Venezia post-coloniale. Carpaccio alla Biennale di Architettura

25/05/2023

Per il visitatore della Biennale, il giardino di Carlo Scarpa che collega lo spazio del Palazzo delle Esposizioni alla Biblioteca di solito promette una breve pausa dopo la visita delle prime sale-statement della mostra. Forse più che un giardino si tratta di un cortile, un piccolo chiostro chiuso di trenta metri quadri, un angolo di pace in cui il rumore dell’acqua che scorre lenta tra le piattaforme di cemento rimbomba contro le pareti e dà riposo. Quest’anno, proprio questo spazio al centro del palazzo offre una chiave di lettura per la proposta generale della curatrice Lesley Lokko, dal titolo The Laboratory of the Future: qui la storia della diaspora coloniale africana viene legata alla storia dell’arte veneziana, in particolare alle opere di Vittore Carpaccio che sono riunite a Palazzo Ducale per una mostra monografica (fino al 18 giugno 2023).

Per tornare al giardino. Una passerella in legno si snoda tra le colonne ‘a palmetto’ realizzate con gli stessi pali che fungono da attracchi per le barche nella laguna di Venezia, posti in modo da trasformare le colonne scarpiane in una selva di tronchi puntuti. A terra, nelle piattaforme attorno all’acqua, sono posate molte palmette e asfodeli che danno a questo giardino veneziano l’apparenza di un orto botanico di piante esotiche. Su due pannelli a stampa campeggiano le figure di uomini di origine africana abbigliati alla veneziana che nella tavola originale di Carpaccio, dipinta intorno al 1492, conducono le barchette dei nobili alla caccia lagunare di pesci e uccelli. Nulla sappiamo sulla loro identità, ma potrebbe trattarsi di valletti arrivati a Venezia dopo vari passaggi e non come schiavi. Per esempio, Kate Lowe ha raccontato le storie di alcuni ex-schiavi che lavoravano come gondolieri.

Hood Design Studio, Sweetgrass Walk, installation View, Giardino Carlo Scarpa, Biennale di Venezia, 2023. Photo © Matteo de Mayda.

Le figure di mori – chiamati anche saraceni o etiopi – sono ben visibili in questa piccola tavola che dispone i corpi secondo gerarchie precise: le donne in primo piano (in un pannello oggi al Museo Correr), poi i valletti, i nobili, e infine i lavoratori della laguna. Ovunque, a far da contraltare all’ordine degli uomini, una grande varietà di animali, anche questi ordinati come attributi simbolici. Un dipinto che mostra un mondo organizzato secondo divisioni di genere, classe e razza, in armonia con una natura generosa: così il cumulo passeggero di nuvole nel cielo azzurro rompe con una nota climatica e cromatica un fondo perfino troppo uniforme, del tutto privo di asperità, dove l’acqua specchiante della laguna è in continuità con un cielo terso.

Vittore Carpaccio, Caccia in laguna, c. 1492-94 (The J. Paul Getty Museum, Los Angeles) + Due dame (Museo Correr, Venezia)

L’installazione dell’americano Hood Design Studio è in realtà composta da due parti: l’intervento nel giardino Scarpa, Sweetgrass Walk, e quello nella stanza 15, Native(s) Lifeways. Il primo è un prototipo della passeggiata disegnata per la Gullah Geechee Phillips community in South Carolina, una comunità afroamericana il cui legame con la terra che abita è riconosciuto dagli Stati Uniti. Il secondo descrive la biosfera della zona e mette in questione, come altri lavori in mostra, il concetto di ‘nativo’ dal punto di vista naturalistico e architettonico con foto, qualche testo a muro, e modellini di strutture informali. Nella loro semplicità compositiva, nell’uso di materiali locali e nella produzione snella, questi due interventi racchiudono tutti i temi principali della mostra: l’importanza della diaspora africana nella cultura contemporanea, il rapporto tra architettura e risorse naturali, la nozione di cultura come ibridazione e forse come semplice stratificazione, e infine l’idea che il laboratorio del futuro sia espressione del passato. L’ultimo punto è cruciale: molti testi in mostra ritornano sul rapporto tra architettura e storia, ma una storia riletta in senso decoloniale e diasporico. La mostra di Lokko interroga consapevolmente questa ‘relazione pericolosa’, superando facili ingenuità: per sopravvivere al futuro, bisogna tornare al futuro passato e ricucire le trame che erano state strappate.

Per restare nel padiglione centrale ai Giardini: Counteract dello studio di François Keré segue in la proposta della curatrice mettendo a confronto i cliché architettonici del passato e del presente in West Africa. L’artista di origini nigeriane Olalekan Jeyifous inventa una eco-fiction retro-futuristica africana, ambientata nell’anno ideale 1X72, dal titolo ACE/AAP. Così lo stanzone al piano ammezzato nel retro del Palazzo delle Esposizioni diventa un coloratissimo set con divanetti, modelli architettonici e schermi che ricorda un lounge aeroportuale.

Molte di queste opere, così come i materiali e le strutture dell’allestimento, sono state mantenute dalla Biennale d’Arte che ha chiuso sei mesi fa. Secondo questo principio, la curatrice ha portato a Venezia opere già prodotte per altre occasioni come la bellissima installazione di Ibrahim Mahama Parliament of Ghosts, realizzata per il Manchester International Festival in 2019 con materiali riusati dal una infrastruttura di treni in disuso e altri edifici abbandonati in Ghana. Tra i molti video proiettati nelle sale già costruite alle corderie dell’Arsenale, si trovano materiali molto diversi: montaggi di video di ricerca girati da persone comuni (Ursula Biemann, Devenir Universidad), documentari che narrano la collaborazione tra giornalisti e urbanisti (Killing Architects, Investigating Xinjiang’s Network of Detention Camps), e anche performance didattiche di architetti surrealisti (Grandeza Studio, Pilbara Interregnum: Seven Political Allegories). Lokko pensa all’architettura come una pratica da cui emergono continuamente memorie collettive – una pratica che la filosofia contemporanea chiamerebbe ‘dello scarto’. Ma la curatrice saggiamente non fornisce nuove ricette e non inventa nuove etichette. Il leone d’oro va quindi al lavoro degli architetti di base a Stoccolma DAAR-Decolonizing Architecture Art Research, Alessandro Petti and Sandi Hilal, per progetto italiano Ente di Decolonizzazione – Borgo Rizza (sostenuto dall’Italian Council) che si occupa di riuso di architetture fasciste e allo stesso tempo progetta forme condivise di pedagogia in architettura.

La politica di questa Biennale non risiede tanto nel portare la diaspora africana al centro del discorso – operazione sempre valida ma già vista – ma nel richiamare gli architetti ad una consapevolezza del loro lavoro. Il sapere dell’architetto non è, in questo senso, un sapere tecnico, e nemmeno un sapere ibrido dai contorni sfumati. Si tratta di un sapere specifico dello spazio e delle pratiche di costruzione, che si nutre di molte competenze ma senza perdere la propria identità progettuale. Come Lokko stessa ha dichiarato: «A lot of what you’ll see will be about the construction of the imagination, and of narratives through film, photography, drawings, models – it’s about a world that’s yet to come».

Se la forza dell’immaginazione – intesa come capacità di mostrare ciò che non si vede (ancora) – accomuna tutte le arti visive, anche l’architettura intesa soprattutto come ricerca e progetto può contribuire a questo obiettivo politico. Come le storie delle figure nere di Carpaccio sono, ad una lettura più consapevole, più complesse di quello che si potrebbe pensare, perché rivelano un passato diasporico e un’ibridazione di pratiche, così i progetti in mostra richiedono molteplici strati di lettura. Quante altre figure abitano come fantasmi presenti il progetto di architettura del futuro?

Biennale Architettura 2023
18. Mostra Internazionale di Architettura
Venezia
20.05 – 26.11.2023

Vittore Carpaccio. Dipinti e disegni
Palazzo Ducale, Venezia
18.03 – 18.06.2023

In copertina: Vittore Carpaccio, Caccia in laguna, c. 1492-94, olio su tavola, The J. Paul Getty Museum, Los Angeles

Camilla Pietrabissa

È storica dell'arte moderna, assegnista di ricerca all'Università IUAV di Venezia e docente all'Università Bocconi. Si occupa di storia e teoria del paesaggio, del disegno e dei media. Dopo il dottorato in storia dell'arte al Courtauld Institute di Londra, è stata borsista al Centre Allemand d'Histoire de l'Art di Parigi, alla Fondazione 1563 di Torino e allo Zentralinstitut für Kunstgeschichte di Monaco di Baviera.

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