Bologna la Rossa

Oggi, mercoledì 4 marzo alle 18, alla sala Carlo Scarpa del MAXXI di Roma, Silvia Litardi e Alessandra Mammì parleranno di Bologna la Rossa con l’autore; introdurrà Bartolomeo Pietromarchi.

Serie – La Strage dell’Italicus del 4 agosto 1974, l’uccisione di Francesco Lorusso l’11 marzo 1977, l’incidente di Murazze di Vado il 15 aprile 1978, la Strage di Ustica del 27 giugno 1980, la Strage della Stazione di Bologna del 2 agosto 1980, la Strage del Rapido 904 il 23 dicembre 1984, la Strage del Salvemini il 6 dicembre 1990, la Strage del Pilastro il 4 gennaio 1991 e la Strage dell’Armeria di via Volturno il 2 maggio 1991. Tutti questi sono entrati in modo differente, un giorno, nel mio quotidiano, a Bologna; ho ricordi precisi di dove ero, cosa facevo e a volte cosa pensavo. Le immagini sono quasi più nitide con le tragedie e in fondo mi hanno fatto vedere meglio; i Settanta e gli Ottanta sono l’origine di molte cose, come se costituissero una mitologia che supporta la mia civiltà. Nel 1993 la crisi economica era pesante e su tutte le strade apparve una pubblicità: Fiat Punto. La risposta.

Per la prima volta i fari posteriori di un’auto erano in alto, assolutamente in un posto inedito. Per la prima volta un’auto popolare era diversa dalle altre e mi sembrò veramente un cambio radicale. Capii che da quel momento il presente sarebbe stato diverso, cambiava un’epoca e per me fu un trauma.

Ma nel 1993 non successe nulla a Bologna, tranne lo Shopville Gran Reno, e allora mi sono fermato al 1991, per non creare scompensi e differenze.

Ci devono essere delle corrispondenze, deve fare pendant in una sorta di simmetria tipica della casa borghese dove sono cresciuto. Le tragedie con i morti, le rovine, le macerie e le loro carcasse di lamiera colorata, coi loro paesaggi brevi e artificiali, spesso portano ricordi volontari e involontari che danzano insieme senza fine.

A metà luglio 2019 è morto Manlio Favelli, mio padre. Questa lunga storia, fra lui e me, si conclude mentre sto ultimando questa serie di disegni, che sono anche un po’ suoi; questa storia tragica, ma anche intensa, sempre segnata dall’arte – perché è così che in qualche modo l’abbiamo sempre intesa – è stata accompagnata da documenti con scritte, proprio come questa opera. […]

Via Guerrazzi 21 (40125 Bologna) – Da qualche anno hanno rifatto il marciapiede di via Guerrazzi dalla parte senza il portico; è stato rialzato e il numero 21 è da quel lato. Nell’uscire dal portone la prima volta dopo quel cambiamento, sentii un movimento, una distanza, una misura diversa da quella che avevo tastato ogni giorno, dal 1974 al 2001. Fu come una mancanza di sicurezza, un non sentire la terra sotto i piedi, perché alzando il marciapiede mi avevano tolto qualche centimetro che certificava l’autenticità di via Guerrazzi 21. Quel primo passo spesso era non sicuro per via delle faccende familiari che si erano svolte dentro e fuori da quel portone; era come se qualcuno avesse cambiato un ordine preciso ad una specie di rito già complicato per sua natura.

Si sono immischiati nella mia vita e se la portano un po’ via, pensai.

Ho vissuto ventisette anni fra il primo e secondo piano in tre appartamenti del palazzo di via Guerrazzi 21. Sono venuto qui nel 1974. Mettendo insieme tantissimi momenti direi che alla fine ho passato qualche settimana della mia vita a guardare il giardino interno, le palme a volte con la neve, i fiori del Calicanto profumato – che spesso era l’unica cosa colorata di tutti i tristi gennaio, mia madre tagliava qualche rametto e per noi che eravamo gente di città, mi sembrava una cosa così selvaggia prendere dei rami dal giardino e metterli nei vasi di Sesto Fiorentino col bordo oro – e quelli della Magnolia sempreverde.

Via Guerrazzi 21, insieme alla casa di via San Vitale e a quella di Pavana, è il luogo dove si sono consumate tutte le faccende della mia famiglia, una grande opera di immagini fantasmagoriche, dove sono stato un personaggio centrale: figlio unico e da anni tutore di mio padre, poeta e interdetto, forse a tutelare e certificare tutta la faccenda, la Situazione, come la chiamava lui.

All’ultimo piano delle scale ripide e buie, ora tinteggiate da un colore finto soprintendenza, non mi avventuravo mai perché abitava una strana persona, elegante e distinta, sempre con gli occhiali scuri anche se era buio; il Signor B. era invertito come ammoniva mia nonna Tosca. Nell’altro appartamento abitavano le Signorine S. due sorelle anziane quasi invisibili di Palermo. Il primo grande appartamento aveva i pianciti con la veneziana e i soffitti altissimi, uno era affrescato e mio padre aveva messo due faretti colorati uno giallo e uno blu su un ripiano sopra lo stipite della porta, a smalto lucido avorio, per dare un effetto scenografico. Una volta mia madre fece un pranzo per cinque dei miei compagni della scuola media, non ricordo se i più simpatici o i più importanti, anche se non ne capii mai il motivo. Da bere c’era spremuta fresca servita in una broccathermos con l’interno in vetro e l’esterno in sughero, lavorata e argentata. Prima di versare mia madre mescolò per un’ultima volta e il vetro scoppiò, un bellissimo vetro specchiante, marezzato con riflessi ottone. Una volta Carlo Franchini, mio nonno, mi rimproverò perché stavo mescolando il tè in senso antiorario. Non si mescola al contrario! mi riprese. Tutto aveva un verso e un posto per lui, i piloni del mondo si reggevano con la precisa applicazione delle giuste regole fra cui mescolare in senso orario. Regole chiare di differenti provenienza: buone maniere, buon gusto, superstizione, ordine, Civiltà cattolica e usanze borghesi. Restai sempre col dubbio che mia madre, quella volta, mescolò in senso contrario, in modo invertito. […]

(Firenze, 1967), dopo la Laurea in Storia Orientale all’Università di Bologna, prende parte al Link Project (1995-2001). Ha esposto con progetti personali al MAXXI di Roma, al Centro per l’Arte Pecci di Prato, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, alla Maison Rouge di Parigi e al 176 Projectspace di Londra. Partecipa alla mostra “Italics” a Palazzo Grassi nel 2008 e a due Biennali di Venezia: la 50a (“Clandestini”, a cura di Francesco Bonami) e la 55a (Padiglione Italia a cura di Bartolomeo Pietromarchi). Nel 2008 realizza “Sala d’Attesa”, ambiente permanente nel Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna che accoglie la celebrazione di funerali laici. Nel 2015 l’opera “Gli Angeli degli Eroi” viene scelta dal Quirinale per commemorare i militari caduti nella ricorrenza del 4 Novembre. Tra i suoi ultimi progetti “Senso 80” (Albergo Diurno Venezia di Milano, 2017); “UNIVERS. Un negozio metafisico” (Venezia, 2017); “Serie Imperiale” (Casa del Popolo ed ex miniCoop di Bazzano, 2018), vincitore della seconda edizione di Italian Council; “Il bello inverso” (Ca’ Rezzonico, Venezia, 2019). Il suo ultimo libro è “Bologna la Rossa” (Corraini 2019).