Testimoniare Fossati

Di primo acchito, non c’era bisogno di un’altra antologia tratta dalla ricchissima produzione pubblicistica di Paolo Fossati (1938-1998), per un ininterrotto trentennio storico dell’arte e critico militante, a ridosso di un impegno professionale a tutto campo quale redattore e direttore di collane dell’Einaudi. Se ne erano già occupati, fra 2009 e 2010, Gianni Contessi e Miriam Panzeri, con due volumi filologicamente impeccabili, il primo dedicato a una crestomazia generalistica quanto tematicamente esaustiva, il secondo invece riservato alla pubblicazione integrale delle cronache d’arte pubblicate sulle pagine torinesi del quotidiano “L’Unità” fra 1965 e 1970.[1] Su Fossati intellettuale vero, lettore vorace, munito alle spalle di una omnicomprensiva biblioteca casalinga, quanto acuminato per la sua attitudine critica, indifferente a ogni sconto, si è poi centrato un Festschrift,  genere accademico con lui incompatibile, ma inevitabilmente frutto manifesto della diversa quanto sempre coinvolta reattività di chi lo aveva personalmente conosciuto e frequentato.[2] Insomma, rispetto a Fossati, persona ossimorica, fra schiva osticità e prodiga generosità, non si poteva non prendere posizione, e altrettanto accade per i suoi scritti, un effettivo autoritratto per interposto oggetto. Per restituirne, con verace flagranza, ruolo e contributo si profilava necessaria – perché no – un’inedita scelta antologica, partigiana, in una sorte di sincrone affinità coi suoi modi, ma altrettanto dotata di una graffiante spavalderia di discussione, grazie all’ottica postuma della curatela.

Con il recente volume Fossati. La letteratura come metodo dello sguardo, se ne è assunto il compito Chiara Portesine, italianista formatasi alla Scuola Normale di Pisa, dove è sempre vivo e attivo in colleghi e allievi la memoria del Fossati docente, che vi insegnò in cicli e seminari voluti da Paola Barocchi. Lo sguardo di Portesine, a sua volta, è quello di una ricercatrice che riconosce a distanza, e senza mezzi termini, gli scritti di Fossati quali esponenti di una “estetica generazionale” degli anni Sessanta e Settanta – attiva fra scuola di Francoforte e strutturalismo –, cogliendone però l’humus distintivo nell’orizzonte propriamente letterario di cui sono tributari.

Nella messe di testi, già repertoriati da Panzeri nella Bibliografia annessa alla prima antologia del 2009, sono stati così rintracciati, quelli “caratterizzati dal taglio letterario”, costringendo a un’immersione da palombaro nei modi e ragioni stratigrafiche dei testi stessi, il che spiega come, nella argomentata premessa della curatrice, ci sia un’individuale metabolizzazione dei modi del Fossati scrittore. Il nesso fra letteratura e arti nel caso di Fossati storico dell’arte è cosa nota, per le stesse circostanze della sua esperienza di vita e attività professionale, tanto che Contessi aveva prefato la propria antologia riferendosi a un percorso critico che andava dai libri ai quadri e viceversa, appoggiandosi a una nota di Michel Foucault, “nei letterati, l’immaginario è un fenomeno da biblioteca”, ma descrivendo poi il caso specifico fossatiano nelle chiavi della biografia privata – amori e amicizie vissuti nella cerchia degli artisti – e di un esercizio professionale di per sé vocato a una versatile interdisciplinarietà.

Portesine entra, invece, nello stesso laboratorio concettuale e strumentale di Fossati, nell’attrezzistica che ne predispone approcci e modi del ragionare, e che appare marcata dai suoi studi di all’Università di Torino, conclusi da una già eccentrica dissertazione in filologia romanza, centrata su forme dialettali e parodia. Si va così oltre l’evidenza immediata, che cioè tutti i testi di Fossati sono costellati di citazioni dagli scrittori amati, inserite di default, come un bagaglio di per sé noto e condiviso coi lettori;  che sono sempre inquadrati da epigrafi – in verità più specchi dei soggiacenti intenti dell’autore che incisivi abstract del tema a venire; che sono altrettanto intessuti, quando si entri nell’analisi ravvicinata di opere d’arte, di un indice ricorrente di matrice letteraria, che sia “scrittura visiva” e “scrittura pittorica” o, con ancor maggiore incidenza, “testi che si offrono come spettacolo”. Un’abitudine, questa, con tutte le annesse conseguenze interpretative, che Portesine non esita ad annoverare al rango di “salmodia critica”.

Insomma, la curatrice si rivela insofferente del pregresso, per intelligenza nonché appartenenza generazionale; e, quando parla di un’antologizzazione letterariocentrica, intende “salvare il lettore dalla fatica del letto e sentito”. La scelta antologica è così condotta alla luce di un’estesa fenomenologia di attitudini, metodi, pratiche ricadenti nel letterario: una fenomenologia in sé intersecata e flessibile, a partire dal dato di fatto che lo stesso Fossati non dà una definizione univoca di letteratura, ma tanti diversi modi di esperirla quale criterio descrittivo, operativo o valoriale. Per Portesine, lo storico e critico d’arte Fossati si distingue, alla lettera, per una “produzione extravagante”. Di conseguenza, le tipologie in cui ordinare i suoi testi attinenti le arti visive con più esplicita ascendenza letteraria scorrono dalle personalità degli artisti col “doppio talento” di pittori-scrittori ai generi che sono adottati come dispositivi del discorso, poesia, racconto, romanzo, teatro; dagli strumenti di analisi, come l’esercizio di una canonica e sottile critica filologica o di ben informati assist metodologici, quali lo strutturalismo, ai temi come le mostre a soggetto o rimando letterario, tipo Pittura con Pavese; fino alla collaborazione con le riviste di più smaccata gravitazione letteraria, quale il caso di “Quindici”, organo militante del gruppo 63 dove, per i paradossi cui è caratterialmente portato, Fossati sfodera le armi specifiche del critico d’arte puro, dedicandosi ad artisti dell’Arte povera, peraltro non così presenti nella sua pubblicistica.

Di tale spettro variegato la curatrice dà ragione nella sua premessa, dipanata con un’incalzante dovizia di esempi – e che va davvero affrontata per prima – lasciando che l’antologia si disponga secondo la canonica sequenza cronologica per anno. Il lettore viene così irretito nella pluralità di approcci, percorsi, suggestioni che Fossati pone in atto pur nello stesso arco cronologico; ed è, per via di tale sottile strategia curatoriale, costretto a immedesimarsi nella stessa dinamica vitalità della critica fossatiana.

Di tutti gli spunti colti da Portesine, quello più fecondo è quello della forma-racconto conferita da Fossati ai suoi scritti, specie alle sue ultime monografie, articolate secondo il genere dell’itinerario nel museo e, soprattutto, della visita all’atelier. Ricordo quanto, nei suoi seminari, Fossati insistesse sull’importanza, per lo storico dell’arte, di una specifica modalità dell’appropriarsi del baxandalliano “occhio del periodo”, cioè dell’impegnarsi a entrare nel ristretto spazio dello studio dell’artista, e immaginarsi qual genere di riflessioni e discussioni vi venissero condotte, in presenza delle opere, dagli artisti e sodali lì convenuti. Una ricostruzione ex post di scelte di gusto e modi dello sguardo, nutrita di rimandi incrociati fra una varietà di documenti – epistolari, manifesti, testi di poetica, autobiografie, cronache giornalistiche e recensioni critiche, le stesse testimonianze delle fotografie d’epoca – ma tutti ripercorsi come in tempo reale, con fondata attendibilità quanto spregiudicatezza. Alla fine, emergono le opere considerate nel loro primo, anche controverso, contesto di produzione e recezione; autoreferenziali, certo nella loro materialità – quanto prioritarie, per gli artisti, specifiche questioni linguistiche e procedure tecniche! – ma altrettanto intrise di attualità quotidiane e più estesi orizzonti epistemologici propri al frangente storico.

Fossati aveva una personale esperienza di tali discussioni d’atelier, data la sua assidua e complice frequentazione degli amici pittori a Torino: ne veniva la conferma del suo mantra quale storico dell’arte di tendenze chiave del modernismo, dal Futurismo alla Metafisica, e che cioè ogni artista rappresenta ormai sé stesso al lavoro, mette in scena il proprio linguaggio, sotto forma di media figurali. Basti pensare a come Fossati allestisce questi racconti di ingressi nell’atelier, adottando una scrittura sempre condotta al presente, in un susseguirsi di flash flagranti di situazioni in corso. Uguali, focalizzando il discorso, risultano gli ingressi nel corpo stesso delle opere, ravvisandovi per spie successive la conversione delle tante suggestioni di contesto in temi, che si fanno a loro volta partiti linguistici.

Portesine scrive di “quadri palcoscenico”: un vero lampo, tratto da Marco Vallora, che aveva notato come Fossati leggesse i quadri come se fossero spartiti eseguiti dai loro autori. Su una riflessione non convergo con Portesine, che certo vi è indotta per irruenza dimostrativa: che, nel caso di artisti con conclamata doppia vocazione di pittori scrittori, quali de Chirico e Savinio o Carrà e de Pisis, l’esercizio dello scrivere sia in certo modo “legiferante” rispetto al dipingere, una sorta di strumento d’ordine e di chiarificazione rispetto al flusso di segni e colori della pittura. Da storica dell’arte non posso non riconoscere nella logica compositiva dell’opera dipinta un altrettanto forte progetto strutturante. 

C’è una ragione confessa per cui la letteratura funge da filtro allo sguardo, nel caso di Fossati, che va ben al di là della sua formazione da italianista o del suo impegno con Einaudi: Portesine la rintraccia con perspicacia, anche se poteva dedicarvi un affondo più determinante che una nota al testo. Il fatto è che per tutta l’esperienza intellettuale di Fossati ha rivestito un ruolo maieutico la cultura del simbolismo (da Baudelaire ad Apollinaire, da Rilke a Cocteau e Artaud), accolta come “matrice di tutte le sperimentazioni successive”, e dove egli fa gravitare, su linee di ascendenze e derive, le sortite delle avanguardie che più lo coinvolgono, dai citati Futurismo e Metafisica fino ai Concetti spaziali di Fontana o alle prove della poesia visiva dello scorcio fra i Sessanta e i Settanta. Basti guardare il rituale delle epigrafi apposte ai suoi testi.  Non per niente, Portesine sigla l’antologia con un’appendice dove è riportato l’intervento forse più partecipato e, nella sua inventiva foga di scrittura, più sensibile, fra quelli pubblicati nel citato Festschrift del 2015: il testo che Vallora dedica, appunto, agli exergues fossatiani, un autentico florilegio di citazioni dal repertorio della cultura simbolista. Vallora illumina su quanto Fossati scrivesse “per capirsi e spiegarsi”: per sbrogliare, inseguendolo, il filo divagante e sempre arricchentesi del proprio pensiero. E in questo senso si avvaleva di testi altrui.

Fra antologia, premessa e appendice, il libro vive del rimpallo fra tre intelligenze al lavoro, il protagonista Fossati, l’emulo e sodale Vallora, l’affine lettrice di oggi Portesine. Che dai primi due inoltre media, e traduce in cifra propria, sia spunti che uno stile di scrittura concitato e condensato in icasticità di immagini, tali da avvincere a raffica. Anche nello scrivere Fossati indulge all’agonismo: a proposito del Futurismo scrive di “quadro come ordigno d’azione” o di serate come “comizi di poesia”, e Portesine risponde con “quadri come collaudi di mondi” e indulge, piuttosto, all’impietosità: circoscrive de Pisis in una “bioestetica divinizzante”, o ravvisa nel gioco di variazioni nell’astrattista Veronesi “una battaglia navale della ripetizione”. Se Vallora notava in Fossati il ricorrere spesso e volentieri a termini “spicci”, di immediatezza gergale quotidiana, Portesine, in forza della differenza generazionale, accelera l’alto e basso: per lei, l’intento di Fossati è comunque quello di puntar oltre letteratura e pittura “spostando il bersaglio dalla sala giochi delle discipline alla sala macchine del mondo”, ma tale attenzione ai contesti “non è mai un pretesto per svignarsela dalla letteralità dell’opera”. Insomma, in conclusione di lettura, conforta riscontrare quanto la confezione di un libro possa anche fungere da passaggio di testimone. 

Paolo Fossati
Scritti. La letteratura come metodo dello sguardo
a cura di Chiara Portesine
Electa, 2024
448 pp., € 34


[1] Paolo Fossati. La passione del critico. Scritti scelti sulle arti e la cultura del Novecento, a cura di G. Contessi e M. Panzeri, Bruno Mondadori, Milano 2009; Officina torinese. Gli scritti giovanili di Paolo Fossati sull’arte nelle cronache de “L’Unità” 1965-70, a cura di G. Contessi e M. Panzeri, Nino Aragno, Torino 2010.

[2] L’intellettuale mal temperato: scritti in onore di Paolo Fossati, a cura di M. Panzeri, Accademia University, Torino 2015.

Maria Grazia Messina

Maria Grazia Messina

MARIA GRAZIA MESSINA è stata professore ordinario di Storia dell’Arte Contemporanea nelle Università di Venezia e Firenze. È membro del comitato scientifico del Museo del Novecento di Milano. Si è soprattutto occupata di nessi fra arti, critica e letteratura nel periodo fra il postimpressionismo e le avanguardie storiche. Si è inoltre interessata al fenomeno del primitivismo e al rapporto delle avanguardie con le arti arcaiche e le arti etniche di Africa e Oceania. Curatrice di diverse mostre, ha dedicato a quest’ultimo tema nel 2018 la mostra “Je suis l’autre, il Primitivismo nella scultura del Novecento”.

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