Sul guardare di Pincio

14.02.2025

Avete presente l’incipit di Magnolia di Paul Thomas Anderson? Ci torneremo.

Esce ora Panorama. Un prologo (lo chiamerò banalmente Panorama 2.0), l’edizione Sellerio del romanzo di Tommaso Pincio (il nome è un alias; all’anagrafe fa, pare, Marco Colapietro) Panorama (senza sottotitoli: lo chiamerò banalmente Panorama 1.0) pubblicato nel 2015 per le allora neonate NN Edizioni.

La mia vita si lega a Panorama: la mia vita critica, almeno. Nel 2015, con un pezzo su Panorama 1.0, feci il mio esordio nel mondo delle riviste letterarie online. Il pezzo si chiamava: I pericoli della meditazione. Avevo acquistato il romanzo di Pincio nella libreria fiorentina Todo Modo, il giorno in cui l’autore vi fece una presentazione. Conservo ancora la mia copia, con un suo autografo-disegno («una firma contiene in sé tanto la rappresentazione dell’identità, il nome, quanto quella del preciso momento in cui l’identità si manifesta»).

Oggi, Panorama 2.0 è un vero e proprio upgrade: un sistema operativo che si fa opera-aperta e che, forse, ogni dieci anni deve essere aggiornato. Il volume Sellerio, infatti, contiene Panorama 1.0 – nel quale, ieri come oggi, si raccontano le vicende di Ottavio Tondi, un lettore editoriale che diventa una star di spettacoli teatrali sui generis (sul palcoscenico il divano di Tondi e lui seduto sopra che legge); la sua vita scorre anodina in una placidità paralizzata ma a suo modo paradisiaca, fra spettacoli, pareri editoriali, sesso ancillare con una studentessa-escort di nome (omen) Maddalena fino a quando un pestaggio brutale lo traumatizza e, nel segno del male, Ottavio cade: niente più teatro, niente più Maddalena, niente più letture, anche perché, a quanto c’informa il narratore (che pare coincidere con Pincio stesso, con tutte le problematiche del caso) non esiste più alcuna comunità di lettori; da qui in poi la vita di Ottavio Tondi si riverserà tutta su Panorama, un nuovo social d’ispirazione panottica (suggeritogli da uno strano poeta spacciatore, Mario Esquilino) dove il nostro protagonista conoscerà Ligeia Tissot, un’utente con la quale intratterrà una lunga corrispondenza digitale: dire altro sarebbe spoiler – e una significativa appendice: Acque chete, il primo e unico libro di poesie di Mario Esquilino. Haiku in inglese, tradotti in italiano da Tommaso Pincio (che firma anche un’introduzione al libro) e le fotografie di Eugenio Tibaldi. Acque chete: singolare silloge poetica uscita già nel 2013 per le edizioni Mirror.

Eugenio Tibaldi, Acque chete #G, 2013, disegno digitale su foto, 35×50. Courtesy l’artista e Galleria Umberto di Marino

Negli anni la narrativa di Pincio è stata magistero di un eerie (laddove dovrebbe esserci qualcosa non c’è niente; laddove non dovrebbe esserci niente c’è qualcosa, secondo il paradigma stabilito da Mark Fisher) assemblato con i materiali della narrativa stessa. Nello Spazio sfinito (2000) i protagonisti si chiamavano Jack Kerouac, Marylin Monroe, Neal Cassady ma non erano i veri Kerouac, Monroe e Cassady. In Un amore dell’altro mondo figura centrale era Kurt Cobain. Copie difformi, quasi simili agli originali, ma differenti, come espulsi dalla Loggia Nera (ma fino a che punto Cobain è reale oltre l’evidence del proprio corpo sacrificato? Fino a che punto Marylin è reale dopo il trattamento warholiano della propria immagine? Fino a dove Pincio è Marco Colapietro e non davvero Thomas Pynchon? il quale, da par suo, è un’altra faccia mascherata che non compare, non si rivela anche se accade).

Ora quest’angoscia si perfeziona. Acque chete, infatti, è un libro d’artista, ma di un artista inventato. Esquilino (Pincio-Esquilino) è un eteronimo pinciano, che compare prima come autore di questi haiku – che incanalano in una «piega», cioè nel momento di agnizione biografica, personaggi storici dai nomi trasfigurati (Dante diventa Daenti Oleegh Yeary; Dostoevskij > Du Stoya Skee; Immanuel Kant > Imman Yuelle Cant ecc.) accompagnati dalle fotografie di Eugenio Tibaldi (lui sì, davvero esistente) – per le false edizioni Mirror (che ricalcano il modello visivo di Adelphi) e poi come personaggio letterario decisivo in Panorama. Così l’introduzione di TP ad Acque chete, nella quale si racconta di un soggiorno presso la residenza artistica di Fosdinovo e dell’incontro con la poesia di Esquilino per tramite dello scrittore argentino Martìn Solares cos’è? Una meta-interpretazione del proprio laboratorio? Un infingimento narrativo per riflettere su tempo e spazio e, perfino, per dare una propria versione della deleuziana «piega»?

Eugenio Tibaldi, Acque chete #R, 2013, disegno digitale su foto, 35×50. Courtesy l’artista e Galleria Umberto di Marino

È un glitch. Lo scarto percettivo per via di un errore di processo dei pixel che compongono le immagini digitali. È il glitch, più che il labirinto, la figura primaria del Panoramaverse. Ed è sempre stata la figura primaria nella narrativa di Pincio. Sì, perché seguire gli easter eggs che l’autore dissemina, il rizoma dei riferimenti, delle apparenti coincidenze, le efflorescenze che nascono da un punto qualsiasi di un romanzo qualsiasi e diventano rami principali in un altrove letterario è un gioco che fa passare il tempo, ma cui prodest? Pincio è un esemplare non tanto della postmodernità – per cui il remixaggio dei materiali dati segue pratiche ludiche, da fine delle grandi narrazioni (Lyotard), come recita la vulgata. Pincio, semmai, è un campione di questa tarda postmodernità, di questo tempo sempre out of joint, ucronico (come, da par suo e per vie alternative, fa Davide Orecchio), impresso nella matrice dal seminale Philip K. Dick di Tempo fuor di sesto (1959), per il quale non è importante giocare con le linee temporali ma porre una distanza critica, ancorché labirintica, fra la propria opera e il sistema-mondo che la partorisce. Da M fino a Un amore dell’altro mondo, da Cinacittà a Panorama (senza contare le traduzioni: eclatante quella di Orwell) Pincio è arrivato con quindici, venti anni di anticipo a parlarci di glitch e di tempolinea, vettore della contemporanea theory (diffusosi in rete a partire da Brexit e Trum ’16) che ci vede coinvolti in un catastrofico incidente nell’acceleratore di particelle del Cern, per il quale – come avrebbe immaginato Dick – adesso viviamo un presente alternativo, un presente sosia ma in un’altra linea temporale, quella che ospita la distopia incarnata del Trump bis, del tecnofeudalesimo, del climate change (al centro di Cinacittà del 2008). Scrive oggi Pincio su «Lucy sulla cultura» (a proposito della serie tv dei D’Innocenzo Dostoevskij): «Ricordo allora quel che diceva Thomas Bernhard a proposito del protagonista di un suo romanzo, Correzione: “Non è Wittgenstein, ma è Wittgenstein”», rivelando cioè la matrice della propria ispirazione.

Eugenio Tibaldi, Acque chete #Q, 2013, disegno digitale su foto, 35×50. Courtesy l’artista e Galleria Umberto di Marino

Acque chete, nel suo apparato iconografico, è un testo fantasmatico. Le immagini di Tibaldi (che differiscono dall’edizione Mirror perché mancano i referenti “realistici”) sono revisioni computerizzate delle «pieghe» dei personaggi storici raccontati dal Sillabario di Esquilino: «Per ognuna delle vite eseguì o trovò un disegno specifico, ma che rispondesse anche a uno schema mentale d’ordine più generale». Se la vita, poniamo, di Dante s’incardina intorno a un evento specifico – incontro con Beatrice – allora il disegno seguirà la forma di una spirale. Ma ciò che più importa è che questa possibilità d’esistenza – che Esquilino agens collauderà con Ottavio Tondi in Panorama – viene poi trattata da Tibaldi attraverso un software per elaborazione di grafici, pertanto «il disegno diventa una sorta di grottesca olografica che abita lo spazio tanto alla maniera di un fantasma, e dunque di un’esistenza già consumata, quanto come una mappa tridimensionale, e dunque una possibilità di esistere».

«L’hauntology è il sosia del postmoderno», scrive Mark Fisher in Schermi, sogni, fantasmi. To haunt+ontologia: l’infestazione spettrale si innesta nella qualità ontologica della realtà, che diviene così agìta dai fantasmi. Sono i fantasmi del «non più» e del «non ancora». Non più: i futuri possibili di società utopistiche, o della Rivoluzione marxista (Fisher scrive sulla scia del Derrida di Spettri di Marx), non si sono mai realizzati. Ma non sono semplicemente falliti: essi si sono esauriti nel loro stato larvale, nella loro esistenza ucronica, ipotetica, solo potenziale. Non ancora: persistenze virtuali di detriti digitali, schegge nei romiti spazi degli algoritmi, continuano a infestare il nostro presente per rammentarci che quelle «pieghe» d’esistenza potevano essere. Il presente, così, rimane intrappolato nell’aporia di non realizzarsi in futuri possibili, semmai di auto-tutelarsi nella cuna (ma dietro l’ingenuità bisogna leggerci un progetto di classe, naturalmente) della nostalgia.

La macchina nostalgica è un dispositivo elitario del postmodernismo, l’hauntology è il rumore di grammofono palesemente artificiale che sentiamo nei dischi di Burial o di The Caretaker, è il disturbo sonoro che dichiara la propria natura d’innesto, è il glitch visivo. Cos’è la presenza di Jack Kerouac nello Spazio sfinito se non, sempre per citare Fisher a proposito di A History of violence di Cronenberg, l’impressione di un testo realizzato da qualcuno che conosceva tutte le caratteristiche del genere ma che è incappato, in sede di montaggio, in qualche errore? Un errore, ma correggiamo: il sosia. Una copia quasi del tutto uguale all’originale. Una ripetizione (derridiana).

Panorama è dominato dalle ripetizioni. Ottavio Tondi, la sua infinità verticale («ragionando sulla rotondità (un aspetto che mi interessava esaltare) sono arrivato a Ottavio, a un otto, a due tondi»), Ligeia Tissot, ch’è doppio di Poe (Ligeia) ma anche della famosa marca degli orologi svizzeri (ma anche di Manganelli che traduce Poe); Esquilino è il doppio del poeta scomparso nel Distrito Federal; e naturalmente il doppio primario: Pincio/Pynchon.

Di più: Panorama non mette in scena un glitch, un errore di parallasse come negli esperimenti precedenti. Panorama (già nel 2015) è la messa in prosa di un dispositivo ottico. Il Panorama-social (un sosia di Facebook, ma quasi-del-tutto simile a quello, senza combaciarvi del tutto: l’impressione eerie di essere in presenza di qualcosa che dovrebbe essere piena ma è vuota persiste incontrollata) è, lo dice il narratore, un esperimento erede diretto del Panopticon di Jeremy Bentham. Anche i nostri social network – e oggi nel 2025 è più evidente che dieci anni fa – sono mezzi di controllo e propaganda sociale nei quali siamo prosumers: «I riflettori sono sempre puntati sugli scrittori». Sì, tutti scrivono, in una produzione incessante di performance (una nuova, tribale, oralità che ricorda sia McLuhan che la Nuova Carne di Cronenberg e, in fondo, non c’è differenza tra il Villaggio Globale e Videodrome) che chiedono non una comprensione (critica) profonda, ma un giudizio: ogni esibizione deve ricevere un punteggio; gli scrittori del Panoramaverse vogliono essere giudicati (ma la fragilità emotiva è somma e un giudizio negativo non è tollerato).

Così Panorama-Panopticon, con la sua pulsione scopica, grazie alla manomissione del “guardare” crea anestesia, paralisi, abulia, sonnambulismo (Ligeia mostra un letto). «L’umanità» si fa «paesaggio». «Il pubblico non va a teatro per vedere un palco vuoto, ma io vi dico che perfino un palco vuoto basta per fare spettacolo, se il teatro è pieno, anzi se c’è qualcuno, anche uno spettatore soltanto».

Panorama è un romanzo su Eden e Caduta del “guardare”. Ottavio Tondi vive dapprima in un Eden («La lettura pura è una forma di beatitudine, una condizione simile alla santità ed è in questi termini che ho inteso il personaggio di Tondi: un santo seppure fallito», qui). Maddalena, la cui fellatio è, significativamente, antiprole, gli fa vivere una sessualità senza scopi, gratuita anche se a pagamento. Questa condizione edenica è all’insegna di Bruges la morta di Georges Rodenbach, che è anche un iconotesto. Ma poi Ottavio cade: quasi cade dal Ponte Sisto, la comunità letteraria esanime quasi viene bandita dal consorzio sociale, la sua vita inizia a vivere in una «cattiva infinità» post-hegeliana (i round senza costrutto per il GRA, la marijuana e quindi l’incontro più infernale di tutti: quello con Mario Esquilino). E, infine, il “guardare” di apparenti possibilità infinite, lo «sguardo senza occhi» (Žižek ) di Panorama e di Ligeia (Ottavio, «Un nome specchio che si adattava bene alla funzione che inizialmente doveva avere il personaggio, quello di uno specchio attraverso il quale raccontare Ligeia», ancora da «Carmilla») dove a dominare la scena di Ligeia c’è un’edizione in tre volumi di Clarissa, romanzo settecentesco di Richardson che narra, ovviamente, di una caduta. La vita di Ottavio è, dunque, una specie di Imitatio Christi? Di più: è un viaggio nel destino dell’Uomo?

Fatto sta che nel mio articolo del 2015 parlavo di una meditazione (trascendentale) ghermita dagli artigli del capitale, del controllo. Ma naturalmente anche il mio faldone su Panorama dovrà aggiornarsi ora che il testo s’è dotato di un Prologo (e di un’appendice assai riflessiva). Chissà che Pincio non ci riservi un ulteriore seguito.

Non ho finito ancora. Parlavo di Magnolia all’inizio di questo pezzo. Del suo, folgorante, incipit, in particolare. Lì l’arte narrativa di Paul Thomas Anderson (PTA… TP… Tommaso Pincio; giova ricordare che PTA è regista anche di una versione cinematografica di Vizio di forma di Thomas Pynchon) spariglia le carte: un prologo che è anche un mini-romanzo introduttivo: tre case studies che illustrano il dilemma consueto: Caso o Destino? Ebbene, quando lessi Panorama 1.0 non avevo ancora letto Acque chete. Ora, in questa nuova edizione, leggendo l’introduzione al libello apprendo che Tommaso Pincio “ricevette” notizia di Esquilino durante la residenza al castello di Fosdinovo. Caso (?) vuole che la residenza sia governata da Pietro Torrigiani e Maddalena Fossombroni, signori del castello (è il caso di dirlo). Be’, forse è solo frutto di coincidenze ma la libreria Todo Modo di Firenze (la copia di Panorama firmata dall’autore, il mio esordio nelle riviste online, la mia esistenza che, tutto sommato, cambia) vede, fra i suoi titolari, proprio Torrigiani & Fossombroni. Forse è davvero una coincidenza, ma «l’umile opinione di questo narratore è che non si tratti solo di “qualcosa che è successo” e che non possiamo archiviarlo come uno scherzo del Caso […] per me non si trattò di una “pura fatalità” […] No, stranezze simili accadono di continuo».

Stacco.
Canzone d’apertura.

Tommaso Pincio
Panorama. Un prologo
con disegni digitali di Eugenio Tibaldi
Sellerio, 2024, 344 pp., € 16

Filippo Polenchi

Filippo Polenchi

è nato e cresciuto a Firenze. Lavora, ha famiglia, legge, scrive. Descrive, osserva. Suoi articoli sono apparsi su “Alfabeta2”, “L’indice dei libri del mese”, "Le parole e le cose", “La balena bianca”. Suoi racconti sono apparsi su “Nazione indiana”, “Collettiva”.

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