Corpi in conflitto: la fotografia di Joanna Piotrowska

È impossibile restare indifferenti all’ambiente politico e sciale che ci circonda.
Ha sempre un forte impatto sulla sfera più privata della nostre vite:
sulla nostra intimità, sulle relazioni
che abbiamo con la nostra famiglia, sui nostri corpi
.
J. Piotrowska

Due mani grandi, visibilmente maschili e non giovani, tengono stretto l’avambraccio di una figura dalla corporatura più fine e minuta. Il braccio che subisce la stretta oppone resistenza e le vene che rialzano leggermente la pelle del palmo della mano ci indicano che quella figura è in tensione. Eppure l’altro suo braccio resta abbandonato sul tavolo. Il taglio dell’inquadratura è ravvicinato, esclude il contesto, ci mostra solo il piano di un tavolo appoggiato a una parete e non ci permette di capire chi stiamo guardando. Non possiamo vedere né i volti né le espressioni delle due figure. La fotografia si limita a mostrare il gesto, un gesto decontestualizzato, un gesto interrotto, unica traccia della relazione a cui siamo messi di fronte.

Untitled, 2015 (dalla serie Self-defence)

I corpi scelti, la mano maschile matura e il braccio più fine (appartenente a una donna? A un ragazzo molto giovane?) presentano caratteristiche che rimandano immediatamente a un conflitto in una dimensione che, per quel poco che ci è dato conoscere, si situa al chiuso, forse in un ambiente domestico. Impossibile non pensare a un rapporto sbilanciato, a una violenza all’interno dell’intimità familiare e alla violenza di genere mentre si osserva la stretta operata dalle due mani in primo piano. Eppure il braccio rilassato fornisce un messaggio ambivalente, come se il soggetto contraddicesse la sua stessa reazione o volesse svelare la posa fotografica dietro alla costruzione dell’immagine. Mentre l’azione rimane ambiguamente sospesa tra aggressione e difesa, l’immagine suscita incertezza, nega ciò che afferma, mette in campo delle forze concrete ma allude a una dimensione psicologica. L’assenza di elementi precisi e coerenti che possano aiutare a contestualizzare la situazione rappresentata fa sì che ogni interpretazione chiusa risulti limitante. Ed è in questa radicale ambivalenza, nelle domande che suscita, che il lavoro di Joanna Piotrowska, nata a Varsavia nel 1985, fa emergere le categorie e gli schemi che danno forma al nostro pensiero e al nostro modo di vedere il mondo, di codificarlo e di giudicarlo. Emergono le strutture psicologiche e critiche e al contempo gli interrogativi su di esse, spingendoci fuori dalla nostra zona di sicurezza. Di fronte all’assenza di paramentri sicuri, siamo costretti a pensare dove per noi si situino la violenza, l’intimità, il consenso e perché. Ci accorgiamo che l’oggetto di indagine non è il comportamento rappresentato, ma è il nostro modo di leggerlo.

In questa fotografia, dove la materialità scultorea del bianco e nero analogico contrasta con un’illuminazione diretta e quasi disturbante, così come il contatto che vi è rappresentato rivela indizi di conflitto, ritroviamo l’ambiguità, la sospensione, la cura formale e la lettura psicologica che sono alla base della grammatica espressiva di Joanna Piotrowska.

Joanna Piotrowska, Frowst XIV  2013-2014

Come il corpo abita lo spazio (intimo) e si relaziona ad altri corpi è la tematica centrale della sua produzione fotografica. Con il titolo Frowst (termine informale inglese per dire aria viziata – atmosfera chiusa) l’artista ha pubblicato nel 2014 un libro che raccoglie una serie di scatti in bianco e nero ambientati in luoghi domestici dove le persone ritratte ripropongono gesti e posizioni tipici della sfera dell’intimità. Rispondendo a una precisa richiesta dell’artista, ispirata dal metodo terapeutico sistemico di Bert Hellinger, i modelli assumono pose richiamanti l’affetto familiare, simili a quelle delle foto ricordo, creando situazioni in cui il contatto fisico messo in scena perde la tipica patina di “ricordo felice” e di serenità. Abbracci, carezze, sguardi diventano gesti distanti, rigidi, come costretti, dove la vicinanza diventa inappropriata, quasi disturbante. Le persone ritratte si guardano raramente, e ognuna sembra immersa in un mondo di solitudine e di incomunicabilità. Al contrario dell’osservazione distratta e nostalgica delle foto di famiglia, durante la quale il conflitto viene rimosso, nelle immagini di Joanna Piotrowska il passato viene metaforicamente rivissuto, facendo riaffiorare una tensione che rimane insoluta e che viene acuita non solo dal rapporto tra le movenze dei corpi e i contesti quotidiani in cui sono immersi, ma anche dallo straniamento del riportare nel mondo adulto pose e situazioni che normalmente definiscono i rapporti di parentela durante l’infanzia: ad esempio, il prendere in braccio o sulle ginocchia il proprio figlio è un gesto che fotografato in età adulta appare forzato, perde la tenerezza dello stereotipo a cui siamo abituati, fa emergere gli aspetti disfunzionali e forzati dei rapporti familiari.

Le persone che abitano le fotografie di Joanna Piotrowska stanno interpretando dei ruoli eppure, mentre lo fanno, lasciano emergere qualcosa di profondamente intimo, nel quale ci si immedisima e dal quale al contempo ci si sente respinti, come da una maschera alla quale si è abituati, o da un frammento di teatro surreale che racconta verità profonde. E il teatro, la performance, la scenografia fatta di contesti quotidiani costituiscono il sottofondo silenzioso di queste composizioni, nelle quali i corpi emergono con forza scultorea (lei stessa in un’intervista rilasciata in occasione dell’esposizione All Our False Device, allestita nel 2019 alla Tate di Londra, include Pina Bausch, Boris Charmatz, Ohad Naharin, Sharon Eyal tra le sue fonti di ispirazione).

Joanna Piotrowska, Untitled, 2015 (dalla serie Self-defense)

Le fotografie di Joanna Piotrowska non possono essere ridotte a registrazioni di un atto performativo. L’azione performativa è fondante nel suo lavoro perché funzionale al raggiungimento di una precisa atmosfera e all’emersione di ciò che l’artista è interessata a catturare, quel sentimento agito a cui viene data forma. Questo accade nelle immagini di Frowst così come negli scatti di Self-defence, lavoro realizzato tra il 2014 e il 2015, dove ragazze sono fotografate nelle loro case mentre assumono le posizioni illustrate nei manuali di autodifesa. L’altro rimane una proiezione assente, resta solo l’io isolato che segue le istruzioni, difendendosi da un’aggressione quasi immaginata, imposta dall’artista stessa, in una performance dove il corpo e il pensiero diventano teatro di un conflitto interiore. E il corpo è di nuovo messo in scena nello spazio quotidiano della casa, metafora di un luogo solo apparentemente sicuro dove possono emergere interiorità, fragilità e senso del pericolo. I gesti di queste immagini ci mostrano dei corpi straniati e stranianti, in contesti normalmente considerati accoglienti dove ci sentiamo a disagio, e dove la violenza, in una forma rarefatta e forse per questo più angosciante, proviene ambiguamente sia da dentro sia da fuori. E ci si trova a guardarne il principio, l’insorgenza, come in attesa che si manifesti in modo più esplicito. Questi corpi, irreali e al contempo disarmanti nella loro concretezza, appaiono – forse – come allegorie di un mondo interiore di paure e di tensioni con cui a fatica ci mettiamo in contatto.

Joanna Piotrowska, Untitled, 2017 (dalla serie Shelters)

Il conflitto, al centro di Self-defence, il contrasto tra l’innaturalezza della posa e la quotidianità dei singoli elementi che compongono la fotografia sono tutti elementi che ritroviamo in uno dei lavori più recenti di Joanna Piotrowska, esposto per la prima volta nel 2016 in una mostra dal titolo Frantic presso la galleria d’arte lisbonese Mandragoa. In questo lavoro vengono fotografati una serie di rifugi temporanei creati dalle persone nelle loro abitazioni usando oggetti e mobili parte della loro vita quotidiana.[1] Le precarie costruzioni, al cui interno sono ritratti i proprietari, appaiono come sculture temporanee, fragili monumenti in bilico tra architettura e scultura in cui i corpi di coloro che li hanno creati stanno a fatica. Queste strutture sembrano imitare l’universo infantile del gioco ma, proprio poiché frutto dell’esperienza adulta, diventano scenografie di un’intimità celata, mascherata e incerta. Il modo in cui i bambini istintivamente si ritagliano uno spazio sicuro, una tana che confini il mondo adulto, le sue gerarchie e la sua invadenza, per far spazio a un universo regolato dall’immaginazione, è troppo lontano dalla realtà psicologica dell’adulto. Queste strutture ci appaiono come fragili messe in scena in precario equilibrio, pronte a crollare e a ridiventare un insieme slegato di singoli oggetti in cui si ravvisano gli indizi delle vite delle persone a cui appartengono. In queste fragili costruzioni, i corpi dei loro creatori appaiono a disagio, costretti, chiusi, in pose assolutamente innaturali. L’abitare lo spazio e il farsi fotografare dentro è l’ultimo di una catena di azioni performative che inizia con la scelta di partecipare al progetto artistico, e che continua costruendo con i propri oggetti un qualcosa che possa essere un rifugio per il proprio corpo nello spazio in cui si vive. Gli oggetti quotidiani costringono e schiacciano e mentre la tana diventa più simile a una gabbia e le pose forzate in questi cunicoli vicine a quelle di un animale domestico, nasce in noi il desiderio di evadere.

Joanna Piotrowska, Untitled, 2018 (dalla serie Enclosures)

Proprio dall’idea della gabbia e della costrizione nasce Enclosures, l’ultimo lavoro di Joanna Piotrowska che dal 2018 fotografa luoghi progettati per tenere gli animali in cattività, ritraendoli però vuoti. A emergere di questi spazi sono barriere e confini, tracce minime di una vita ridotta a bisogni e attività essenziali, sempre sottomesse al potere dell’uomo: ciotole, giacigli vuoti, piccoli giocattoli, resti organici. Accanto queste immagini, una serie di nature morte in cui gli oggetti legati alla sottomissione e all’addomesticamento, come catene, piccoli sonagli, gabbie, guanti, diventano i protagonisti di nature morte in cui mani femminili li tengono sollevati, presentandoli: in queste composizioni la delicatezza e la sospensione dei gesti si oppongono alla violenza potenziale insita negli oggetti, e questo ossimoro è amplificato dalle ombre taglienti proiettate dal flash, dall’inquadratura che taglia le braccia trasformando questi gesti di presentazione in sculture, in un gioco di forze che rimane sospeso.

Il lavoro di Joanna Piotrowska nasce da una profonda ricerca concettuale e compositiva che attraverso performance, messa in scena e relazione dà corpo a un insieme compatto di immagini che racconta le contraddizioni della nostra interiorità e del sistema di valori da cui siamo guidati: ci racconta di un personale politico. La sensibilità psicologica con cui approccia le tematiche gioca con le sfumature e le contraddizioni non solo dei soggetti che danno forma al suo immaginario, ma anche, se non soprattutto, del soggetto osservatore.

Prendendo in considerazione l’aspetto installativo dei suoi lavori, la scelta del bianco e nero analogico permette di astrarre le immagini, di immergere i suoi soggetti in una dimensione concettuale, contraltare alla materialità della stampa ai sali d’argendo, che conferisce alle fotografie una fisicità scultorea. Che le sue fotografie assumano il valore di oggetti nello spazio è dimostrato dalla diversità di formati e soluzioni installative che di volta in volta l’artista compie, dal dialogo costante tra linguaggio fotografico, video e performance che caratterizza la produzione dell’artista polacca. Come le immagini dei corpi delle adolescenti contorte in pose di autodifesa sono nate insieme a video in cui le stesse indicano parti fragili del loro corpo di fronte a un’inquadrature fissa, così gli oggetti per l’addomesticamento animale sono stati anche ripresi mentre vengono usati da alcune donne che ci giocano. La scelta del video per raccontare dei movimenti compiuti conferma la natura scultorea del processo fotografico di Joanna Piotrowska, scelto proprio per il silenzio, la sospensione, la frammentarietà e l’ambiguità.

Joanna Piotrowska, Untitled, 2018 (dalla serie Enclosures)

Ciò che trovo estremamente attuale e significativo nel lavoro della Piotrowska è il suo porre la rappresentazione intima del soggetto, del suo corpo e dello spazio abitato al centro di un conflitto. Il linguaggio “social” ha diffuso una fotografia svilita ad auto-promozione e ci ha lentamente abituato a un'(auto)rappresenzazione aconflittuale e patinata che rimuove ogni problematicità. La velocità e la facilità con cui oggi la fotografia si diffonde e si produce sono diventate campo di indagine di molti artisti, alcuni dei quali hanno rinunciato alla pretesa di autorialità, trovando nel riuso delle immagini o nell’abbandono del medium fotografico una soluzione all’interpretazione della nostra schizofrenica contemporaneità fotografica.

Joanna Piotrowska non rinuncia alla rappresentazione ma, al contempo, ne nega l’univocità. Non rinuncia al corpo né alla fisicità dell’immagine, pur optando per un uso della fotografia aperto al dialogo con altri linguaggi. Non si rifugia nemmeno nell’astrazione né in concettualismi che giustifichino la produzione di immagini in un mondo che ne è saturo. Il suo sguardo riesce a emergere dall’odierna bulimia fotografica perché deriva da una posizione autoriale precisa e costruisce una visione coerente attraverso una costellazione di progetti dal corpo unitario. Quella a cui dà voce è un’interiorità profondamente attuale nel suo essere universale e quindi politica, nel suo diventare tutt’uno con il punto di vista dell’osservatore: i corpi che racconta sono i nostri corpi, la vulnerabilità che mette in scena è la nostra vulnerabilità.

Bibliografia:

Sara de Chiara, On Frantic
Alexander García Düttmann, Punchy
George Vasey, On s.w.a.l.k
Stanley Wolukau Wanambwa, Developmental deficits
Anca Rujoiu, Reflects on FROWST
Wojciech Nowicki, 5128

In copertina: Joanna Piotrowska, Untitled, 2017 (dalla serie Shelters)


[1]   Il progetto iniziato a Lisbona è poi continuato a Londra, Rio de Janeiro, Varsavia

(Bergamo, 1986) si specializza in Storia dell'arte a Bologna con una tesi sull'opera di Sophie Calle. Dopo un anno nell'organizzazione del progetto espositivo “Ogni cosa a suo tempo Cap IV e V” a cura di Stefano Raimondi e Mauro Zanchi, frequenta il Master di Fondazione Fotografia a Modena - oggi FMAV - dove dal 2016 è docente. I suoi lavori sono stati esposti presso diverse istituzioni, tra cui: Murate Art District di Firenze, l'Istituto Italiano di Cultura a Berlino, il MATA di Modena, Palazzo Lucarini a Trevi, Fondazione Carlo Gajani.