Aby Warburg ha fatto della sua attività di studioso un paradigma dell’intellettuale moderno – nel senso in cui è moderno anche Albrecht Dürer, cioè dotato di autocoscienza, e per questo, nei suoi autoritratti (così come nella Melancholia) capace di fare del suo lavoro anche un momento di riflessione su di sé. Le foto più famose di Warburg lo ritraggono mentre legge. È in posa; spesso non guarda in camera. Nella foto di famiglia del 1901, Warburg guarda in basso, immerso nel libro aperto sul tavolo, con la testa appoggiata sulla mano destra e due dita sulla tempia. Separato dal nucleo madre-figlia, con un sorriso accennato sotto i baffi, sembra godere timidamente di una gioia privata proprio nel momento in cui, tramite una foto in posa, si presenta allo spettatore.
E forse più ancora che come i pensatori dell’antichità, Warburg era un intellettuale come lo sono stati alcuni nel novecento, ad esempio Walter Benjamin, il cui pensiero non poteva essere ricondotto né nelle forme istituzionali, né in quelle editoriali standard. Anzi, superare queste forme era proprio l’ambizione ultima del lavoro teorico. E tale lavoro, di conseguenza, richiedeva delle pratiche – o forme di vita – difficilmente conciliabili con la carriera universitaria sempre più burocratizzata, o con l’esperienza della critica, che richiedeva troppi compromessi per essere remunerativa. Fin da giovane, nella sua ricca corrispondenza, Warburg lamentava la difficoltà dell’uomo moderno di trovare spazi del pensiero per l’attività contemplativa – il famoso denkraum. Cercava nella lettura, o nelle lunghe ore in archivio, la scintilla dell’intuizione che gli avrebbe permesso di risolvere i problemi ermeneutici che lo assillavano. Quando trovava una soluzione, questa veniva gettata sulla pagina in forma di appunti densi, veloci, che inseguono la catena di pensieri che nel frattempo già procedeva oltre. Lo schema stilato nel 1907 per mappare i filoni di ricerca che egli aveva seguito fino a quel momento dimostra che l’interconnessione tra i temi, apparentemente impossibile, era in realtà fondamentale per “osservare le cose da ogni lato”, come scrisse in una lettera. La ricerca delle connessioni è necessaria per fare ricerca da un punto di vista teorico.

A posteriori, l’opera di Warburg è costituita non tanto da libri – non ne ha mai pubblicato veramente uno – né da articoli – dei pochi pubblicati in vita, solo pochissimi erano per lui soddisfacenti – né dalle diverse attività di ricerca di cui resta una mole di lettere, carte d’archivio, appunti, e bozze di testi mai completati. Ovvero quei “frammenti” di cui Gertrude Bing ha scritto che sono il nucleo di senso da cui può ripartire sempre un nuovo impulso alla ricerca. Eppure, a cavallo del nuovo secolo, il lavoro di Warburg non era frammentario come nell’ultima fase, quella dell’Atlas Mnemosyne. Questa prima fase, caratterizzata da un rispecchiamento di sé negli oggetti di studio, si rivela un passaggio cruciale per approdare alle scelte successive. Dopo aver terminato la tesi di dottorato su Botticelli, e nella difficoltà di portare a termine le pubblicazioni secondo i requisiti delle riviste accademiche, il giovane studioso si dedica allo studio di alcune figure importanti di artisti e mecenati del Rinascimento quali Francesco Sassetti, Leonardo da Vinci e Albrecht Dürer. Si tratta di un’area di ricerca in cui, all’interesse centrale per la comprensione di un’epoca di transizione, si unisce la ricerca di un nesso antropologico tra arte e società. Negli anni che precedono il ritorno definitivo a Amburgo nel 1903, Warburg sembra cercare nelle vite di artisti e banchieri del passato, scelti per le loro qualità etiche, un modo di collocare la sua identità di erede di una famiglia di banchieri ebrei tedeschi e il suo ruolo futuro di studioso.


In questo senso, al di là del patrimonio di frammenti di testo, della fototeca e dell’Atlas, l’opera più significativa dal punto di vista professionale e sociale è l’istituzione progressiva della KBW-Kulturwissenschaftliche Bibliothek Warburg a partire dal 1905 e fino all’inaugurazione del nuovo edificio nel 1926 (sulla quale si veda il libro di Philippe Despoix). La KBW ha dato una forma personale ma accessibile a tutti i frammenti di Warburg, grazie alla collezione libraria che ne costituisce, per così dire, la chiave. Vi sono poi molteplici aspetti della sua ricerca apparentemente meno centrali, ma altrettanto importanti per delineare la figura dello storico dell’arte “indipendente”: le conferenze divulgative, l’incarico per il Congresso internazionale di storia dell’arte, la filantropia per gli istituti di ricerca storica, e anche la redazione di una rivista sulla guerra tra il 1914 e il 1915. E tutti sono intrecciati, in una fitta trama di arte e vita che, come per le opere, non si può ridurre a una forma lineare.
Al di là del mito, il percorso di Warburg è segnato da esperienze e attività che mostrano il tentativo costante di avere un ruolo anche politico nella vita intellettuale e sociale del tempo. Nella nuova biografia di Warburg Hans Christian Hönes delinea un percorso di carriera come si potrebbe fare in una social history all’inglese: principalmente a partire dalla ricostruzione di un contesto sociale. Prima all’università a Bonn, poi negli anni della ricerca a Firenze, infine nel ritorno ad Amburgo, nell’Impero tedesco in crisi. Nell’università già dilaniata da conflitti tra diverse “scuole” accademiche era difficile trovare un posto per uno studioso autonomo e orgoglioso come Warburg, e anche nella società cittadina così legata alle relazioni di classe, non era facile trovare un ruolo per questo primogenito che aveva rifiutato il suo ruolo naturale di erede. Warburg sentì quindi, almeno fino al ritorno ad Amburgo, il peso di dover dimostrare alla sua famiglia che i fondi spesi per la sua formazione, così come il loro sostegno morale, fossero un buon investimento. E certamente in parte lo furono, se alla sua morte alcuni suoi contributi – uno su tutti, la conferenza su Schifanoia – erano stati già apprezzati nell’ambiente culturale tedesco ed europeo.
Una biografia che intende dare un’interpretazione delle alterne vicende professionali è quindi sia professionale che esistenziale. A vederlo dall’oggi, il mito nato dall’influenza culturale delle sue ricerche sembra universalmente riconosciuto, anche se travisato da molte parti. Una tale biografia in tono minore potrebbe sembrare un tentativo di sfidare il mito, nato subito dopo la morte tra i suoi collaboratori, di uno studioso che ha potuto parlare a generazioni di studiosi di discipline diverse… E certamente così è apparsa a Salvatore Settis, che nella sua recensione del libro ha mancato il punto, criticando la narrazione che Hönes fa della “fama” di Warburg. Nella nuova biografia questo aspetto rimane sullo sfondo, mentre diventa centrale la descrizione del contesto storico-sociale tedesco che, a distanza di cento anni, non conosciamo come potremmo conoscere quello della Parigi di primo Novecento. Scegliere di raccontare Warburg a partire da quelle che sembrano essere le ambizioni intime di gioventù e le preoccupazioni della vita matura ha quindi il senso di riflettere sulla sua complessa identità, sulle relazioni sociali, e sulla percezione del proprio posto nella Storia. Ovviamente, tale scelta implica anche la decisione di non soffermarsi troppo sulla sofferenza psichica, necessario corollario alla costruzione del mito del genio. La dolorosa discrepanza tra aspirazioni e risultati raggiunti, avvertita per tutta la vita da Warburg, è vista invece come motore della determinazione con cui egli ha portato avanti le sue riflessioni, costruendo una figura di intellettuale rigoroso e visionario, seguendo un ideale etico di “aristocratico stoico”.
La distanza temporale è utile allo storico, come sanno i biografi che possono attingere a molte fonti: la distanza che ci separa da Warburg fa sembrare la sua vita una success story, nonostante la sofferenza delle relazioni personali – con la famiglia di origine, con la moglie e i figli, e con i docenti, colleghi e allievi, salvo pochissime eccezioni. Resta comunque, e in questo consiste l’attualità della vicenda biografica di Warburg, l’impressione di un’esistenza incompleta perché sempre proiettata verso il futuro; mai totalmente presente a sé stessa, perché votata alla costruzione di ambizioni e aspettative mai pienamente realizzate; infine, visionaria, perché capace di traghettare nelle discipline più diverse i propri interrogativi sulle immagini.
Hans C. Hönes
Un groviglio di sentieri. Vita di Aby Warburg
ed. orig. 2024, trad. di Mariella Milan
Johan & Levi, 2024
pp. 296, € 40
In copertina: Mary, Marietta e Aby Warburg, Firenze, 1901.
