Nan Goldin. The Night Could Last Forever

16/10/2025

Ci ferisce come una lama attraverso tutte le cose; non l’immagine, nemmeno Nan Goldin, ma scoprire che non si tratta che di noi. Anche se vediamo la vita al suo grado più estremo, ci allacciamo alle densità delle paludi dell’umano, per dolore, per amore, per compassione. Mentre guardiamo, sentiamo Nico coi Velvet Underground cantare I’ll be your mirror: “sarò il tuo specchio, rifletto ciò che sei, in caso tu non lo sappia”. Anche se è bello immaginare che là dove finiscono le sue dita inizi la macchina fotografica, Nan Goldin è essenzialmente una regista: ha sempre pensato la fotografia dentro un composto in cui l’immagine e il suono condividono lo stesso spazio. Immagini e musica, un blocco che, tutto intero, passa dentro la sensazione. Le fotografie, da sole, non perdono certo presenza e potenza, ma così montate sono un taglio affilato. Nan Goldin, fin dalle prime proiezioni dei suoi diaporami, più di 40 anni fa, nei locali simbolo della controcultura newyorkese, ha sempre pensato la musica non come un bordone ma come ritmo, come temperatura, come la parola che precisa, la punta che dà senso e provoca l’immagine. La musica è il rifugio della vita che cerca conforto nell’altro.

Nan Goldin, French Chris on the convertible, New York City, 1979 © Nan Goldin. Courtesy Gagosian 

Mettere tutto e saturare ogni atomo. Anche i colori bruciano nelle immagini: incandescenti, rossi cavernosi, i blu glaciali. Senza correzioni cromatiche, anche i colori sono squilibrati verso la dissipazione: tutta l’immagine si consuma. Saturare ma trattare le cose in trasparenza: è tutto lì di fronte a noi senza diaframmi. Spesso le immagini sono illuminate dalla luce artificiale delle camere coi letti sfatti, le luci al neon dei corridoi, degli accendini, i grumi rossi delle sigarette nei bagni dei locali, ai tavoli sporchi e affollati dei club e dei bar; tutto accade a un’ora sempre incerta, quando i blu sono esausti, prima dei rossi, dentro l’incandescenza del flash. La luce artificiale divora i corpi, i lineamenti strisciano sull’immagine. Anche il colore è affetto e restituisce al tempo la sua temperatura. Il colore è il tempo di un passaggio affettivo.

Nan Goldin è una delle artiste più note dei nostri tempi e questa retrospettiva all’Hangar Bicocca ce ne restituisce un ritratto completo e complesso. Durante la conferenza stampa la sua figura minuta, quasi nel buio, illuminata solo di riflesso da bave di luce colorata, appariva come un personaggio lynchiano. Seduta, da sola, di fronte a una moltitudine di persone, era potente, dura, severa. Non una parola sulla mostra, tutte le parole sono state per il popolo palestinese. Lo sguardo verso di noi era tenace e inflessibile. I suoi occhi erano implacabili. Non c’è stata alcuna domanda.

Nan Goldin, Self-portrait at The Other Side, Boston, 1972 © Nan Goldin. Courtesy Gagosian 

Non c’è contraddizione, in fondo; anche le sue opere sono implacabili. Vanno al fondo dell’umano senza compromessi, senza abbellimenti, opponendo alle forze che assediano i corpi una forza di resistenza ostinata in grado di liberare la vita là dove è prigioniera. Urtare contro la propria impotenza è motore di prodigi, resistere all’urto è potenza creatrice.

Quando guardiamo nelle sue fotografie un volto sfigurato dal dolore, un corpo schiacciato dalle dipendenze o una faccia che ride di gioia, pensiamo – e non si può far altro che pensare: è vero. Senza sbavature, senza dubbio alcuno, è vero. Sono immagini disarmate. Ma stringere le opere di Nan Goldin dentro la definizione di diario visivo della sua vita privata o pensarle come resoconto di una comunità, di una larga famiglia elettiva, non esaurisce questa complessità. C’è un’eccedenza attraverso cui il personale si spalanca e ci include. Come si può dire solo io se il con trafigge ogni immagine?

Nan Goldin, Joey in my mirror, Berlin,1992 © Nan Goldin. Courtesy Gagosian 

Nan Goldin era parte di una comunità impossibile governata dal desiderio, dalla fame dell’altro in quanto altro, senza nostalgia e senza ritorno in cui dissipare la propria eccedenza, come se la vita fosse scossa da vibrazioni smisurate che la eccedono e attraggono fuori, su una specie di crinale sul quale non si tiene più a sé, a quanto ci sia di personale in essa ma sul quale si viene trascinati verso l’impersonale che la vita consente di desiderare e raggiungere, nella perdita di sé, di ogni potere ma anche di ogni soggezione. Una comunità di coloro che non hanno una comunità in cui il desiderio non è personale, non appartiene a una coppia ma a una rete di corpi che si cercano, che si chiamano, per sopravvivere. È una forma di solidarietà, un modo di esistere insieme, di resistere insieme. Una dipendenza reciproca che libera e imprigiona. Il desiderio è l’energia politica e affettiva: non rappresenta l’altro, ma lo raggiunge.

Nelle fotografie non c’è distanza tra chi guarda e chi è guardato, ma il solo contatto. E questi contatti sono così disarmati, così nudi e pieni di compassione, che la macchina fotografica scompare. Fotografare è bruciare insieme agli altri, salvare la luce dal buio.

Nan Goldin, Amanda at the sauna, Hotel Savoy, Berlin, 1993 © Nan Goldin.  Courtesy Gagosian 

Ed è questa la potenza di Nan Goldin: la macchina fotografica diventa un mezzo invisibile, le cose avvengono altrove. Gli occhi di tutte quelle persone non guardano la macchina, guardano direttamente Nan. Sono occhi che cercano altri occhi, sguardi che si chiamano e che dicono, in ogni scatto: eccomi. È il contrario del voyeurismo, è partecipazione. Le sue foto non rappresentano, partecipano. La vulnerabilità così esposta non è mai spettacolo ma è dentro la tenerezza di una condizione condivisa, come unico fondo debole della vita. Nessun’altra macchina fotografica è riuscita a fotografare la vulnerabilità dell’umano in questo modo. Perché per renderla visibile a queste intensità il dispositivo deve scomparire e può scomparire solo se l’amore, la fiducia, la relazione sono più forti di ogni diaframma. Le fotografie di Nan Goldin sono tutti i regali che ha ricevuto. Sono immagini di libertà che mescolano tutto in un viaggio che ha per destinazione il vento.

In “The Other Side”, una delle opere più famose di Nan Goldin, sentiamo Marianne Faithful cantare “crazy love is all around me, col tempo l’amore perde la ragione; nonostante ciò so che in qualche modo mi troverai, l’amore è folle, l’amore è cieco”. Ed è tutto in quel nonostante e in quel somehow, che tutto si compie. Le immagini di Nan Goldin chiamano e non fanno altro: chiamano l’altro per trattenere l’amore e la perdita nello stesso istante. Quasi la metà delle persone che vediamo fotografate sono morte, giovanissime, suicide, o per dipendenza, uccise dalla droga, o dall’AIDS. Le immagini non smettono di chiamare e di trattenerli nella vita, senza mancanza o nostalgia. Quelle fotografie sono il punto del contatto in cui la relazione sopravvive alla morte. Non c’è volontà di riportale in vita, non è questione di ricordo o di memoria: queste immagini sono punti di resistenza contro la morte. Vita contro la morte. La questione è non è catturare l’istante perfetto, tutt’altro: è aggrapparsi all’istante che resiste, quel momento in cui si sente che la vita è più della morte e che se riusciamo a trattenerlo allora rimarrà con noi fino all’ultimo.

Una delle serie di foto più toccanti è quella in cui Nan Goldin fotografa la sua amica Cookie Mueller. Queste foto, come alcune altre, si spostano da un’opera all’altra: alcune immagini migrano da un’opera all’altra negli 8 padiglioni che le ospitano nelle navate dell’Hangar Bicocca. Cookie Mueller era una scrittrice e attrice. Nelle foto di Nan Goldin è sempre bellissima. Solo uno sguardo pieno d’amore può mostrare la bellezza. Le foto che Goldin scatta a Cookie Mueller sono numerose. Famose sono quelle del suo matrimonio con Vittorio Scarpati, artista e fumettista italiano. Entrambi muoiono di AIDS a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro. Prima lui, poi lei. Nan Goldin li fotografa fino all’ultimo, anche dentro la bara, come estremo atto d’amore; li chiama per tenerli ancora.

Nan Goldin, Picnic on the Esplanade, Boston, 1973 © Nan Goldin. Courtesy Gagosian 

In questa eccedenza rimane una sensazione di densità emotiva calda; tratteniamo con noi tutti gli sguardi, occhi negli occhi disperati, feroci, teneri o pietosi; i corpi aperti e esposti; i colori netti; le nuvole di fumo che sfocano l’immagine; l’odore dell’alcol e delle sigarette; l’odore delle stanze consumate; teniamo con noi la musica che piega o solleva il nostro sguardo; teniamo per noi la commozione e la sensazione profonda che, malgrado tutto, senza la solidarietà non c’è umanità e che la vita è irrilevante quando la riduciamo a una scialbatura, quando è già tutta dentro la morte. Queste immagini ci trasmettono l’esatto contrario ossia che ogni espressione è una pretesa di vita. Uscendo dal padiglione in cui veniva proiettato “Ballad of Sexual Dependency” d’improvviso sono tornate le frasi conclusive di un libro di Gianni Celati che ho letto 12 anni fa: “Ci hanno mescolato le anime e ormai abbiamo tutti gli stessi pensieri. Noi aspettiamo ma niente ci aspetta, né un’astronave né un destino. Se adesso cominciasse a piovere ti bagneresti, se questa notte farà freddo la tua gola ne soffrirà, se torni indietro a piedi nel buio dovrai farti coraggio, se continui a vagare sarai sempre più sfatto. Ogni fenomeno è in sé sereno. Chiama le cose perché restino con te fino all’ultimo”.

Nan Goldin. This Will Not End Well
A cura di Fredrik Liew. La presentazione in Pirelli HangarBicocca è a cura di Roberta Tenconi con Lucia Aspesi.

Mostra organizzata da Moderna Museet, Stoccolma, in collaborazione con Pirelli HangarBicocca, Milano, Stedelijk Museum, Amsterdam, Neue Nationalgalerie, Berlino e Grand Palais Rmn, Parigi.

Milano, Pirelli HangarBicocca
11 ottobre 2025 – 15 febbraio 2026

Guido Mannucci

Guido Mannucci

Nato ad Atri in Abruzzo nel 1988, attualmente vive a Milano. È laureato in Filosofia, specializzato in Estetica e Teorie dell’Immagine e diplomato in Visual Studies e Pratiche Curatoriali presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. È critico, curatore e teorico dell’arte.

English
Go toTop