La mappa di un tesoro perduto. Questo sono le fotografie che nel 1962 fece Ugo Mulas, su precise istruzioni dell’artista, dei graffiti realizzati da Saul Steinberg alla Palazzina Mayer di Milano, a sua volta invitato dallo studio BBPR che la stava ristrutturando. Nel 1997 la palazzina sarà di nuovo ristrutturata, incredibilmente distruggendo la decorazione di Steinberg – della quale ci resta dunque solo la testimonianza di Mulas. Esposte alla mostra Ugo Mulas. I graffiti di Saul Steinberg a Milano, tenutasi dal 14 febbraio al 14 aprile 2024 nella project room di CAMERA a Torino, a cura dell’Archivio Ugo Mulas e di Walter Guadagnini, le immagini sono ora riprodotte nel volume Saul Steinberg/Ugo Mulas, Graffiti, a cura di Dario Borso, pubblicato da Dario Cimorelli Editore (120 pp. ill. b.n., € 28). Per la cortesia dell’autore e degli eredi Mulas si propongono ai lettori di «Antinomie» il testo del curatore e gli inediti provini fotografici relativi a quello storico servizio.
A.C.
Nel 1960 l’industriale cartario Astorre Mayer (1906-1977) affidò la ristrutturazione parziale della sua nuova residenza milanese all’amico Ernesto Nathan Rogers (1909-1969), che per l’atrio d’ingresso propose di far intervenire come decoratore il suo amico Saul Steinberg (1914-1999).
L’architetto e l’artista si conoscevano dai tempi dell’università, al Politecnico, e in seguito li aveva accomunati il medesimo destino di esuli: Steinberg già nel 1941 in America a causa delle persecuzioni razziali, Rogers nel 1943 in Svizzera per sfuggire alla deportazione e alla Shoah[1].
Il rapporto tra i due inoltre era collaudato: per la decima Triennale del 1954 lo studio BBPR, di cui Rogers era socio fondatore, aveva commissionato la decorazione di un “labirinto dei bambini” a Steinberg, il quale operò così: una volta eseguiti i disegni, li fece ingrandire e riportare sulle pareti, dove infine dei giovani assistenti li incisero in sua presenza sull’intonaco fresco seguendo le linee[2].
Nell’aprile 1961 Steinberg, di nuovo in Italia, parlò della proposta con Rogers, che il 18 maggio gli scrive:
“Ho potuto vedere soltanto l’altro giorno i proprietari e sono lieto di dirti che marito e moglie sono d’accordo su tutta la linea.
Ora si tratta di sapere:
1- se hai già qualche idea da proporci.
2- in quale tecnica credi di eseguire i disegni: a graffito?
3- quando pensi di poter venire qui, perché occorrono quindici giorni per predisporre i lavori. Logicamente occorre del tempo onde preparare i muri adatti alla tecnica che dovrai usare.
Come sempre la tua compagnia mi ha arricchito e l’amicizia e la stima ogni volta si rinforzano”.
Passano cinque mesi, e finalmente Steinberg articola la sua proposta, che possiamo desumere dalla risposta di Rogers del 13 novembre:
“Grazie per la tua lettera e per il progetto: siamo stati tutti lietissimi di riceverlo.
La nuova interpretazione della Galleria è bellissima e si presta magnificamente per la decorazione della parete. Il lato opposto, con i simboli – a parte il Don Chisciotte, che è perfetto – mi pare un po’ astruso e intellettualistico, se si vuol intenderne il significato, ma è certo interessante dal punto di vista decorativo. All’Ing. Mayer dispiacciono un po’ i simboli che hai scelto per l’entrata della sua casa (paura, pazzia, odio) e, forse, agli stessi segni si potrebbe dare un altro significato…
Hai dimenticato che occorreva anche un disegno per la parete all’interno del cortile e forse anche attorno al risvolto tra l’atrio e il cortile stesso. L’appetito vien mangiando, e può darsi che si debba pure far qualcosa sulle superfici interne del muro verso strada. Noi, ad ogni modo, prepareremo tutte le pareti e, quando sarai qui, potrai decidere al momento, come hai fatto per il Labirinto.
Situazione pratica: noi abbiamo bisogno di sapere, venti giorni prima, la data del tuo arrivo, che ti prego dunque di telegrafarmi, perché dobbiamo scrostare gli attuali intonaci; stendere l’intonaco nero e mettere quello di finitura per il giorno della tua presenza, in modo che sia fresco quando farai le incisioni. L’intonaco nero sarà di un centimetro e mezzo circa.
Suppongo che ti occorrano degli aiuti per l’esecuzione materiale del graffito e, poiché immagino che non farai i cartoni, tutta l’operazione sarà eseguita qui in tua presenza. Se invece farai i cartoni, che dovranno essere riprodotti da altri, occorre averli per tempo”.
Il 26 novembre Steinberg vola a Parigi, da dove raggiunge Milano. Ai primissimi di dicembre è nella Palazzina Mayer di via Bigli 5, senza cartoni né disegni, ma con una specie di menabò dattiloscritto dove riformula il suo progetto sulla base delle indicazioni fornitegli per lettera da Rogers. Quindi niente più sentimenti negativi, almeno esplicitamente, sul lato opposto a quello raffigurante la Galleria, e in compenso, oltre agli elementi decorativi di alleggerimento in cortile, due nuove scene sul muro interno verso strada, una a sinistra e l’altra a destra del portone d’ingresso, ad aprire e chiudere un ciclo che corre per tutt’e quattro le pareti dell’atrio.

Fondamentale, nel menabò, l’avvertenza iniziale che l’aggiunta a sinistra del portone (come poi la simmetrica a destra) prevede un “autoritratto” e che nell’intero ciclo traspaiono “affinità con Joyce”.
Il 1960 fu per Steinberg l’anno di James Joyce. Già l’8 gennaio scrive all’amico del cuore Aldo Buzzi:
“Sto rileggendo Ulysses di Joyce, anche Finnegan’s [sic] Wake che ora capisco – in parte. Una grande perdita di tempo non averlo capito anni fa.
Da un po’ sto facendo il bilancio di anni perduti, errori strade false, complicità, etc. etc., un elenco che non finisce…
Ho una grande tentazione – ma non coraggio – di scrivere, scrivere può essere un incubo per la duplicità dei mezzi”.
In agosto poi, più esplicito, all’intervistatore dell’American Jewish Committee Oral History Library confida:
“Joyce era un grande puzzle per me, ma mi ha dato un grande coraggio… cioè fiducia, qualcosa del genere, nella possibilità di fare bene ciò che si vuole senza dover essere grande e grandioso.
L’aspetto di Joyce che mi piace e mi ha dato così tanta fiducia è che usava per la sua vita, per la sua opera, se posso dire così… il potere degli elementi microscopici, e normalmente non si valuta l’importanza, la qualità genuina della microscopia. Prima era vero il contrario, il gigantismo. La lode dell’eroe. Ora l’eroe, invece di essere uno che a cavallo combatte il drago e così via, è uno che vive dentro il drago, come fanno Joyce e… io stesso e l’ebreo in generale”.
Pensava evidentemente a Leopold Bloom, l’antieroe dell’Ulysses.
E infine, il 15 dicembre, sempre a Buzzi:
“Sto leggendo una biografia di Joyce, una vita a gusto mio e certamente tuo anche. Rileggo tutto il Joyce anche, un piacere”[3].
In quel 1960 Steinberg smise di lavorare per la pubblicità, come reazione a una fama indesiderata che lo avrebbe voluto Artista (“quando crei nel modo in cui vogliono gli altri”) invece che artista (“quando crei a modo tuo”). E iniziò a pubblicare sul “New Yorker”, l’unica rivista con cui manteneva una collaborazione fissa, tavole “dalla A alla B”, ossia dalla nascita alla morte, dove la linea di congiunzione s’ingarbuglia per finire nel nulla o in un sarcastico alloro, o altre a tema più astratto, sviluppando variazioni sul punto interrogativo e sui labirinti mentali.[4]
Contemporaneamente, richiesto di esprimersi sul rapporto tra arte e realtà, nel trimestrale d’arte “Daedalus” affermò:
“L’artista (e la mia idea di artista, poeta, pittore, compositore etc. è il romanziere) investiga tutte le altre vite con l’obiettivo di capire il mondo e possibilmente sé stesso.
Chiamo me stesso ‘l’ispettore’, e la mia professione è: scoperta di domande, essendo le mie domande i miei sintomi, per così dire, come anche i sintomi degli altri. In altri termini, la mia risposta”. [5]
Dieci anni dopo, nel 1970, a evoluzione sua conclusa, Steinberg sul mensile “Art in America” ribadirà:
“Disegnare è un modo di ragionare su carta.
Molto tempo fa Leonardo disse: ‘La pittura è cosa mentale’. Certamente così è la poesia, la letteratura e la musica… E quando faccio un disegno, sono proprio come uno scrittore. Ho un tavolo – un tavolo più grande, ovviamente; ho bisogno di più spazio. Ma mi siedo e guardo questo pezzo di carta e penso: cosa farò adesso?!”[6]
E aggiungerà: “Se devo dire, lo scrittore con cui m’identifico è Joyce” – anche se, a onor del vero, nella primavera 1962 di ritorno da Milano aveva presentato alla Farrar, Straus & Cudahy più disegni illustrativi del Robinson Crusoe di Daniel Defoe (rifiutati dalla casa editrice), con una motivazione esplicitata sul “Time” solo tre lustri dopo:
“L’artista è in generale un Robinson Crusoe.
Egli deve inventare le sue storie, i suoi piaceri; è riuscito a ricostruire una parodia della civiltà dal nulla. Si fa da sé con l’educazione, con la sopravvivenza, prestando costante attenzione a sé stesso, ma anche creando attorno a sé stesso un mondo mai esistito prima”.[7]
Steinberg conclude il suo lavoro sulla parete lunga di sinistra (7,40 x 4,10) cui nel menabò assegna il numero 2, firmando il graffito e datandolo “5 december”. Il tema è quello subito entusiasticamente accolto dalla famiglia Mayer della Galleria Vittorio Emanuele, che Steinberg aveva trattato già nel 1951 in un acquerello famoso; solo che qui ad esso si sovrappone l’altro tema del labirinto, divenuto centrale verso la fine degli anni Cinquanta, tant’è che Steinberg alla sua terza raccolta di disegni uscita nel dicembre 1960 dette il titolo di The Labyrinth in quanto, come spiega a Buzzi, “contiene una grande varietà di Minotauri, Eroi, Arianne, filo etc.”.

Sul piano tecnico, la novità è invece che Steinberg procede senza assistenti e senza cartoni, ossia per la prima (e unica) volta in assoluto a mano libera, da vero graffitaro. Non dev’essergli stata estranea la vicinanza dell’amico scultore Costantino Nivola, suo dirimpettaio a Long Island, che in un sol giorno dell’agosto 1959 su una parete della mensa dell’Università di Harvard aveva creato insieme al figlio “un murale modernista – combinazione di pittura a fresco e incisione – dipingendo su stucco umido e poi graffiando linee fino alla parete scura sottostante, mentre il tema Età dell’uomo è svolto con una serie di forme caratteristiche lungo la base del graffito”[8].
Sulla parete interessata del cortile di via Bigli, Steinberg appone una seconda data “7 january” che vale per noi da terminus post quem di fine lavoro: con ogni verosimiglianza infatti, egli passò in esterno dopo aver concluso il ciclo dell’atrio graffitando l’aggiunta a destra del portone contrassegnata nel menabò dal numero 6. Si tratta di un secondo “autoritratto”, assai diverso dall’iniziale a sinistra, poiché l’artista ora rappresentatovi ha accumulato l’esperienza narrata sulle pareti precedenti, in una specie di viaggio di due mesi scarsi che richiama potentemente l’Ulysses joyciano[9].
Il 24 gennaio 1962 Ugo Mulas (1928-1973), come preventivato, scattò con la sua Hasselblad in Via Bigli una dozzina di rullini per un totale di oltre duecento foto.
Il 1961 era stato un anno fondamentale per lo stesso Mulas, che durante un reportage estivo sulla Danimarca era rimasto affascinato dal nuovissimo Louisiana Museum of Modern Art e dalle tante opere di artisti d’avanguardia lì esposte. Inoltre aveva iniziato a seguire Lucio Fontana ritraendolo al lavoro nel gesto suo topico, quel taglio rispetto al quale il graffio di Steinberg gli sarà sicuramente parso un illuminante analogon. Nell’estate 1962 poi, alla mostra spoletana Sculture nella città avrebbe incontrato diversi artisti americani, a partire da Alexander Calder già allora amico intimo di Steinberg, grazie ai quali pose la basi per la sua avventura newyorkese di due anni dopo.
Intanto il 15 febbraio Rogers ragguagliava Steinberg, nel frattempo tornato a New York con l’idea di pubblicare qualche foto del suo intervento milanese sul settimanale ad alta tiratura “Life”:
“Benché i primi campioni di fotografie mi siano apparse piuttosto buone, non ho avuto il piacere di inviarteli per tempo e completi.
Il lavoro di Via Bigli è continuamente visitato da passanti occasionali e dai tuoi “aficionados” ed è interessante sentirne i commenti che, per la maggior parte, sono assai favorevoli. Noi siamo sempre assai contenti di aver fatto quest’altro lavoro con te e ci ripromettiamo di continuare con cose ancor più importanti”.
E il 22 maggio:
“Non abbiamo più tue notizie: le fotografie ti sono state spedite in ritardo, ma ormai da molto tempo. È stata fatta la pubblicazione su ‘Life’? Qui il tuo lavoro continua a destare interesse”.
Le foto non comparvero mai sulla rivista né altrove, e mai più i due amici avrebbero avuto modo di collaborare. Anzi, quasi quarant’anni dopo Steinberg, l’unico ancora vivo dei quattro partecipanti all’avventura di Via Bigli, seppe da Buzzi del disastro: la Palazzina Mayer, venduta alla morte del proprietario, nel 1998 era stata ristrutturata senza riguardo alcuno al graffito, che scomparve così con i detriti. Unico triste reperto, una brevissima intervista rilasciata al “Corriere della Sera” da Maria Modena Mayer: “Ricordo che fu mio padre a commissionare il graffito nel 1961. Non posso dimenticare i mesi di lavoro di Steinberg, nell’ingresso di casa. Era un personaggio affascinante, molto originale, si intratteneva spesso a parlare con noi. Diceva che Don Chisciotte era un precursore della psicoanalisi, perché prendeva sul serio i mostri e li combatteva”[10].
Bibliografia essenziale
Giuliana Altea e Antonella Camarda (eds.), Nivola. La sintesi delle arti, Ilisso, Nuoro 2015.
Deirdre Bair, Saul Steinberg: A Biography, Doubleday, New York 2012.
Francesco M. Cataluccio, “Palazzina Mayer”, in Marco Belpoliti (ed.), Steinberg. A-Z, Electa, Milano 2021.
Jessica R. Feldman, Saul Steinberg’s Literary Journeys: Nabokov, Joyce, and Others, University of Virginia Press, Charlottesville 2021.
Elio Grazioli, Ugo Mulas, Bruno Mondadori, Milano 2010.
Ugo Mulas, New York, arte e persone, Longanesi, Milano 1967.
– Lucio Fontana. Spazialismo, Achille Mauri ed., Milano 1968.
– Danimarca 1961, Humboldt, Milano 2018.
Will Norman, Transatlantic Aliens: Modernism, Exile, and Culture in Midcentury America, Johns Hopkins University Press, Baltimore 2016.
Marco Paganoni (ed.), Per ricostruire e ricostruirsi: Astorre Mayer e la rinascita ebraica tra Italia e Israele, FrancoAngeli, Milano 2010.
Arturo C. Quintavalle, Conversazioni con Ugo Mulas, Istituto di storia dell’arte, Università di Parma, Parma 1973.
Ernesto N. Rogers, Esperienza dell’architettura, Einaudi, Torino 1958.
Joel Smith, Saul Steinberg: Illuminations, Yale University Press, New Haven-London 2006.
Luigi Spinelli, I labirinti di Saul Steinberg, in “Territorio”, (76) 2016.
Saul Steinberg, The Labyrinth, Harper & Brothers, New York 1960.
– Drawings for the “Children’s Labyrinth”, 10th Triennale of Milan 1954, Nieves Books, Zurich 2014.
– Lettere a Aldo Buzzi 1945-1999, Adelphi, Milano 2002.
Mario Tedeschini Lalli, Descent from Paradise: Saul Steinberg’s Italian Years 1933-1941, in “Quest”, (2) 2011.
Iain Topliss, Saul Steinberg, Delpire Éditeur, Paris 2008.
[1] Quanto a Mayer, console onorario d’Israele e presidente della Comunità ebraica milanese, subito dopo la guerra aveva organizzato nel parco della sua villa di Tradate un grosso centro di raccolta dei sopravvissuti, che da lì partivano per la Palestina.
[2] Precedentemente Steinberg nei quattro murales allestiti in USA aveva usato tecniche diverse dal graffito (olio su tela pannelli o ingrandimento fotografico montato su pannelli riportato su pannelli e pareti).
[3] Ancora il 9.X.1961: “Leggi la biografia di Joyce di Elmann” (uscita due anni prima).
[4] Cfr. ad es. i nn. del 24.IX e 8.X.1960, 28.I e 29.VII.1961, secondo una dinamica che si compirà nelle illustrazioni a Paul Tillich, My Search for Absolutes, Simon & Schuster, New York 1967.
[5] N. monografico “Visual Arts Today”, (1) 1960, pp. 124-126.
[6] G. Glueck, The Artist speaks: Saul Steinberg, (12) 1970, pp. 110-117.
[7] R. Hughes, The World of Steinberg, 17.IV.1978, pp. 92-96.
[8] Così la nota d’agenzia dettata dallo stesso Nivola, che l’anno prima aveva graffitato (senza pittura a fresco) la facciata della chiesa di Nostra Signora d’Itria a Orani.
[9] Come potente è la tentazione di parodiare Joyce titolando noi l’autoritratto finale A Portrait of the Artist as a Grown Man.
[10] Steinberg iniziò a leggere il Don Quijote di Cervantes nel 1942 a Santo Domingo, tappa intermedia del suo esilio, per imparare lo spagnolo.
In copertina: i graffiti di Saul Steinberg alla palazzina Mayer fotografati da Ugo Mulas, 1962 © Eredi Ugo Mulas
