Jarry vs. Marinetti. Qualcosa su guerra e pace

28/05/2024

Stando alla sua autobiografia postuma, Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) incontrò Alfred Jarry (1873-1907) verso la fine del 1902 nei corridoi de “La Revue blanche”, mensile di punta dell’avanguardia letteraria parigina[1]. Alla notizia, Marinetti aggiungeva un gustoso cammeo futuristicamente privo d’interpunzione:

Magrolino trentenne a viso emaciato alcune cordicelle a guisa di bottoni della giacca troppo larga e certo non sua faceva oscillare dei pantaloncioni rattoppati ed era in un tempo di vita quasi gratuita nella città ricchissima una irriducibile bandiera della indispensabile proprietà
Tenero affettuoso grato per un nonnulla mi seguiva ovunque ed io mi ostinai nonostante certi stupori suscitati in giro a introdurre nei salotti più eleganti il più scalcinato genio che si potesse immaginare.
La cosa mi fu facile perché Parigi allora aveva una salottiera passione per gli ingegni creatori e per le vivide intelligenze
Mi rivedo con Jarry nel fastoso salone di Madame Périer dove dalle quindici alle ventidue sfilavano trenta o quaranta declamatori o declamatrici di tutte le età bellezze pance mammelle zazzere barbe e celebrità

Ora, Madame Périer è citata sì nelle biografie più accreditate dei due autori[2], ma sempre e solo sulla scorta della fonte qui citata senza mai specificare altro (nemmeno il nome), mentre è notorio che Jarry all’epoca frequentava con un ruolo spesso di mattatore il salone ambitissimo della scrittrice Rachilde, di cui era intimo amico da un decennio[3].

È da dire poi che Marinetti, il quale faceva la spola tra Milano e Parigi scrivendo in francese, aveva pubblicato fino ad allora solo undici poesie sulla milanese “Anthologie-Revue de France et d’Italie”, due pezzi sulla “Revue blanche” e il poema epico La Conquête des Êtoiles per le Edizioni del bimensile “La Plume”, mentre Jarry, popolarissimo fin dalla messa in scena nel 1896 di Ubu Roi, era arrivato a dieci volumi di prose sperimentali editi dal “Mercure de France” o dalla “Revue Blanche”, dove teneva da un paio d’anni una rubrica di recensioni e una di elzeviri intitolata Spéculations.

Assai più facile quindi che l’inseguitore sia stato Marinetti, mentre verissimo che Jarry era povero in canna e sempre intento a piazzare ovunque i suoi prodotti. Non c’è da meravigliarsi dunque se a inizio 1905, quando Marinetti grazie alle sue cospicue risorse economiche fondò il mensile “Poesia”, rassegna internazionale bilingue, tra i vari autori francesi del momento avesse interpellato come collaboratore anche Jarry.

Così a fine maggio lo sventurato rispose con due inediti, annunciati immediatamente nel mensile come di prossima uscita. Essi sono legati da un solidissimo filo: l’antimilitarismo, di cui Jarry aveva dato ampia prova nel 1897 con Les Jours et les Nuits, sottotitolato appunto “romance d’un disérteur”, e su cui tornava spesso nelle sue Spéculations, sin da Protegéons l’armée del maggio 1901, seguito a ruota in luglio da Le rire dans l’armée, in agosto da La suppression du sabre, in novembre da Les Fusils transformés.

Ora, se l’esercito era un chiodo fisso, il fucile moderno ne era in questi elzeviri la punta, come dimostra il seguente miniflorilegio[4]:

Se riflettiamo seriamente sull’armamento della fanteria, uno sgravio s’impone: la soppressione del fucile. Sarebbe banale ribadire che le pallottole perfezionate sono assolutamente inoffensive, poiché trapassano più uomini con una tale velocità, che costoro non ne sono affatto importunati.
Il fucile moderno è dunque solo un’arma i cui effetti sono invisibili, silenziosi, di un’innocuità perfetta, ossia nulli.
Così siamo condotti a stabilire che non è affatto desiderabile lavorare, come certi utopisti, alla pace universale mediante la soppressione dell’esercito; manca poco che esso medesimo non sia l’agente pacificatore e in ogni caso l’elemento più pacifico della nazione.
Ci piace vedere nel soldato, sovraccarico delle sue gavette e borracce e delle sue armi bianche e di queste armi da fuoco in fondo più benigne della selce della preistoria, un archeologo che non fa del male a nessuno esibendo la sua collezione come l’ha esibita a Longchamp[5] il 14 luglio, ed erano anche in parecchi.

Il primo inedito, ironico fin dal titolo storpiato, uscì nel numero di giugno-luglio 1905 col sottotitolo redazionale “Poema in prosa” e costituisce l’esordio di Jarry in Italia, seppur in francese. Lo spunto è dato dalla guerra russo-giapponese, scoppiata l’11 febbraio 1905 e conclusasi il 28 maggio successivo con l’annientamento della flotta russa a Port Arthur.

IL FUCJ-YAMA

L’eccellenza dell’armamento dei Giapponesi, confermata dai loro trionfi, consiste nei loro cannoni da 305 millimetri[6] così come nella loro impareggiabile moschetteria[7].

Ma l’abitudine che ha questo popolo sottile di esprimersi in frasi avviluppate, allegoriche e volutamente oscure fa sì che nessuno abbia penetrato il segreto della difesa nazionale nipponica.

Si sa tuttavia che l’invenzione della polvere da sparo e delle armi da fuoco risale, presso i popoli dell’Estremo Oriente, alla più remota antichità; tanto che i Cinesi e i Giapponesi, probabilmente scettici duemila anni fa sull’uso mortale del salnitro, preferivano impiegarlo per benigni fuochi d’artificio[8].

Le prime missioni che penetrarono in Giappone[9] appresero che Tokyo era difesa da un cratere aperto donde potevano sprigionarsi a intervalli delle esplosioni, fuoco e fumo. E da allora si è accreditata e perpetuata grazie agli atlanti la leggenda – confusione peggiore di quella tra una lucciola e una lanterna[10] – che c’era una montagna alta tremilasettecentocinquanta metri – la gittata del fucile – del fucile yama[11].

Se si obietta poi che il presunto vulcano è assai poco in attività, chi sosterrebbe che un’arma da fuoco può essere a getto continuo?

Nelle religioni orientali, Yama designa invariabilmente il dio della morte[12].

Il nome del fucile giapponese è dunque giusto – così come quello della Lunga Carabina dell’eroe di Fenimore Cooper: Morte Certa[13].

E i piccoli giapponesi, vista l’ignoranza europea circa la geografia della loro isola, appoggiandosi alla loro arma devono esplodere, come Occhio di Falco, in una bella risata silenziosa.

*

Il secondo inedito uscì nel numero di settembre 1905, col medesimo sottotitolo redazionale:

LIRISMO MILITARISTA

Sollecitudini commosse e ostinate verso i soldati militari indigeni. Il pennacchio, questo prestigio, questo volano eternamente lanciato e sempre riconquistato, la cui racchetta è il fulminante cervello stesso del militare, noi abbiamo consacrato una parte importante delle nostre longevità a non lasciarlo declinare nel fango. E abbiamo fatto voto di mantenerlo sempre alto e fermo e lontano da noi, mediante la molletta per impedire che piovano sulle nostre teste le stelle. Il pennacchio, dunque, come sa ogni borghese coraggioso[14], offre, fluttuando sopra una mischia (la sua densità è apparentemente molto debole e può essere valutata a -I89)[15], quell’aspetto appagante del mazzetto di vischio che corona un edificio[16]. I nostri attuali generali, per via delle foglie di quercia, care ugualmente alla specie maggiolinica (melolontha vulgaris)[17], discendono un po’ dai Druidi… dritto come una falce[18].

Enrico IV, il re pollo lesso[19], nonostante l’ascella asprigna e i piedi fumanti[20], metteva una certa leziosità nel conservare per contro il candore del suo pennacchio smagliante. Ma i tempi sono cambiati: l’ampliamento dei campi di battaglia, prezioso progresso delle guerre modern-style, era inevitabile stanti il perfezionamento della portata delle armi e la lodevole preoccupazione d’una certa stampa di offrire alla sua clientela del nuovo, del sempre nuovo. Preoccupazione remunerata d’altronde; c’è evidentemente un rapporto tra il quotidiano da un soldo e il soldo non meno quotidiano con cui il soldato si ristora, sbevazza e guadagna i favori delle donne. L’ampliamento dei campi di battaglia, dicevamo, porta, come abbiamo dolorosamente notato controllando de visu sulla carta le operazioni della guerra russo-giapponese, al “rialzo” del pennacchio, affinché sia percepibile da tutte le distanze anche a viste medie.

Si possono veder volteggiare su Parigi, vicino alla stazione St. Lazare, sistemi di aquiloni sovrapposti e di colori curiosamente vistosi e diversi (blu, bianco, rosso), che sono senza dubbio le modeste premesse dei tentativi di un cappellaio o chepillaio[21] militare in vista della “sopraelevazione” del pennacchio. Strategicamente, i piani obliqui e differentemente obliquabili dei tre aquiloni possono agevolmente essere muniti sotto di uno specchio polemoscopico[22], che si punta con un cannocchiale onde spiare i movimenti del nemico; più semplicemente, di apparecchi fotografici registratori[23]. Deploriamo che l’industriale non abbia sostituito gli aquiloni di forma corrente con il grande multicellulare dell’ingegner Lecornu[24]. In ogni caso, questi apparecchi sono assai utili se si desidera valutare in quale senso soffia il vento della vittoria.

Il piccolo sistema è fissato al casco tramite un portamulinello per canna da mosca, sistema Wyers Brothers[25], ma modificato appositamente per contenere qualche migliaio di yard di corda per pianoforte con 1\2 millimetro di sezione.

Una puleggia con centro girevole d’acciaio impedisce che una bufera causi al portatore dei “testa destr” o “testa sinistr” imprevisti. Il sottogola[26] assicura la perfetta aderenza dell’apparecchio; non sembra che nel caso di portatori montati sia necessario fissare quest’ultimo con una barra al corpo della sua montatura, come si fa per i modelli ridotti in piombo e come usavano i Centauri, il che spiega la loro doppio natura e le accuse rivolte contro il loro peccato di bestialità[27].

L’Aeroplano ha questo di buono, che funziona post mortem, o più esattamente post necem[28], dopo la caduta dell’amatore.

Un pallone dotato di un generatore a gas ad innesco automatico, o meglio utilizzante quelli di decomposizione, produce un vantaggioso simulacro di resurrezione dei morti che, rimessi così in piedi, forniscono ancora un servizio perpendicolare e indefinito, senza che altri tranne le loro vedove o i loro eredi percepiscano cupidamente ricchezze per la loro pensione.

Un impennacchiato più pacifico è…, citiamo dal Courteline[29]:

“È il tambur maggiore[30] e la sua mazza d’acero
Che costui lancia assai più su dell’albero.”

Simile al boomerang australiano che torna in mano al suo mittente, la mazza del tambur maggiore non manca mai il suo scopo, che è di entusiasmare le folle. È tuttavia da temere che invece lo scettro dal pomo d’oro lanciato allo zenit tradisca l’attesa e rovini il prestigio del suo proprietario guadagnando per la via più breve e più sonora il suolo… secondo la legge di caduta dei gravi.

Così proporremmo una leggera modifica: la mazza di tambur maggiore smontabile in due, più portatile in caso di mobilitazione, senza incoerenza tuttavia, visto che i due componenti vi saranno uniti da uno spago, e ben più adatta in questa forma a gesticolazioni artistiche: il bilbocchetto[31] militare.

*

Intanto nel numero di agosto 1905 di “Poesia”, a mezzo dunque tra i due contributi di Jarry, Marinetti aveva levato un’ode À l’Automobile, il cui incipit suona:

Dio veemente d’una razza d’acciaio,
Automobile[32] ebbro di spazio,
che scalpiti d’angoscia, il morso dai denti stridenti!
O formidabile mostro giapponese dagli occhi di fucina,
nutrito di fiamma e d’olî minerali
affamato d’orizzonti e di prede siderali

eccetera. È l’inizio di una corsa che lo porterà dritto al Manifesto del futurismo, uscito nel numero di gennaio 1909, e precisamente al suo punto quarto: “Un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia”.

La similitudine è tratta di peso dal saggio La nuova arma: la macchina pubblicato a fine 1904 dal teorico del nazionalismo imperialistico Mario Morasso, che comparirà nel numero di luglio-settembre 1906 di “Poesia” col “frammento di prosa poetica” L’artigliere meccanico, dove a protagonista è la futuristica “cannoniera automobile”: “come si insinua il corridore sul seggio e contro il volante della sua vettura da corsa, così dentro a questo concavo guscio di acciaio si rinchiuderà, qualche momento prima della mischia, l’artigliere-meccanico dell’avvenire!”.

Uno slittamento dallo sport alla guerra che Marinetti approva subito affiancando al “frammento” morassiano un Éloge de la dynamite definita in chiusa “un modo allegro di fecondare la terra” e sancendo poi l’alleanza coi nazionalisti nel punto nono del Manifesto: “Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo”.

Quanto al ciclomane Jarry che, pur prefigurando l’aeroplano, ne Le Surmâle del 1902 aveva fatto vincere a un tandem a cinque la corsa di diecimilamiglia contro un treno a trazione elettrica, concluderà presto i suoi giorni grami lavorando a La Dragonne, romanzo dove il protagonista distrugge un esercito intero mettendosi al centro di un tiro incrociato.

PS. In un abbozzo di incipit al Lirismo militare par di vedere una lungimirante presa di distanza dal collega:

Noi non intendiamo col termine “lirismo militare” l’abituale musica regolamentare – rumore regolamentare, ha detto un saggio –, per quanto gli adepti di quest’arte godano ad acconciarsi con una lira ricamata sulle maniche dei loro abiti.
Né abbiamo in mente quelle poesie trascinanti che cantava alla testa delle truppe greche l’immortale Tirteo, zoppo ma bellicoso[33].
Si tratta di un altro lirismo, il pennacchio.

O pernacchio? Merdre!

È possibile leggere il Fucj-Yama in francese qui e il Lirismo militaresco qui


[1] F. T. Marinetti, La grande Milano tradizionale e futurista. Una sensibilità italiana nata in Egitto, Mondadori, Milano 1969, p. 244.

[2] Cfr. ad es. Claudia Salaris, Marinetti: arte e vita futurista, Editori Riuniti, Roma 1997, e A. Brotchie, Alfred Jarry: una vita patafisica (2011), Johan & Levi, Milano 2013.

[3] Moglie del direttore del “Mercure de France”, altro mensile d’avanguardia, era in buoni rapporti con Marinetti, tanto da pubblicarne nel 1905 la “tragedia satirica” Le Roi Bombance, ma negli anni Venti polemizzò con lui, come testimoniato dall’autobiografia di Marinetti, che aveva dunque buon motivo per oscurare il ruolo di lei nell’incontro con Jarry.

[4] Come tutto il resto, mai tradotto in italiano, né in altra lingua. In predicato qui è il Lebel modello 86 perfezionato nel 1893, primo fucile d’ordinanza al mondo a polvere infume, con otturatore scorrevole e capacità di otto cartucce metalliche.

[5] Ippodromo parigino, sede della parata militare per la festa nazionale francese.

[6] In dotazione alla marina giapponese, protagonisti della Prima guerra mondiale.

[7] Il moschetto fu arma dominante dal 600 agli anni 70 dell’800, quando venne gradualmente sostituito dal fucile a retrocarica.

[8] Dal 600 in poi il salnitro, comburente della polvere da sparo, era detto “sale della Cina”.

[9] Durante la seconda metà del 500.

[10] Letteralmente “del Pireo con un uomo “, modo di dire analogo che trae spunto dalla favola di Esopo, ripresa da La Fontaine, La scimmia e il delfino.

[11] Il Fuji-Yama, che letteralmente significa “Immortale Monte”, è alto 3.776 metri. Il fucile migliore dell’esercito giapponese era allora il Type 38 Arisaka dalla gittata massima di 2.350 m.

[12] Lo è precipuamente nella religione hindu.

[13] Il protagonista de L’ultimo dei Mohicani (1826) è soprannominato sì Lunga Carabina e Occhio di Falco, ma questa è un’invenzione di Jarry.

[14] Nell’ultima strofa della canzone popolare La Prise de la Bastille un “bourgeois de courage” esorta i cittadini “a vincere o morire”. Il testo risale al 1790, ma la musica era quella di Vive Henry IV, canzone risalente al 1774 che con la Restaurazione sostituì La marseillaise come inno nazionale.

[15] Una densità negativa dunque…  Il pennacchio di piume bianche di struzzo, issato sul suo elmo per la prima volta da Enrico IV nel 1590, fu abolito con la Rivoluzione francese (da ciò l’esponente [17]89).

[16] Equivalente alla nostra frasca posta sul tetto degli edifici ultimati.

[17] Ne L’obéissance active, una spéculation dell’ottobre 1902, Jarry stabilisce “due tipi di obbedienza come ci sono due tipi di sodomia, come si osserva nei maggiolini: attiva e passiva”, caratteristica degli ufficiali la prima, della truppa la seconda. Le foglie di quercia erano decorazioni dei generali francesi.

[18] Notoriamente curva. I druidi erano antichi sacerdoti celtici tra le cui funzioni spiccava il sacrificio umano.

[19] Famoso lo slogan del re amatissimo in risposta alle carestie: “Un pollo lesso domenicale con verdure per ogni lavoratore”.

[20] Cfr. il favorito del re Théodore Agrippa d’Aubigné, Les Avantures du baron de Fæneste, IV, 7, a significare un’igiene approssimativa.

[21] Il chepì era un copricapo dell’esercito francese.

[22] Neologismo da pòlemon skopeìn, “osservare la battaglia”.

[23] Lo svizzero August Vautier-Dufour il 14 marzo 1901 aveva brevettato il telephot, apparecchio per fotografare a distanza.

[24] Léon Lecornu, professore di meccanica all’école Polytechnique, pubblicò nel 1901 Les Cerfs-volants.

[25] Titolari a Parigi di un grosso negozio di pesca frequentato da Jarry, che per lunghi periodi si cibò di soli pesci da lui pescati nella Senna.

[26] Nel 1901 vennero fatte delle prove per un nuovo casco della cavalleria leggera.

[27] Sinonimo di zooerastia.

[28] “Dopo l’uccisione”. Il primo volo riconosciuto ufficialmente avvenne il 12 novembre 1906.

[29] Citazione non individuata del prolifico scrittore satirico George Courteline, che si era visto censurare nel 1886 Les gaietés de l’escadron.

[30] Direttore di banda militare. L’acclamatissima operetta di Jacques Offenbach La fille du tambour-major (1879), ricca di canti militari, chiude citando il rivoluzionario Chant du Départ (1794), tuttora eseguito spesso nelle cerimonie ufficiali accanto a La Marseillaise.

[31] Palla di legno forato legata a un bastoncino terminante con una punta; il gioco consiste nel far saltare la palla, ricevendola poi sulla punta che s’incastra nel foro.

[32] Sostantivato maschile (solo dal primo dopoguerra prevarrà il femminile) e con l’iniziale maiuscola (trattandosi di un dio).

[33] Il Manifesto apre con una cronaca della notte di fondazione, la cui katastrophé cade quando “noi udimmo subitamente ruggire sotto le finestre gli automobili famelici. – Andiamo, diss’io; andiamo, amici! Partiamo! Finalmente, la mitologia e l’ideale mistico sono superati. Noi stiamo per assistere alla nascita del Centauro e presto vedremo volare i primi Angeli! […] Ci avvicinammo alle tre belve sbuffanti, per palparne amorosamente i torridi petti. Io mi stesi sulla mia macchina come un cadavere nella bara, ma subito risuscitai sotto il volante […] ed ecco ad un tratto venirmi incontro due ciclisti, che mi diedero torto, titubando davanti a me come due ragionamenti, entrambi persuasivi e nondimeno contradittorii. Il loro stupido dilemma discuteva sul mio terreno…. Che noia! Auff!… Tagliai corto, e, pel disgusto, mi scaraventai colle ruote all’aria in un fossato […] Una folla di pescatori armati di lenza e di naturalisti podagrosi tumultuava già intorno al prodigio. Con cura paziente e meticolosa, quella gente dispose alte armature ed enormi reti di ferro per pescare il mio automobile […] Credevano che fosse morto, il mio bel pescecane, ma una mia carezza bastò a rianimarlo, ed eccolo risuscitato, eccolo in corsa, di nuovo”. In realtà quel pomeriggio del 15 ottobre 1908 l’Isotta Fraschini uscì distrutta e Marinetti si lacerò il polpaccio rimanendo claudicante per un po’, ma soprattutto si spaventò a tal punto da non guidare mai più in vita (per tacere degli Angeli-aerei, cui era sommamente allergico…).

Dario Borso

ha insegnato Storia della filosofia all’Università degli Studi di Milano ed Estetica alla Facoltà di Architettura del Politecnico. Studioso di Hegel e Kierkegaard, di cui ha curato parecchie opere in italiano, è noto soprattutto per le sue traduzioni da Arno Schmidt e Paul Celan (“Microliti”, Zandonai 2010 e in edizione accresciuta come e-book Mondadori 2020; “Oscurato”, Einaudi 2010; “Poesie sparse pubblicate in vita”, nottetempo 2011; “La sabbia delle urne”, Einaudi 2016; Blok-Celan, “I dodici”, L’arcolaio 2018). Editore in proprio all’inizio del millennio con la microcasa editrice Il Ragazzo Ubiquo, ha finora animato cinque edizioni del premio di poesia Baghetta, e adesso che è in pensione s’interessa di fotografia (curatela di Ugo Mulas, “Danimarca 1961”, Humboldt 2018) e design (Aa.Vv., “Saft”, Corraini 2019). Sue fatiche recentissime: la curatela di Marion Poschmann, “Le isole dei pini” (Bompiani) e di Lev Šestov, “Sradicamento” (con Valentina Parisi, Morcelliana) e la pubblicazione di suoi antichi “Tre quadernetti indiani” (Exòrma).

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