Presentato in anteprima al Salone del Libro di Torino, il copioso volume Scritti è un omaggio antologico alla bulimia intellettuale di Marco Vallora, scomparso nel 2022. Allo stesso modo, anche questo testo è un omaggio, poiché una recensione mal si attaglierebbe a un carattere qual era quello dell’intellettuale piemontese.
Mentre scrivo, mi raggiunge la notizia della morte di un amico. (Amico? È diventata una parola-frittura [per usare un’espressione di Marco Vallora mutuata da Roland Barthes], una parola-ombrello [citando Gilles Deleuze]? Ne ebbi la conferma leggendo L’idea di amicizia nel mondo antico classico e cristiano di Luigi Pizzolato, libro che era nella bibliografia di un esame di Filosofia del diritto, una vita fa).
È morto Franco. La prima immagine che mi sovviene è quella di un insegnamento, anzi di un addestramento – con determinazione e calma, autorevolezza e fiducia, benché Franco non avesse figli né avesse mai svolto (per quel che so) la funzione del docente. Siamo nel «vallone», un’area che ha/ho sempre prediletto nel comprensorio sciistico di Sauze d’Oulx. Sono gli anni ’80. Franco è uno sportivo, dal fisico asciutto, modellato dalla pratica delle arti marziali. (Daniela, o Dada, come la chiama lui, è stata nazionale di nuoto.) Franco mi insegna a mangiare il panino sullo skilift. Prima portando i miei bastoncini, poi in autonomia. Ottimizzazione del piacere – non del tempo, del costo dello skipass; ottimizzazione della jouissance sciistica.
È un dettaglio. E non c’entra nulla con la morte di Marco Vallora. Beh no, ovviamente c’entra, eccome. «Non cedere all’aneddotica», mi dico. «E perché mai? Le provocazioni vanno raccolte, in malora lo stoicismo orientaleggiante», ribatto.
Flashback, prima edizione d’una fiera torinese durante la settimana dell’arte. Pochi i giornalisti alla preview. Solo due necessitano di scrivere, subito. Marco e io. Le direttrici, Stefania (Poddighe) e Ginevra (Pucci), allestiscono alla bell’e meglio due postazioni nella piccionaia del Pala Alpitour, primigenia sede della manifestazione. Allestiscono due tavoli, sembrano due banchi di scuola. Ci mettono distanti, come discoli che vanno separati. Ma non abbastanza per impedirci di interpretare il ruolo assegnatoci. «Maestra, Marco mi dà fastidio». «Maestro, Marco mi ha tirato una pallina di carta». Ruoli intercambiabili, grazie alla coincidenza del nome di battesimo. (A un certo punto Marco dice di non sentirsi bene, io non capisco, penso che la commedia si stia ancora svolgendo, lo canzono, gli dò del moccioso ipocondriaco, lui va in bagno, io raccolgo le mie masserizie e – passando di fronte alla porta – «Maestra, Marco è al cesso da mezz’ora, gli metta una nota!». Aveva avuto un malore, in quel bagno. Quando l’ho saputo, sono stato colto da un doloroso mix d’imbarazzo e rimorso. Gliel’ho detto alla prima occasione d’incontro. «Ma vàààààà!». Incidente chiuso.)

All’indietro, 2009. Inaugura l’M Leuven con una strepitosa mostra di Rogier van der Weyden. Io, ignorante, lo pronuncio alla francese, lui mi guarda in tràlice, bisbiglia che non si capisce cosa stia dicendo, capisce che non ho capito, ripete a voce leggermente più alta. Mi toglie, lui sì, dall’imbarazzo, discretamente, con un’occlusiva velare. A cena: giornalisti, direttrici, curatori, addette stampa. Marco alla mia destra. Inizia a scarabocchiare. Avvicina un pizzino e il volto, di sghembo, alla ragazza alla sua, di destra. Confabulano; anzi, lui confabula, lei ha gli occhi smarriti, si consulta con le commensali dirimpettaie. Accosto a mia volta il volto, curioso. En bref, Marco sciorina calligraficamente nomi e nomi di artisti poco, pochissimo noti, ignoti talora, e chiede alle fiamminghe madrelingua la pronuncia corretta, che poi s’appunta accanto al nome in un’idiolettica scrittura fonetica. Allibisco.
2018, nel mezzo. «Marco?!». «Sì…». [… questi tre puntini elidono una descrizione minuziosa della mostra, di cui era curatore, che di lì a poco avrebbe inaugurato alla Fondazione Ferrero di Alba, col titolo Dal nulla al sogno. Dada e Surrealismo dalla collezione del Museo Boijmans Van Beuningen.] «Magnifico, verrò sicuramente a vederla». «Hai scritto un libro su René Daumal». «…». «Il catalogo della mostra è voluminoso, ci sono i saggi, poi c’è un apparato enorme, nomi importanti, gli specialisti delle faccende più circoscritte». «Per quando, quanto lungo e a quanto?». [… questi tre puntini elidono la fase generalmente più fastidiosa di una telefonata del genere, ma con Marco si trasforma in un cadavre exquis dal quale spuntano domande tipo: «Ti piace la Nutella?»]. La seconda telefonata arriva qualche tempo dopo: «Sei in ritardo». «Davvero stai pronunciando, tu, questa frase?». La terza telefonata a consegna effettuata: «Ma come faccio?! È lungo più del quintuplo…». «È la vendetta pregustata per anni, anzi per decenni, da stuoli di capiservizio, capiredattori, responsabili di pagina… [provo a imitare la voce di John Wayne, N.d.A.] Ciao Marco, ci vediamo ad Alba». Dove ritrovo il mio saggio integro, intonso, senza nemmeno un’incisione chirurgica.

Niente preterizioni. Non ho scritto: «Non racconterò aneddoti, come quando…». Di preterizioni invece Marco ne faceva un uso, non abbondante, ma generoso. È una delle mille cose che Marcello Barison sottolinea nelle sue impeccabili e generative e intelligenti e colte pagine conclusive del tomo Scritti. Pagine anche diplomatiche. Ad esempio quando suggerisce al prefatore Agamben che, forse, trasformare Vallora in un interprete (non epigonico, almeno quello) di Longhi è riduttivo (lo ha ribadito anche Cortellessa nel suo articolo su Alias). (La prefazione di Agamben però è interessante, seppur scorciata; nel senso che è il calco quasi integrale della prefazione all’edizione «moderna» delle longhiane Proposte per una critica d’arte, con una postilla finale dedicata a Vallora).
Tornando a Barison: diplomatico anche quando evidenzia più e più volte la basilarità di un testo valloriano, Le arti figurative: splendori e miserie, che non è compreso in questa antologia. Personalmente un’idea di sostituzione ce l’avrei, chissà se coincide con quella che forse ha (avuto) in mente Barison.
Veniamo dunque al volume, al tomo. In anteprima all’ultimo Salone del Libro torinese (come se ne esistesse un altro), fa parte di quella squisitezza grafico-editoriale ideata dallo Studio Sonnoli e nella quale son pubblicati, sinora, Paolo Volponi e Paolo Fossati.
Di antologia si tratta, e sappiamo all’incirca tutte e tutti che il sostantivo solleva immediatamente il polverone del «perché questo e non quello?». E mica finisce qui: io solleverei l’indice, anzi entrambi gli indici, per chiedere un apparato iconografico (anche parziale, anche in bianco e nero, come Kandinsky chiedeva a Schönberg) e un indice analitico (o almeno dei nomi, però mettendoci dentro anche aggettivi e avverbi, perché altrimenti ti sfuggono non solo i più abituali «nicciano» [notare il vezzo dell’eterografia] o «freudianamente», ma pure «tintorettesco», per dire), e, prendendo coraggio, non dico che sindacherei sulla scelta dei saggi, ma sul loro ordine sì, perché mi fa simpatia il tematismo, però l’intelligenza cronologica ha i suoi vantaggi.
Così mi son messo di buona lena, ordinando i testi, e il primo (orale 1984, scritto 1986) è quello su (no: con) l’amico defunto Roland Barthes; l’ultimo (pubblicato 2016, ma in realtà in gran parte scritto e pubblicato già nel 1996, e la postilla [che contesta la sua stessa tesi precedente] scritta nel 2010… ecco, qui già c’è una almeno parziale spiegazione del fatto che non s’è proceduto – non s’è potuto procedere – seguendo la linea del tempo) su Nadar, ma con un incipit che cita La camera chiara del medesimo Barthes (che poi medesimo: ci passa una vita, intellettuale almeno, tra il libro sul Giappone, tema del primo saggio, e il libro sulla fotografia, stimolo più volte affiorante del secondo). Già mi sono perso, e Barison ricorda de surcroît che Vallora esagerava sempre in lunghezza, e quindi gli editori tagliavano a man bassa, e quindi bisognerebbe andare alla ricerca degli hard disk, inseguendo le versioni unabridged.
L’obiettivo sarebbe stato dimostrare che il longhismo di Marco è in fin dei conti una parentesi; magari non così definita temporalmente, ma occasionalmente sì, cioè limitata ad alcuni testi, e spesso nemmeno alla totalità di essi, perché – sia fatta l’eccezione per le pagine su Lorenzo Lotto – può anche farsi sotterraneo, questo longhismo, e far capolino magari in una frase, in un giro d’aggettivazione, discreto per quanto discreto possa essere un longhismo (l’inciampo di Contini-Agamben che diventa, beffardamente, uno sgambetto).
Immagino, forse però non me lo auguro – che un giorno si ritrovino (in un formato, chissà, magari anche video, o almeno audio, com’è successo per Deleuze) e si pubblichino le lezioni universitarie di Vallora. E allora si illuminerà con generosi lumen la solidità argomentativa di Marco – non sto dicendo che la forma indebolisca il contenuto, non sono tanto ingenuo (piuttosto, ad esempio, l’aggettivazione aggetta [architettonicamente] il pensiero, lo squilibra pericolosamente, e così facendo lo rende spavaldo, irragionevole anche, a volte: Dichtendes Denken, diceva Heidegger leggendo Hölderlin), ma questa antologia occhieggia in maniera forse eccessiva e civettuola a una delle sfaccettature della bulimica e fervida intelligenza di Vallora.
Si dirà: ma i contraltari al saggio su Lotto ci sono eccome, ad esempio la chiarezza quasi scarna (i pesi e le misure van tarati, siamo intesi) del saggio su Hogarth (Il caso e il metodo del libertino pittore).
[… qui ci sarebbe una decina di cartelle che probabilmente non scriverò mai. Le baratto con quanto segue.]
Ho deciso di non terminare il volume. Ho letto Lagioia e Barison, in coda al tomo. Ma a pagina 396 mi son fermato. Perché ne restavano poche, di pagine, fino alla 468. (Mi è capitato raramente di adottare questo stratagemma. Con Tristi tropici. Con Céline [il recente ritrovamento dei tre manoscritti mi ha sollevato dalla disperazione di aver già esaurito anche i bonus, con Ferdinand; anche se queste estensioni sono troppo, troppo brevi, pur centellinate]. Con pochi altri.)
Mi sono fermato dopo aver letto le pagine, una ventina in questo formato, di Che fai tu, Padre, in ciel? Dimmi, che fai, dedicate a Giuseppe Zigaina. Sono state pubblicate nel 2010. Sono – so che è una visione «a tunnel» – perfette. È la miscela alchemica di cui ogni componente è in bella vista, ma valla a riprodurre, valla a falsificare (basta una lettera fuori posto, rubata, e sparisce).
In quelle pagine c’è il letterato e lo scoliasta, lo storico e il critico, l’ecrasta e il filosofo, il tecnico e il retore. «Dovresti provare a immaginare»: così inizia (e sul finire: «E tu sai anche hai scelto questa formula del ‘tu’, che sdoppia e prende le distanze»…). Passa per una «calvizia del pensiero», s’aggrotta a causa della «stanchezza della parola illustrativa» (Come se la parola dipingesse? Davvero avete scelto questo sottotitolo?) e al tempo stesso per le «etichette di comodo dell’abituata farmacia ermeneutica» (un colpo al cerchio e uno alla botte, e nemici come prima). Non manca d’inserire i suoi participi passati attributivi preferiti («serpentinato» non delude mai, quasi mai, insieme alle «monadi» de-leibnizzate), fa le fusa all’amata allitterazione («smidollati scagazzi, ragazzi»: Marco era una delle rupa del Gatto del Cheshire), auto-ironizza addirittura sulla sua (nostra) francofilia («un’alba inutile cui solo il noir parigino può credere ancora»). E poi il cinema (sì, d’accordo, come Longhi), che lo affascina (qui ci sono almeno Alfred Hitchcock e John Ford, espliciti), persino un escamotage che raramente Marco utilizzava, quello della disseminazione del significato indicata con l’utilizzo della parentesi destabilizzante, se non decostruttiva («o forse in laguna, quand’era ancora laguna, non mestr(ual)izzata dagli acidi industriali»).

Mi viene da imitare Tra due linguaggi di Pier Vincenzo Mengaldo (che Marco da qualche parte chiama in causa), infilare una sequenza semiautomatica: «Dioniso cittadinizzato», «eternità palombariale», «scolpisce e ‘scalpisce’» (io dico che quelle virgolette gliel’ha messe un editor di Linea d’Ombra), «delizia delibata del dolore» (l’allitterazione che nasconde e insieme rafforza l’ossimoro: la prosodia a supporto dell’argomentazione, come in Quintiliano), «Calvino, che in quegli anni vittorineggia» (nel mio indice dei nomi ideale, entrambi!), «rilevante: rivelante» (anagramma frusto? E Marco gli spara in faccia il flash deittico dei due punti, come se fosse Paper Plane delle Violente Femmes), «il riconoscibile cielo color topo della Storia» (qui è istigazione a delinquere, invito al saccheggio), la «galera gerarchica della prospettiva, della profondità illusiva» (non «illusoria», perché «illusiva» chiama «allusiva» ed «elusiva»).
Estrapolo e isolo la perla – sempre la visione a tunnel, ne sono consapevole: «figurale, l’aquilone sciolto dell’astrattismo più libero e capriccioso» (considerate le centinaia di pagine dedicate al tema, da Lyotard a Didi-Huberman almeno, e lui sintetizza in cinque parole, cinque di numero). Mi inoltro nel tunnel (filosofico, estetologico): «Eccola qui, dipinta, l’intenzionalità di Husserl e di tutta la fenomenologia: il mondo trafficato della vita». Per chiudere (io, lui poco dopo) con un’insolita teticità: «La pittura è immersione dentro un oblio attivissimo, che materializza, cancellando, e presentifica».
(Il saggio su Pasolini lo conservo per i momenti di carestia intellettuale.)
Marco Vallora
Scritti. Come se la parola dipingesse
a cura di Giorgio Agamben, Marcello Barison e Monica Ferrando,
con un ricordo di Nicola Lagioia
Electa, 2025, 528 pp., € 39
In copertina: William Hogarth, Matrimonio alla moda, 1743, National Gallery, Londra
