Il bisognino. Un sabotaggio

Tommaso Landolfi, un’intervista difficile

Il primo gennaio 1963 Tommaso Landolfi è insignito, nella città di Urbino, del premio letterario Montefeltro 1962 per l’opera In società. La giuria, presieduta da Carlo Bo, è composta da De Robertis, Luzi, Traverso, Guttuso, Piccioni e Varese. Alla cerimonia di premiazione è presente una troupe televisiva della Rai per la cronaca dell’evento. Come è naturale che sia, immaginiamo che l’organizzazione del premio si sia impegnata con i giornalisti televisivi per un’intervista al vincitore. È nondimeno arcinota la repulsione di Landolfi nel comparire in foto o in televisione. Si direbbe perciò che gli organizzatori giochino d’azzardo, che facciano una promessa difficile da onorare. Ma, non potendo riconoscere in tali personalità savissime l’approssimazione e l’avventatezza, sospetto che Traverso e Vallecchi sappiano il fatto loro, e difatti l’intervista davanti alle telecamere si realizza. Il contributo filmico, oggetto del presente scritto, è tratto dal programma della RAI: Tommaso Landolfi, un’intervista difficile. Arti e scienze, num. 188 (1963).

Il girato, dalla durata di due minuti e qualche secondo, rappresenta l’unica testimonianza audiovisiva esistente, o quanto meno conosciuta, in cui Landolfi risponde alle domande di un intervistatore. Si tratta di un documento eccezionale nel senso letterale del termine, perché costituisce un’eccezione, un’infrazione vera e propria di una condotta perseguita dall’autore con pervicacia sempre e ovunque. Per questo, a una prima visione, le immagini televisive in bianco e nero stinto, annebbiato, appaiono intrise di un’atmosfera tesa, precipitante e furtiva. Gli attori sulla scena sembrano investiti da un’urgenza; le loro reazioni e i loro atteggiamenti sono segnati da un’ombra di perplessità sull’opportunità di quell’improbabile confronto davanti alle telecamere. Sebbene Landolfi sia insofferente e affronti l’intervista come turandosi il naso, l’eccezionalità del documento risiede anche nel fatto che, come meglio vedremo in seguito, con poche parole riluttanti e svogliate lo scrittore tratteggia in modo codificato ma perentorio alcune rotte fondamentali della sua costellazione poetico-esistenziale.

Da questo momento a scrivere non è più uno spettatore generico, il commento non è più figlio di una prima visione. La vista si fa ulteriore, attraversa l’immagine, tentata irresistibilmente dal non detto e dal non visto, dal sottinteso, da un ipotetico, plausibile sottotesto. Per cui, andando più addentro, se riguardo e rifletto su ciò che dice Landolfi e su come lo dice, sono condotto a concludere che è probabile che domande e risposte siano prestabilite e che tutto, parole, tono, ritmo delle battute, movimenti, facciano parte di una recita, di una rappresentazione eseguita secondo le modalità caratteristiche della creazione di finzione.

Questa ipotesi è corroborata dall’effettiva modalità con cui avviene l’intervista a margine della cerimonia di premiazione. Per vincere la riottosità di Landolfi, si fanno avanti due intervistatori d’eccezione: il traduttore-critico Leone Traverso e l’editore Vallecchi. Quest’ultimo presenzia senza intervenire; Traverso, con in mano il microfono, gioca il ruolo dell’intervistatore. Dal singolare esito possiamo inferire come prima cosa che Landolfi, pur disposto a ingoiare il rospo dell’intervista, non può tollerare che a rivolgergli le domande sia un giornalista. Non è disposto a confrontarsi con un non addetto ai lavori. Se deve parlare, deve farlo con uno del giro che giochi la parte del complice, faccia da spalla. Pur ammettendo che il giornalista designato abbia letto i suoi libri, la sua professione lo rende inadatto al confronto. Non è questione di competenza letteraria, si badi, ma di status. Perché qui, alla fine dei giochi (o all’inizio), ci troviamo di fronte alla messa in scena del triangolo ideale del sistema letterario: il triangolo autore-critico-editore. Landolfi fa in modo che, scientemente o meno, con la sua riluttanza e le sue impuntature idiosincratiche, si giunga a questo epilogo. Intervistare Landolfi significa mettere sotto i riflettori l’intero sistema letterario e, in definitiva, come vedremo tra breve, delegittimarlo. Sembra, insomma, che Landolfi abbia deciso di capitalizzare al massimo un’intervista concessa obtorto collo, per restituire un’immagine autentica di sé, scrittore in conflitto con il sistema letterario di cui malgré lui è materialmente prigioniero.

Sembra, perché “immagine autentica” non vuol dire vera; in un simile gioco di ruoli, la veridicità, la sincerità, l’onestà se volete, sono categorie del tutto impraticabili. Le immagini sono autentiche per il solo fatto d’esser le sole possibili di un evento irripetibile, probabilmente eterne (considerato il formato digitale) e sempre uguali a sé stesse. Se si tratta di farsa, di falsificazione, essa si presenta come unica e definitiva, quindi, in ultimo: necessaria. Il falso necessario conduce in sé l’autentico.

Più sopra ho impiegato il termine “codificare” per indicare la comprensione dell’insieme delle strategie espressive e comunicative che Landolfi attua durante l’intervista. Aggiungo che ogni atto di Landolfi ripreso dalle telecamere è inserito in questo codice: ogni elemento (prossemico, espressivo, fonico-linguistico), ogni dettaglio, ogni sfumatura è parte di tale insieme compatto (che dunque ora appare intenzionale, costruito, cerimonioso, ironico, intellettualistico). Ciò a cui si assiste non è lo scrittore che scimmiotta i suoi personaggi, come lascia intendere la voce fuori campo, ma la vidimazione in corpore vili di quella compattezza aliena che ho conosciuto nella sua scrittura. Le immagini, perciò, destabilizzano. L’iniziato alla narrativa landolfiana, colui che non sa nulla dell’uomo ma ha percorso il suo misterioso universo narrativo, va alla ricerca proprio di questo uomo reale negato; lo brama, perché vuole esaltarsi nell’esperienza dell’immedesimazione. Parte del potere, del fascino della letteratura risiede nel dato ovvio che ogni opera implichi un autore reale; ciò discende forse dalla nostra propensione di ordine antropocentrico di rendere l’opera riferibile a un individuo della specie, a un nostro simile, cioè in ultimo a noi stessi, disinnescando in tal modo la minaccia dell’alterità perturbante che la creazione artistica ci scaglia addosso. Ebbene, tutto questo naufraga, perché quello che si agita nello schermo non è il Landolfi in carne ed ossa, il nostro simile che ansiosamente ci apprestavamo ad accogliere, ma un essere biologicamente umano, che però agisce in senso inverso a quello sperato, perché non fa altro che potenziare la minaccia. L’effetto di immedesimazione fallisce e l’alterità si radicalizza. La persona di sesso maschile, di mezza età, vestita in giacca e cravatta, si offre ai nostri occhi come un inconcepibile fenomeno di incarnazione letteraria, una sorta di eucarestia della scrittura.

Se facciamo attenzione alla dinamica dell’intervista, la tesi dell’esistenza di un canovaccio si rafforza. Nella prima parte, Traverso ricorre alla pratica maieutica della confidenza amicale per indurre a parlare un Landolfi reticente e a disagio. Poi, lo stesso Landolfi imprime un’improvvisa accelerazione, si appropria dell’intervista e mette la domanda in bocca all’interlocutore. Quel giungiamo al fatto!, burbero imperativo, con cui sbotta lo scrittore rivolto al critico che cincischia in sollecitazioni insostanziali, è la certificazione di un’intesa stabilita in precedenza. Il fatto, perché di fatto decisivo si tratta e non di un semplice giudizio di valore, è la risposta alla domanda su quale sia l’opera prediletta tra quelle finora scritte dall’autore. La risposta di Landolfi, Landolfo VI di Benevento, e il commento tagliente che ne segue, è un piccolo colpo di scena, un sasso scagliato con forza che frantuma quell’idillio triangolare farcito di bonaria complicità e pacche sulle spalle; è, detto altrimenti, l’esibizione, la rappresentazione, l’autenticazione di una frattura insanabile.

Il Landolfo del ’59, l’opera meno letta e più inattuale della produzione landolfiana, è una tragedia in endecasillabi sciolti, ambientata in un Medioevo ricreato secondo le modalità del genere gotico. Un’opera singolare, quindi, un unicum il cui protagonista è proiezione dell’autore (figura realmente vissuta, Landolfo VI fu l’ultimo duca longobardo di Benevento nel XI sec.). Il tragico landolfiano, per essere pienamente compreso, deve essere connesso ai diari che l’autore dà alle stampe negli anni Sessanta. Solo per dire che l’opera in oggetto è il testo di finzione più autobiografico, anzi, considerata l’omonimia del titolo con l’autore (a suggellare una discendenza di stirpe nobile e selvaggia), quella specifica in cui programmaticamente Landolfi tenta di rivelare in modo il più limpido possibile la propria vicenda d’uomo, il proprio mondo interiore e la propria visione dell’esistenza umana. Che questa rivelazione-confessione abbisognasse di una trasposizione in un genere anacronistico e altamente formalizzato e di una scelta metrica e linguistica squisitamente ottocentesca è aspetto che non può essere illustrato in questa sede; qui mi limito a osservare che il Landolfo dimostra, se ve n’è occorrenza, che le scelte stilistiche landolfiane, ritenute ancora da taluni arbitrarie ed eccentriche, non lo sono affatto. Esse sono sostanza, danno forma alla sostanza. Landolfi avvertiva il genere tragico come il più efficace per rappresentare la lacerazione; apertura e chiusura formale facevano dell’endecasillabo sciolto il metro più adatto a dominare l’incandescenza della materia. La letteratura (la poesia) è a-storica, le sue forme sono eterne, il vero letterato, libero dagli intralci impoetici della contingenza, sceglie le forme d’espressione che gli sono congeniali, ben al di là del mainstream e delle politiche editoriali.

Quanto appena detto esplicita l’implicito contenuto del breve autocommento che Landolfi rilascia al microfono di un Traverso leggermente spiazzato (ma forse finge, come detto). Landolfi affonda due colpi consecutivi, non di fioretto ma di sciabola. Prima dice che il suo libro migliore non lo ha letto nessuno dei presenti (non si capisce bene se ivi compresi i due araldi), istituendo tra i due eventi (eccellenza/misconoscimento) uno spiazzante e recondito nesso causale; poi, ed è il secondo più proditorio affondo, sollecitato ad argomentare, dice che è perché è il più sofferto, rinfacciando, ora in modo esplicito e diretto, l’aggettivo al Traverso, facendoglielo pesare. Ecco compiutosi il disegno ordito, la trappola che scatta: un libro sofferto non interessa a nessuno; dietro i salamelecchi, le adulazioni, le blandizie, la sofferenza di Landolfi non interessa a nessuno, come dimostra senza equivoco il destino di Landolfo VI di Benevento.

*

Torniamo all’inizio. Con il senno del poi, il gustoso sketch interpretato da Landolfi spalleggiato da Traverso sotto gli occhi divertiti di Vallecchi, in apertura d’intervista, può essere inteso a questo punto come una sorta di prologo, di avvertenza metodologica, di introduzione alla dimensione della rappresentazione, della recita. È l’apertura del sipario. Primissime battute: con aria scanzonata e istrionica Landolfi chiede in modo burbero agli operatori di macchina come fanno gli attori a recitare sotto l’abbaglio dei fari. Da qui l’aggancio per il siparietto. Landolfi afferma di avere un talento sì, ma non quello dello scrittore, bensì quello dell’attore. Il fatto è che, ad una certa altezza imprecisata della sua giovinezza, gli eventi hanno congiurato perché rinunciasse di secondare il suo talento attoriale per dedicarsi alla carriera letteraria, per la quale, beninteso, sue affermazioni, non è punto portato. La scelta della scrittura, quindi, si prospetta come un ripiego, peraltro obbligato. Così, quando Traverso gli chiede se può indicare chi lo abbia instradato verso l’attività di scrittore, Landolfi risponde in modo inatteso. Non sono stati i consigli di qualche talent scout a indicargli la strada della scrittura, come per forza di cose ha da essere, lascia surrettiziamente intendere il Traverso, ma una cosa molto particolare, una strana personificazione che ha un nome preciso: il signor bisognino.

A questo punto, Landolfi per rivelarne a pieno il significato, riporta un antico proverbio fiorentino. Con cristallino accento toscano recita: I’ bisognino fa trottà la vecchia, che vuol dire: la necessità costringe chiunque a darsi da fare. Il significato qui chiede d’esser precisato: la necessità costringe chiunque, anche se non ha le forze, a darsi da fare. Landolfi ci sta dicendo quindi che ha scelto la scrittura per motivi legati alla sopravvivenza, cioè puramente economici; benché, ad aggravio, come la vecchia del proverbio, non ne abbia la forza, non abbia a disposizione gli strumenti e le risorse creative per riuscire. Ma essendo Landolfi a parlare, abbiamo a che fare con un gioco combinatorio in cui ciascun termine dell’enunciato si carica di significati plurimi che vanno a costituire una specie di prismatico dispositivo concettuale. Se, come detto, l’immagine della vecchia connota la dimensione dell’insufficienza creativa, dello svilimento del décadent a petto della gagliardia virile del genio, il termine bisognino, come anticipa la sua personificazione signor, apre ad una polisemia dissacrante. Infatti, è risaputo che il termine (sineddoche con effetto di attenuazione) rimanda alle impellenze fisiologiche umane. Si istituisce, quindi, un’analogia tra la scrittura e le deiezioni corporali; più esattamente: il desiderio della scrittura è equiparato al desiderio-necessità di espulsione delle feci o dell’urina. Scrivere è insomma un’attività eminentemente corporale, bestiale, ripugnante e, possiamo aggiungere, infame. Sì, perché in quel trottà (il trotto è un’andatura del cavallo, animale simbolo dell’esuberanza erotica, e trottare è sinonimo di cavalcare, deteriore metafora dell’amplesso),si può intravedere, ma questa è una mia interpretazione non suffragata dall’uso, un’allusione al mercimonio erotico senile. L’ammiccamento e la particolare enfasi di Landolfi lo lascerebbe intendere, e non sarebbe nella nostra lettura elemento incongruo.

Osservo, inoltre, che i due motivi, quello dell’inettitudine alla scrittura e quello del movente materiale, si presentano appaiati, come a costituire un unico procedimento dimidiato, una solida argomentazione tagliata a metà, un sillogismo fatto a pezzi e così ricomponibile: chi scrive per soldi è un cattivo scrittore; scrivo solo per soldi; quindi, sono un cattivo scrittore. L’autodemolizione letteraria landolfiana, tòpos della sua scrittura, in specie quella diaristica (che risulta essere spia rivelatrice di un dramma ben più vasto e profondo), viene qui utilizzata in funzione polemica nei confronti di quel sistema della letteratura che, come abbiamo visto, sarà, poche battute oltre, denigrato e smascherato.

L’intervista si conclude come è iniziata, cioè con una nuova clamorosa violazione del patto di finzione televisiva. Pausa, occhi puntati alle telecamere, Landolfi ammicca, dice qualche parola smozzicata rivolta ai tecnici della RAI che stanno filmando. L’espressione ironica e paternalistica è quella di chi si è concesso e ha detto tutto quello che poteva dire, l’espressione che si assume per invitare qualcuno a licenziarsi, a smammare; come a voler dire: non insistete, non sto scherzando, il tempo è davvero scaduto, forza, spegnete le telecamere. La recita è finita, il sipario si chiude, le telecamere si spengono e il sabotaggio è compiuto.

Invece, forse per chiudere un plot rimasto pericolosamente aperto, neutralizzato dalla pratica sovversiva landolfiana, la cronaca televisiva continua con un’appendice narrativa. Il linguaggio cambia, il testo-documento è ora più stratificato, più fragile da un punto di vista interpretativo. Se nell’intervista abbiamo a disposizione la registrazione audio in presa diretta e a parlare è Landolfi, nell’inatteso explicit scorrono sequenze senza sonoro cui si sovrappone un commento fuoricampo. Come si vedrà tra breve, il racconto segue un tipico andamento narrativo in crescendo che si compie con un clamoroso colpo di scena, un vero e proprio spannung dell’intera narrazione televisiva del premio Montefeltro.

Le immagini mostrano da lontano Landolfi e l’amico Mario Luzi che, il mattino successivo alla cerimonia di assegnazione del premio, passeggiano sotto i pini marittimi sul colle dei Cappuccini di Urbino. Nel tentativo di carpire il Landolfi privato, la camera si muove in modo furtivo. Ma è un maldestro e vano tentativo: il Landolfi privato sfugge imprendibile. Mentre scorrono queste sequenze precarie, frammentate, che alternano brevi piani sequenza a paesaggi delle colline di Urbino, il racconto è affidato interamente alla voce fuori campo. Ma si tratta di una cronaca impossibile; anzi di una meta-cronaca. Fin dalle prime battute la voce dice come non sussistano le condizioni per raccontare alcunché. Il commento, proprio perché vuol esser cronaca, non può che arrendersi al solo dato di realtà disponibile: la pervicacia ossessiva, eccentrica e, a questo punto, patologica dello scrittore a evitare qualunque contatto con i giornalisti incaricati del servizio.

L’ossessione landolfiana per l’invisibilità ha cioè contagiato il racconto televisivo. Che così si trova come ingabbiato, bloccato, diabolicamente instradato in un vicolo cieco. Non ci sono Traverso e Vallecchi a risolvere l’inghippo, ora tutto è perduto. Landolfi è un rebus irrisolvibile, è remoto, inenarrabile; è appunto invisibile, cioè, radicalmente anti-televisivo. E forse, proprio per aggirare questa impasse, per impedire questa catastrofe semiotica, i tecnici televisivi tentano una soluzione tanto spericolata quanto avventurosa, un’infrazione patente delle regole il cui effetto paradossale è la definitiva auto-negazione del codice audio-visivo medesimo: attraverso un montaggio audio, il commento off cede a una brevissima registrazione della voce di Landolfi. In tale interpolazione schizoide – introdotta dal commento come una sorta di bottino a riprova della tenacia giornalistica – il linguaggio televisivo collassa di nuovo sotto la spinta disgregatrice della macchinazione landolfiana. L’effetto è perturbante, quasi traumatico: mentre scorrono le immagini idilliche dei due poeti che placidi si allontanano, la voce di Landolfi irrompe, intrisa d’inconcepibile alterità, come un’apparizione improvvisa di un’entità fantasmatica.

Prima di svelare il contenuto sconcertante delle parole registrate dell’autore, va osservato che nel breve racconto condotto dalla voce fuoricampo, la vicenda assume i toni enfatici e grotteschi di una battuta di caccia, in cui i giornalisti-cacciatori cercano con l’occhio della camera, come fosse il mirino di una carabina, la preda. Una preda che, va da sé, si vede attribuiti i connotati dell’animalità: diffidenza verso gli umani, cieca aggressività difensiva, totale assenza di legge morale. Ma ora ascoltiamo la voce fuoricampo:

La mattina dopo conveniva sfruttare la luce del sole e bloccare Landolfi durante una passeggiata con l’amico Luzi: probabilmente, chissà, il premio ricevuto la sera prima aveva sciolto le diffidenze di Landolfi verso i giornalisti e la televisione. Neanche per idea. Nemmeno il meraviglioso colle dei Cappuccini dove Giovanni Pascoli ambientò la poesia L’aquilone riuscì a renderlo più accondiscendente nei nostri riguardi. Quando ci scorse manifestò il solito disappunto. Ma noi insistemmo, gli puntammo addosso il nostro obiettivo. Lo scorbutico Landolfi dovette rassegnarsi. Ormai poteva vendicarsi in un unico modo: con qualcuna delle sue frecciate sarcastiche. E così, prima che si allontanasse, riuscimmo a carpirgli la sua stoccata conclusiva:

Voce registrata di Landolfi: Le prestazioni che mi vengono chieste per soli due milioni mi sembrano eccessive, o signori della televisione.

Il commentatore definisce questa battuta una stoccata; in realtà è un ennesimo, gratuito e crudele affondo nel corpo già martoriato del sistema, non solo letterario, come è già stato nell’intervista, ma in quello corrotto e macilento dell’intera industria culturale nascente.L’affermazione a mezzo-falsetto, ossequiosa e deferente, è cinica, urticante, scandalosa per l’esibizione smaccata di una posa nichilistica e rozzamente utilitaristica (uso, non a caso, il termine «posa» per intendere una postura studiata, premeditata, insomma artificiosa e teatrale). Landolfi sembra voler dire che, se la letteratura è merce, che ne sia almeno riconosciuto l’elevato valore economico, anzi monetario. Due milioni (l’ammontare del premio) non sono sufficienti per le prestazioni richieste (un’intervista). Ma quello che ci interessa qui è che Landolfi fa un salto logico, che in realtà è un cortocircuito. I due milioni gli sono estati elargiti dall’organizzazione del premio, non dalla RAI. Chi sono allora i veri «signori della televisione»? Chissà. Certo è qui che avviene il motto di spirito, la frattura discorsiva; è qui che s’apre una fessura nella lingua e si delinea a chiusura l’orizzonte radicalmente sovversivo dell’operazione mediatica di Landolfi. 

*

L’intervista, con la sua appendice straniante, avrebbe ancora da dire. Essa continua a essere enigmatica. Ai motivi già addotti circa la sua eccezionalità, si possono, ad esempio, aggiungere elementi che riguardano il contesto. La RAI aveva cominciato a trasmettere da appena nove anni (il 3 gennaio del 1954 l’annunciatrice Fulvia Colombo diede avvio alle trasmissioni televisive regolari del Programma Nazionale – attuale Rai 1). Siamo alla paleotelevisione, un inedito sistema di telecomunicazione di enorme potenza che avrà larghissima diffusione negli anni seguenti. Uno degli aspetti innovativi che ne determinano il successo è la prodigiosa, intrinseca capacità di rendere prossimo ciò che è lontano, sia nel tempo che nello spazio, di trasformare l’assenza in simulacro, in presenza disincarnata e illusoria sottratta al divenire. Il televisivo è inoltre monologico, unidirezionale e fonda la sua efficacia sulla passività dello spettatore investito dalla potenza seduttiva dell’immagine audiovisiva. Infine, il linguaggio della TV, essendo rivolto alla massa indistinta e anonima, deve essere costitutivamente immediato, generalista, semplificato, fungibile, alla portata di tutti; per questo riduce al minimo la complessità, elimina le zone d’ombra, ripudia l’ambiguo e soprattutto muove guerra senza quartiere all’invisibile, lo disattiva, lo elide, finendo per far corrispondere il visibile televisivo alla realtà tout-court.

Come ho cercato di dimostrare, questa critica del mezzo televisivo, oggi assodata per i più, era già ben delineata nei giudizi di Landolfi. L’intervista deve essere letta quindi, oltre che come un tentativo recitato di auto-definizione artistica, anche come una pratica decisamente raffinata e, lo ammetto, sorprendente, di sabotaggio mediale. L’allergia di Landolfi alla televisione, infatti, non è quella di uno snob aristocratico, di un apocalittico, ma quella di un profondo conoscitore dei meccanismi linguistici, drammaticamente consapevole delle implicazioni di un’intervista televisiva e di quale ingombrante dilemma estetico-esistenziale imponga. La pianificazione dell’intervista, perciò, non poteva che contemplare la sovversione, la negazione del linguaggio massmediale ottusamente monologico e sterile: disinnescarlo, mettergli i bastoni fra le ruote, dilatando e concentrando i tempi televisivi, sovvertendo il ritmo dei turni di parola, invertendo i ruoli, variando fortemente i registri (dal basso al sublime), i toni (dal pianissimo alla berciata), il lessico (dal vernacolo al letterario), la gestualità (dallo sbracato al solenne), l’espressività del viso (dall’eccitazione goliardica alla compunzione per antichissima pena); infine, svelando, inceppandolo, il meccanismo nascosto che produce l’immagine materiale, mentale o linguistica che sia. Questo è landolfismo integrale.

*

Trascrizione (con note di scena a cura di chi scrive)

Sigla

Mentre parla la voce fuori campo, scorrono le immagini in bianco e nero di Urbino

Voce fuori campo:

Una gita a Urbino è un ritorno alle origini, scriveva il poeta Vincenzo Cardarelli, perché Urbino è terra originaria, una delle sacre fonti della bellezza italiana. La vicinanza dell’Adriatico e l’altezza della sua posizione fanno di questa città un luogo incomparabile. Ma per capire Urbino forse è meglio venirci dal mare, veder comporsi a poco a poco il misterioso monte Feltro.

Anche noi siamo venuti a Urbino, nella patria di Raffaello e di Bramante e del duca Federico, per l’assegnazione di uno dei premi più seri e ambiti, il premio Montefeltro di letteratura. Dopo aver premiato negli anni scorsi Ungaretti e Betocchi, la giuria composta di Giuseppe De Robertis, Mario Luzi, Renato Guttuso, Leone Traverso, Claudio Varese e presieduta da Carlo Bo, che ha letto la relazione, ha assegnato il premio Montefeltro 1962 a un narratore. Il vincitore è Tommaso Landolfi.

Stacco. Ci troviamo nella sala in cui si svolge la premiazione. La camera inquadra frontalmente il tavolo della giuria, alle cui spalle incombe un colossale crocifisso nero. Ai lati dell’inquadratura si scorgono le file della platea. Per un attimo la camera indugia sul profilo di Landolfi seduto in prima fila.

La relazione di Carlo Bo

Carlo Bo (presidente di giuria):

Lo scrittore che la commissione del Premio Montefeltro 1962 ha scelto, per il premio maggiore di 2 milioni di lire… Credo che non avremo bisogno di altre giustificazioni; chi conosce la nuova letteratura non chiede certo di essere ragguagliato su uno scrittore che occupa un posto unico tra di noi e questo per diverse ragioni. Prima di tutto, perché si tratta di uno scrittore scrittore, di uno scrittore che nonostante tutte le apparenze di giuoco, di dilettantismo o addirittura di perfido scetticismo, crede nella verità e nella bontà della poesia, prendendo qui per poesia il lavoro puro dell’invenzione. Landolfi è passato attraverso questi tempi burrascosi, contrastati e confusi, avvolto in una luce… In una specie di sua luce particolare…

Applausi

Prologo dell’intervista

Mentre parla la voce fuori campo, le immagini mostrano i tre personaggi che si preparano all’intervista.

Voce fuori campo: A questo punto volevamo intervistare il vincitore, strappargli qualche dichiarazione una frase, ma Landolfi non è così facile da abbordare; ricorremmo allora all’aiuto dell’editore Vallecchi e di Leone Traverso, piazzammo le nostre luci e la nostra macchina da presa, ma Landolfi, ironico e scorbutico Landolfi, non voleva darsi per vinto, anzi ci mandò a dire di allontanarci e di cambiare mestiere. Landolfi che rifugge per principio da qualunque intervista e le cui stesse fotografie sono una rarità, voleva rimanere fedele ai personaggi dei suoi libri, così solitari, stravaganti, eccentrici. Eppure anche Landolfi ha commesso la sua mossa falsa.

Intervista

L’intervista non è strutturata; Traverso che dovrebbe condurla non ha lo stile del giornalista. Le sue sono interlocuzioni, spunti di riflessione. Il filo sotterraneo del discorso lo tiene Landolfi. Per questo l’intervista è disordinata, spezzettata, concitata, più volte le voci si sovrappongono. La voce di Landolfi, semi-impostata, stentorea, ben scandita, improvvisa cede, si disarticola qua e là in parole biascicate.

Landolfi: (rivolto ai tecnici e agli operatori, al di qua della scena, con tono colloquiale, ma ironico, leggermente sprezzante, cadenza fiorentina) Gli attori, gli attori cinematografici dico, riescono a tenere gli occhi aperti con codesta luce? Beati loro. (rivolto ai telespettatori, con voce melensa e lieve atteggiamento chapliniano) Allora non mi pento più di non aver fatto l’attore cinematografico.

Traverso: Era la tua carriera.

L: (cerimonioso, sardonico, tono affettato e formale) E be’, evidentemente. È certo comunque che la mia carriera è una carriera sbagliata, quella che ho intrapreso di fatto.

T: Ma chi ti ha suggerito in particolare, oltre a madre natura…

L: (l’espressione cambia bruscamente. Da che era in certo modo seria e composta, si accende. È un ridere di gusto, all’apparenza gioviale, ma grottesco, triviale, quasi sulfureo) Il signor bisognino. Il bisognino il qual fa trottare la vecchia. (in dialetto toscano) Bisognino fa trottà la vecchia, si dice, (ridacchiando d’intesa con Traverso), è vero, tanto i telespettatori naturalmente, essendo romani, non sanno nulla di simile. (rivolto a Traverso, incitandolo) Allora, perché si vuol sapere quale libro dei miei io preferisco… (altra brusca incitazione) Veniamo al fatto!

Le voci si accavallano

L: (pronunciato in modo spazientito e insieme ironicamente enfatico). E veniamo al fatto!!

T: Veniamo…

L: (l’espressione torna seria, quasi solenne) È Landolfo…

T: Il libro che hai scritto…

LT: (pronunciato all’unisono. Landolfi sorveglia con lo sguardo che sia innanzitutto Traverso a pronunciarlo) Il Landolfo.

L: (con parole definitive, asciutte, di rimprovero) Che nessuno dei presenti, non dico dei telespettatori, ma nessuno di questi pochi presenti (scandito in tono stizzito e perentorio) ha letto. (riprendendo l’affettazione) È senz’altro il mio migliore libro e per conseguenza è il meno (abbassa gli occhi contrito, poi con la mano fa il gesto della barba a punta di chi gabba qualcuno) apprezzato.

T: E le ragioni della preferenza?

L: Quale? Della mia preferenza?

T: Avrai una preferenza di padre per questo volume?

L: No, no, no, davvero, no…

T: Ragioni biologiche…

L: No, ragioni soltanto letterarie. Immagino che possa essere il migliore, il più valido, il più sofferto (rivolgendosi a Traverso con tono fintamente patetico, sarcastico) come dite voi critici. (guardando dritto in camera si rivolge agli operatori per dire di spegnere le telecamere: l’intervista è finita) E ora, pare che, eh?

Colle dei Cappuccini

Stacco. Le immagini mostrano Landolfi e Mario Luzi che passeggiano nel parco.

Voce fuori campo: La mattina dopo conveniva sfruttare la luce del sole e bloccare Landolfi durante una passeggiata con l’amico Luzi, probabilmente, chissà, il premio ricevuto la sera prima aveva sciolto le diffidenze di Landolfi verso i giornalisti e la televisione. Neanche per idea. Nemmeno il meraviglioso colle dei Cappuccini dove Giovanni Pascoli ambientò la poesia L’aquilone riuscì a renderlo più accondiscendente nei nostri riguardi. Quando ci scorse manifestò il solito disappunto. Ma noi insistemmo, gli puntammo addosso il nostro obiettivo. Lo scorbutico Landolfi dovette rassegnarsi. Ormai poteva vendicarsi in un unico modo: con qualcuna delle sue frecciate sarcastiche. E così, prima che si allontanasse, riuscimmo a carpirgli la sua stoccata conclusiva.

Voce registrata di Landolfi: Le prestazioni che mi vengono chieste per soli due milioni mi sembrano eccessive, o signori della televisione.

Giovanni Burali d'Arezzo

Giovanni Burali d'Arezzo

vive a Torino. Insegna Lettere in una scuola media. Nel 2005 ha fatto parte dell’antologia “Samizdat. Giovani poeti d’oggi”, curata da Giorgio Manacorda, con cui ha collaborato come redattore dell’”Annuario di poesia”. Nel 2009 ha pubblicato la silloge poetica “Poemetti Occidentali”. Ha collaborato per anni con la cattedra di Antropologia culturale dell’Università di Siena, occupandosi del rapporto tra scrittura e immagine (è del 2008 il saggio “Labili confini tra scritture: antropologia e letteratura” e del 2010 “Scrittura poetica e immagini del jazz”). A metà strada fra scrittura saggistica e narrativa sono i suoi lavori “Pescatori di sirene” (2012) e “Il sacrificio dei giovani lecci” (2015). Nel 2016 ha pubblicato le prose di “Goodbye Gramsci” (Carabba Editore). Nel 2019 le poesie “Il campo degli americani” (Elliot) e nel 2021 la biografia apocrifa “L’uomo diviso (Ali Ribelli)”. Come critico, cura cataloghi di diversi artisti contemporanei con cui collabora per la realizzazione di eventi espositivi e installazioni.

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