governo. So bene quanto il popolo italiano sia solidale con la causa palestinese; ho seguito le manifestazioni che si sono svolte in tutta Europa e le trovo naturali, trattandosi di esseri umani. Noi palestinesi abbiamo bisogno di sentire la vicinanza di altri esseri, dal momento che gli israeliani ci trattano come se fossimo un dettaglio.
MB: E il comportamento del governo francese?
TB: Anche quello mi ha molto deluso. Non basta che il presidente Macron abbia riconosciuto lo stato di Palestina. Occorrono gesti concreti come l’applicazione di sanzioni a Israele e politiche responsabili contro l’occupazione. La Palestina è un paese che si sta dissolvendo, sbranato dalle politiche israeliane e dall’aggressione dei coloni. Che cosa c’è da attendere ancora?
Taysir Batniji
Abitare il tempo
a cura di Daniele De Luigi
Modena, Fondazione Ago a Palazzina dei Giardini
dal 21 novembre 2025 al 15 febbraio 2026
In copertina: Taysir Batniji, Disruptions, 2015-2017, screenshot, stampe a getto d’inchiostro, 24×16 cm ciascuna.
