Sono contenta di sapere che non verrò più spostata altrove; sono nell’ultima dimora, sono grata di esservi, ne uscirò solo morta. Stranamente, dopo sette mesi di disgusto per il cibo, ora sono vorace come una cavalletta. Anche questo è esperienza.
Donatella Donati, 26 ottobre 2025
Dei contenitori di rantoli, cateteri e lezioni di vita: siamo abituati a immaginare l’hospice come un luogo interdetto, un corridoio bianco che sa di disinfettanti e sacrilegio. Nei dieci reportage che compongono L’ultimo viaggio, Angelo Ferracuti svela invece la banalità della morte, quel suo indecente somigliare più alla vita che alla sua fine. Le cliniche svizzere «non sono cliniche ma normali abitazioni dove si va morire» e gli ultimi mesi sono fatti di «routine», «calma piatta» e «istinti banali». Incorniciato dalle fotografie in bianco e nero di Giovanni Marrozzini, L’ultimo viaggio racconta di cure palliative e di suicidio assistito, di malattie terminali e di terminali stanchezze. La scrittura deve continuamente adattarsi al cronotopo della clinica, farsi sismografo di silenzi e di quei dettagli minori su cui lo sguardo “dei sani” non si sarebbe mai soffermato. Per la letteratura, la malattia è una catastrofe delle categorie: senza futuro, il tempo e lo spazio diventano indescrivibili come le particelle quantistiche e le galassie.

«Tempo» è una parola che ossessiona Ferracuti: «strano tempo», «tempo dilatato», «quel vivere senza più tempo». Gli ospedali contengono una durata impossibile, dove l’orologio è soltanto un soprammobile, falso come i fiori disegnati sulle pareti. Tra gli oggetti abbandonati nella clinica svizzera di Liestal, oltre a bastoni e carrozzine, ci sono proprio due «quadranti ingialliti con le lancette posizionate su ore diverse, con quelle dei secondi che continuano ostinate a girare». In una fotografia di Marrozzini, le garze che fasciano la mano del morente si interrompono sul polso, una striscia di pelle nuda che concede all’orologio la grazia di marcare l’agonia. Oltre al tempo, anche lo spazio si riduce a quattro pareti e molti fili; lo sguardo non ha più scuse per distrarsi dalla realtà dei corpi, spudorati nel loro essere così vivi fino all’ultimo respiro. Paradossalmente, la morte è l’evento più facile da raccontare: dura pochi minuti (da tre a cinque) e abbiamo a disposizione un intero canone dell’agonia, una biblioteca di obitori e capezzali. Ferracuti, invece, vuole trovare un linguaggio per descrivere quella soglia rotta che è la malattia, in cui la porta cigola ma è ancora spalancata, oscena, sulla vita.

L’hospice non ha nulla in comune con il sanatorio di Thomas Mann, fatto di polmoniti eleganti e di attimi sublimi. L’ultima cena del «ragazzo giovane, camera tre» è un sushi da asporto promesso dall’infermiera di turno, prima che le metastasi gli chiudano la gola. Chiunque abbia attraversato il trauma della clinica sa che nei reparti terminali si parla quasi soltanto di cibo. Nel reportage olandese (Vita completata), un trentaduenne malato di cancro al cervello ha chiesto di poter mangiare da solo un piatto di maccheroni prima di andarsene, mentre una settantacinquenne affetta da demenza vascolare ha scelto il giorno del suo compleanno per assaggiare la torta. Tra le fotografie di Marrozzini la più tragica ritrae proprio un vassoio vuoto, con la marmellata divorata fino all’ultima polpa e, accanto, due contenitori di medicine altrettanto spremuti ed esausti.
La clinica protegge il segreto di una mise en abyme: l’obiettivo non inquadra la morte in generale ma la nostra morte. I malati funzionano come dei proiettori: «basta specchiarsi in un corpo morente come quello di Adriana» e la «ferita della memoria ricomincia a sanguinare». Ascoltando Alessandra, che ha accompagnato il marito a spegnersi in Svizzera, Ferracuti annota: «Sono arrivato fin qui ad ascoltare la sua storia, ma in fondo anche a raccontarle la mia, e mentre parla so cosa sta dicendo, anzi lo vedo». I primi reportage diventano dei “Comizi di morte” in cui ogni intervista riattiva il ricordo della moglie Patrizia, scomparsa dieci anni prima mentre «lottava contro un cancro invisibile nel nostro letto matrimoniale». A quei tempi l’hospice non esisteva ancora e la malattia era una questione privata, una vergogna da consumare in interni: «a casa mentre una persona sta morendo, ti tormentano gli oggetti e i ricordi. Tutto allora intorno sembra una natura morta». Quando scrive il terzo reportage, anche la madre Elvira, da tempo malata di Parkinson, peggiora. La vita entra nel documentario com’era successo alla regista Claire Simon mentre girava Notre Corps (2023), ambientato nel reparto parigino di ginecologia: si è ammalata dello stesso cancro delle donne che stava intervistando. Quandosi documenta il tumore, l’autobiografia è questione di statistica e non di sfortuna o destino.

La storia di Elvira si inserisce naturalmente nell’Ultimo viaggio: il suo corpo «di proprietà dei medici», «morente» e «sorvegliato», si rispecchia subito in quello di un’altra paziente, alimentata artificialmente da tre anni. Una donna che non parlava più ma «emetteva dei lamenti, piccoli gridi smorzati», come l’Odradek di Kafka. Intorno a quell’«animale morente» (come il titolo di un infelice romanzo di Philip Roth), si accanisce il «teatrino dei parenti che tentavano di animarla, chiamandola per nome», mentre lei restava con gli occhi digrignati e la voce slogata. Quei corpi non sono vegetali ma cyborg, che Ferracuti descrive sgranando le protesi come un rosario («il catetere, il sondino sul naso, l’holter per monitorare i battiti […], un altro tubicino per iniettare nell’ultima vena libera i liquidi»). Nel disegno infantile fotografato da Marrozzini in appendice, il «nonno» di Moira è diventato un centauro (metà uomo e metà sedia a rotelle).
Per sottrarre il dolore «agli occhi degli altri», la società ha costruito dei «luoghi invisibili» e delocalizzati. Sandra Martino racconta che la sede della loro clinica prima si trovava nel centro di Zurigo, poi l’hanno dovuta spostare «per quelle che chiama “le troppe emissioni emozionali”». La clinica è una Cernobyl radioattiva, a rischio di inquinamento e scorie sentimentali. Ferracuti invece pretende quella contaminazione, anzi la rivendica: i suoi reportage impastano continuamente l’ospedale e il paesaggio circostante, dalle «periferie avvelenate» dell’Italia ai panorami raggelanti del Nord Europa. Le spedizioni reali dello scrittore si sovrappongono ai viaggi metaforici dei malati, in un continuo movimento di macchina dai non-luoghi ai luoghi, dall’hospice all’atlante. Più la natura sembra idilliaca, più la sofferenza si fa graziosa e crudele. Vicino a Bellinzona, in quel «mondo incantato dove tutto sembra fatto a misura d’uomo», i tormenti umani sono «forti ugualmente, nonostante la bellezza intorno, forse la bellezza li esalta persino, li fa sentire più lancinanti e violenti».

Sembra strano che un libro sull’hospice abbia al centro il paesaggio e il mondo: eppure, commenta Ferracuti, «nelle cose che scrivo niente è neutrale, neanche la nebbia, la nebbia può rendere un reportage diverso, fosse stato bello e con il sole non so se avrei scritto le stesse frasi». Nelle prime fotografie scattate da Marrozzini a Monteleone di Fermo, la campagna ripete le pieghe dei malati. L’ingrandimento di un torso tagliato dalle cicatrici precede immediatamente l’immagine di un anziano che pota un albero: le stesse cesoie hanno ferito la natura e il corpo. Durante una passeggiata nei campi, la sedia a rotelle di Graziella sembra un trattore che lei governa con il sorriso spastico della malattia (una smorfia automatica, disegnata dalla SLA). Eppure, voltiamo la pagina e le stesse fossette ci sorridono da una fotografia della giovinezza: la malattia, a volte, è indistinguibile dalla gioia.
In questo Gran Tour del fine vita, le storie dei pazienti si incrociano con quelle dei medici, con le lunghe cause legali e la loro ostinata pietà. Le gerarchie spariscono di fronte all’orizzontalità dei letti: Erika Preisig, la famosa dottoressa che si occupa del suicidio assistito a Liestal, prende un aereo per la Sardegna soltanto per visitare un anonimo malato di cancro al fegato e sua moglie («Lei ha cucinato gli spaghetti, buonissimi»). Gianni, il «pensionato veneto salutista e vegetariano», è memorabile quanto Lucio Magri, militante del PCI e co-fondatore del «Manifesto», stroncato non dal tumore ma dalla «depressione filosofica» per la fine delle ideologie. La sua tenacia nel parlare con Rossana Rossanda del «futuro della sinistra italiana», mentre il veleno gli estingue la voce, è la stessa di quel monaco buddista del monastero di Pomaia che ha inarcato il corpo per morire in posizione di yoga.
I reportage di Ferracuti sono trasversali alle classi: dalle cliniche hi-tech della Svizzera si passa all’ospizio per i «santi bevitori di Berlino», inventato al secondo piano di una comunità di senzatetto. Si tratta dell’unico hospice in Germania dove il paziente può continuare a bere: «molti sono diabetici, cirrotici, hanno problemi renali ma almeno si spengono in modo dignitoso». Che si tratti di ubriaconi o ricchi borghesi, le morti raccontate nell’Ultimo viaggio hanno sempre un finale collettivo. Nelle cliniche svizzere, il paradiso ha l’aspetto di uno schedario in cui i destini sono divisi per colore – rosa per chi ha ricevuto il trattamento, rosso per chi non è arrivato in tempo. Gli alcolisti berlinesi, invece, finiscono nella «tomba collettiva» dietro l’edificio: nessun colore, «solo nomi senza fotografie e i pochi anni vissuti nelle date di nascita e decesso».
In Questa luce maledetta Ferracuti intervista i ferrovieri a cui è capitato di investire un corpo durante il turno. Con l’aumento dei sucidi ferroviari, i macchinisti sviluppano la stessa insensibilità professionale degli infermieri («Sappiamo che è il nostro lavoro, può capitare»). Alla velocità degli Intercity, frenare è soltanto un istinto del polso: il corpo scoppia all’impatto, a volte la testa si stacca e rotola sulla banchina. Per facilitare il riconoscimento, molti suicidi si gettano con la carta d’identità tra le mani: le loro famiglie dovranno poi ripagare i danni causati dal blocco della circolazione. Quelle ombre esplose abitano per anni gli incubi dei macchinisti; uno di loro si è ucciso appena andato in pensione («dicono a causa dell’ultimo incidente che lo aveva molto scosso e di cui non riusciva a liberarsi»). Mentre i medici svizzeri danno la morte con una dose di tiopentone sodico, in un paese che nega il suicidio assistito i ferrovieri diventano gli esecutori involontari di un’eutanasia fai-da-te, anarchica e disperata.

Nell’ultimo capitolo, il viaggio di Ferracuti torna all’origine, nella campagna marchigiana intorno a Fermo («è il mio paesaggio naturale, dove sono cresciuto da ragazzo»). La storia di Graziella, malata di SLA da undici anni, è la più dolce: ex operaia di un’azienda tessile, quando tornava a casa raccoglieva la legna fino al tramonto, assieme al marito Erasmo. Adesso i muscoli atrofizzati e le mani gonfie hanno dimenticato ogni movimento. Il ventilatore polmonare blocca la voce, trasformando il respiro in un «soffio cavernoso che viene da dentro». Graziella continua a «pretendere» la tinta e a farsi mettere lo smalto sulle unghie («rosso non le piaceva, lo voglio rosso ha detto»). Soprattutto, però, Graziella vuole parlare, indicando con gli occhi le lettere incise su una tabella di plexiglas. Quando Ferracuti le chiede dove vorrebbe trovarsi adesso, risponde «in crociera» («andrei volentieri in America, a New York»). Dopo che la letteratura occidentale ha trasformato la stanza del morente in un palcoscenico di artificio e dizione, Ferracuti ci ricorda che le ultime parole sono spesso le più elementari. Mentre aspetta la flebo, il marito di Alessandra ride e le consiglia i nomi degli uomini del paese con cui potersi consolare («ci siamo detti “tutto”», un tutto fatto di poco e di solito).
Nel saggio sul Narratore, Walter Benjamin scriveva che la «vita vissuta – che è la materia da cui nascono le storie – assume forma tramandabile solo nel morente». Eppure, nell’esperienza della morte la scrittura scopre che l’«autorità» del racconto non è fatta di grandi monologhi ma di piccole parole graffiate dal lessico familiare. Al contrario, i vivi hanno sempre bisogno di una mediazione culturale, un diaframma di citazioni da frapporre tra sé e il dolore. Nell’Ultimo viaggio, l’idea di intervistare i macchinisti è nata dal Ferroviere di Pietro Germi, mentre i versi di Eugenio Montale dedicati alla moglie vengono in soccorso a Ferracuti quando gli sembra di scendere «un altro gradino, uno dietro l’altro, verso il basso fino a quando finiscono». Nella sua scrittura, però, i libri non assumono mai una postura intellettualistica ma svolgono la stessa funzione terapeutica di un OS. Proprio come gli infermieri e i parenti, i romanzi sono delle «sentinelle quiete», delle «disciplinate sentinelle» e dei «guardiani del corpo», che sorvegliano l’agonia dal comodino. La cultura e la cura sono le uniche custodi ad arrivare alle soglie estreme della vita.
Nelle fotografie di Marrozzini scattate all’hospice «La Farfalla» di Montegranaro, il lavoro delle sentinelle si è spostato alle mani. Su 27 foto (incluso un disegno infantile, il ricordo di un matrimonio e uno stormo di uccelli migratori), le mani sono protagoniste di 17. I gesti dei parenti cuciono lo spazio e il tempo, preparano i corpi al rituale della fine. Ci sono le mani dei caregiver che accarezzano i capelli, truccano le guance, abbottonano i maglioni e chiudono gli occhi. Ci sono le mani degli infermieri che cambiano le lenzuola, portano via i corpi, allacciano le mascherine. Ci sono le mani dei malati che non riescono più a stringere ma si posano sui letti, su altre mani, sul pelo di un chihuahua che sorveglia l’agonia – gli occhi liquidi e umani come quelli di una prefica.
Così ingrandite e distorte dal bianco e nero, le mani sono diventate delle cose – sacchetti sgonfi, spatole, stecche di legno. I corpi sono ormai i correlativi soggettivi degli oggetti: la malattia ha calcificato i due regni rendendoli indistinguibili. In una delle ultime fotografie, la mano stringe la sacca di un liquido trasparente ma i confini sono sbiaditi: la stretta sembra un innesto o una metamorfosi. Nella sua fine, il corpo si è trasformato nel paesaggio che non può più guardare. In un’altra fotografia, due mani stringono una Moka come se volessero soffocarla – un delitto d’amore che Ferracuti confessa di aver sognato: abbracciare la faccia di sua moglie nel cuscino, come nel film di Michael Haneke.
Nella critica contemporanea, il pregiudizio verso i libri che parlano di dolore è diventato ancora più modaiolo degli stessi libri che parlano di dolore. Da Contro l’impegno di Walter Siti (2021) all’ultima «stroncatura d’autore» di Raffaello Palumbo Mosca, apparsa sul «Venerdì» di «Repubblica» il 28 novembre, raccontare di malati terminali, femminicidi e migranti scredita immediatamente qualsiasi scrittore, come se ci fosse una frattura insanabile tra libri “seri” (e, dunque, astratti) e libri “commerciali” (quelli che Palumbo definisce i «romanzi doloristi»). Di fronte a una produzione livellata dalle scuole di scrittura creativa e abituata alla semplificazione, anche la critica ha preso il vizio di fermarsi ai contenuti, ignorando la diversità delle forme che possono dare voce alle stesse ferite. Da questo nuovo canone dell’anti-dolore, il libro di Ferracuti e Marrozzini rischia di essere escluso e squalificato; e sarebbe uno sciocco peccato di cinismo. Non è che la critica contemporanea ha paura del trauma e traveste la rimozione da complessità? Ma una critica che ha paura del dolore non ha paura anche, e soprattutto, della letteratura?
Angelo Ferracuti, Giovanni Marrozzini
L’ultimo viaggio. Storie di vita e di fine vita
il Saggiatore, 2025
192 pp. ill. b.n., € 18
Fotografie di Giovanni Marrozzini
