Cairn o il mistero del castello

D’ailleurs c’est toujours les autres qui meurent.

1.

Buona sera a tutti e grazie di essere intervenuti a questa conferenza.[1] Vorrei ringraziare… ma forse è meglio che lasci i ringraziamenti e tutto il resto per dopo: ho tante cose da raccontarvi e il tempo non è moltissimo… Allora cominciamo subito. Niente, c’è il famoso caso di quell’uomo trovato morto con una pietra nel petto. Sono certo che molti di voi se lo ricorderanno, era il giugno di tra anni fa… vedo che qualcuno fa di sì con la testa. In ogni caso, all’epoca se ne fece un gran parlare. Lo si chiamò da subito il mistero del castello, dato che quell’omicidio o suicidio – non è ancora stato definitivamente accertato – avvenne nel Castello di Augusto, in Val di Vara, nell’entroterra di La Spezia.

La fama dell’avvenimento si estese velocemente oltre la vallata. In riviera la notizia volava di bocca in bocca. Già a metà luglio, per fare un esempio, un tale Bianchini organizzò una tavola rotonda con degli esperti in una libreria di Pietrasanta; l’incontro si concluse tra urla e improperi, cosa che dà la misura di quanto quel tema appassionasse la gente. A parte la pioggia di articoli sulla stampa locale, ben tre quotidiani nazionali trattarono la vicenda per diverse settimane. Il caso affascinò persino Umberto Eco, che ne scrisse sull’Espresso alcuni mesi dopo. Giusto per darvi un’idea.  

Ora, a tre anni da quel 30 giugno 2011, credo che ci siano tutte le condizioni per ricostruire quella storia senza partigianerie. Mi baserò solo sui documenti accertati. E sono tanti. Ho anche deciso di proiettare delle immagini. Primo, perché le immagini non si riescono davvero a tradurre con le parole. Secondo, perché spero che questi brevi stacchi servano ad alleggerire la conferenza.  

Ma prima di entrare nel vivo della storia, vorrei fare una piccola premessa. In generale, credo nell’eterno movimento.  Credo nella catena degli eventi. Questa lunga catena, che è poi la vita, procede spesso in un modo che ci pare illogico, per non dire assurdo. Un filantropo americano dona una cifra enorme a un villaggio africano. Dopo sei mesi, decide di andare a vedere di persona come stanno andando le cose. Appena arriva al villaggio, un cane rabbioso lo morde e il filantropo muore tra grandi sofferenze. Comunque, dentro a questa catena di eventi ci sono anche le parole. Le parole, appena le pronunci diventano eventi anche loro. Sembra complicato, ma in realtà è semplicissimo. Se vi dico: guardate quel battiscopa, la sotto è strato trovato un diamante! Da quel momento, che vi piaccia o meno, farete caso ai battiscopa delle stanze stanze in cui vi troverete. Ecco cosa intendo.

La prima immagine che vi mostro è una fotografia in bianco e nero. S’intitola Il lutto dei morti, ed è stata scattata dal regista francese Chris Marker. Siamo a Parigi, nel 1962. Le persone che vedete stanno assistendo al passaggio di una manifestazione. Il secondo uomo da destra, nella fila in alto, è Ermanno Cattaneo, la vittima del mistero del castello, all’età di ventun anni.

2.

Vorrei cominciare leggendovi il primo tra i verbali custoditi dalla Procura di La Spezia. Si tratta degli interrogatori avvenuti nei giorni successivi all’omicidio, atti che ho avuto il permesso di fotocopiare per la prima volta. L’estensore dei verbali è l’assistente del commissario che si occupò delle indagini.

[2 luglio 2011. Arriviamo al castello alle 10 in punto. Il cielo è sereno. I signori von Thurm, proprietari del castello, ci fanno accomodare sulla terrazza circolare, rivolta a sud-ovest. Beviamo un caffè. Dopo pochi minuti si presenta Raffaele Cattaneo, la prima tra le persone che il commissario ha chiesto di interrogare].

– Piacere, Commisario Sarra.

– Cattaneo, piacere mio.

– Questo è il dott. Meneghelli, il mio assistente. Mi racconta come mai si trova al castello?

 – Sono un musicista. Sono stato invitato qui per una residenza d’artista.

– Ci spiega cosa significa esattamente?

– Hanno un programma. Invitano artisti, scrittori, musicisti e così via. Ognuno ha la sua stanza. Ci si può occupare in tutta tranquillità del proprio progetto. La cucina è ottima.

– Dunque è questo che intende con residenza”.

– Sì. In realtà si usa in genere linglese: Artist in Residence.

Vedo che ha un’ottima pronuncia.

– Dopo tanti anni in Australia…

– Anche il mio assistente, che sta annotando diligentemente la nostra chiacchierata, non se la cava male con le lingue, è dottorando in linguistica comparata. Il suo posto naturale sarebbe l’università, ma sa com’è, questioni di baroni… Ma torniamo a lei. Mi diceva che è un musicista. Ci racconta qualcosa di più? Qui sta lavorando a qualcosa di particolare?

– Sarebbe un po’ lungo da spiegare, diciamo che mi dedico alla rielaborazione della forma sonata… In realtà il mio progetto per questa residenza non riguarda la musica. Sono qui per scrivere un memoriale.

– Un memoriale, interessante. E come s’intitola?

– Cairn.

– Cairn? E ché significa? È il nome di qualcuno?

È una parola che può significare varie cose, tra cui quegli ammassi di pietre che si trovano ai bordi delle strade di campagna, ha presente? In italiano si chiamano anche ometti. I cairn sono anche antichi complessi megalitici.

– Ottimo. Ora però vorrei fare un passo avanti. A quanto mi risulta, lei si trovava qui nello stesso momento in cui c’era anche suo padre…

[compare un cagnolino, che si va a sedere sotto la sedia del Cattaneo]

– Quando sono arrivato non lo sapevo. Al castello c’è anche un bed & breakfast per turisti. Solo dopo l’incidente, ieri mattina, ho scoperto che mio padre stava alloggiando qui.  

Ecco, per ora mi fermerei con questo verbale, ma ci torneremo su più avanti.

Vorrei farvi vedere due immagini… Questa è una veduta dal basso del Castello… Quella cosa sulla sinistra è una terrazza, appoggiata su lunghi pilastri, sopra un laghetto. Ecco… In questa invece si vede un momento conviviale durante una delle residenze per artisti.

3.

Andiamo avanti. Il cadavere di Ermanno Cattaneo viene trovato nella sua stanza dalla donna delle pulizie, la signora Dina Dadà, residente in località San Remigio. Sono le 10 di mattina dell’1 luglio 2011. Caccia un urlo, la poveretta. Sul letto, un uomo ranicchiato in posizione fetale sembra guardarla – così dichiara la Dadà – con uno sguardo infinitamente triste. Allarmato, sopraggiunge poco dopo il proprietario del castello, il marchese Alessandro von Thurm, che prova a muovere l’uomo usando uno stecco. A fianco del letto si trova un orologio a pendolo, che qualcuno ha certamente staccato dalla parete. Ma c’è una cosa più importante: il cadavere, come notano entrambi i testimoni, ha una pietra conficcata nel costato. Chi si occupa professionalmente di cronaca nera sa che fatti del genere sono meno rari di quanto generalmente si pensi. C’è il caso di quell’uomo che si presentò al pronto soccorso di un ospedale di San Paolo, in Brasile, con l’angolo di un’enorme parallelepipedo di lamiera conficcato nel cranio. Mentre sorseggiava la sua cachaça fuori da un bar, la lettera i di un’insegna luminosa gli era precipitata sulla testa…  

Il nostro caso, tuttavia, merita particolare attenzione. Tanto per cominciare, il sasso – una scaglia di marmo bianco di Carrara a forma di cuneo – risultò essere stato prelevato da una scultura posizionata su una terrazza del castello. Realizzata da un artista messicano nel 2010, l’opera è intitolata Per chi rimane ed è composta da molti pezzetti di marmo impilati uno sull’altro. Formano un tronco di cono di circa 40 cm di diametro per 100 di altezza. Inoltre, né sulla scaglia, né attorno alla ferita – un foro di circa sei centimetri di larghezza – sono state rinvenute tracce di sangue. Infine, il reperto lapideo non ha potuto essere acquisito per gli esami scientifici a causa della sua irreperibilità. “Torniamo in camera poco dopo, torniamo”,  sto leggendo dalla deposizione della signora Dina, “e la pietra è scomparsa. Lo giuro su mia figlia, lo giuro. La cerchiamo tra le lenzuola, e niente. Sotto il letto, e niente. Il sasso è scomparso”.

Per chi rimane è in realtà un’opera più complessa, come lo sono molte opere d’arte contemporanea. Nella stanza sotto la terrazza che ospita la scultura conica di cui si è detto prima, sono collocati due altoparlanti che diffondono il suono di voci che recitano qualcosa in una lingua straniera. Come si evince dal foglio di sala, si tratta di un ciclo di filastrocche olandesi del XVII secolo. Composte in rima baciata, hanno come tema le avventure dei Titani, sempre intenti ad architettare nuove angherie. La registrazione, di circa 6 minuti, termina con un brusio. Questo brusio, viene spiegato,  è la registrazione del rumore cosmico prodotto dal transito dei satelliti di Saturno, tra cui appunto Titano.

Nell’immagine, potete vedere Saturno coi suoi anelli. 

4.

Naturalmente si fece anche l’ipotesi di un suicidio. Per tutta la sua vita, Ermanno Cattaneo ebbe un carattere schivo, al limite della misantropia. D’indole solitaria fin dall’infanzia, eccelle nell’organizzazione dei giochi di gruppo. Il piccolo Ermanno sa fischiettare e parla col suo orsacchiotto in una lingua inventata. Al ginnasio si distingue tanto nelle materie umanistiche che in quelle scientifiche. Nel 1958 scrive un tema con cui vince la medaglia Monti. In quel tema, il giovane Cattaneo tratta la distinzione tra libertà di essere e libertà di fare, e in conclusione avanza un’esegesi del tutto originale di una nota poesia del Foscolo. Aborre lo sport. L’adolescenza è per Ermanno, non meno che per la maggior parte dei suoi coetanei, un periodo emotivamente burrascoso. Soffre di acne al viso, sebbene la cosa non lo scoraggi dall’intrattenere rapporti con le ragazze. All’età di ventitre anni si laurea col massimo dei voti. A ventisei ottiene la cattedra di zoologia presso l’Università di Parma, dove rimarrà fino alla pensione. Sposatosi, divorzia dopo il primo figlio. La sua specializzazione – una vera e propria passione che lo accompagnerà per tutta la vita – è la mirmecologia. Come molti sapranno, la mirmecologia è quel ramo della zoologia che si occupa delle formiche. Le testimonianze raccolte tra i suoi ex studenti parlano di un uomo a tratti ombroso, ma capace di grande gentilezza e generosità. I suoi colleghi lo definiscono cordiale, distaccato, sempre dedito alle sue ricerche. Come racconta il professor G. Testa, “Il suo era un approccio mirmecologico radicale. Cattaneo era letteralmente infatuato dalle forme di organizzazione degli insetti sociali. Non permetteva che si ponesse in dubbio l’assoluta superiorità della formica, dal punto di vista evolutivo. Era un neodarwinista convinto. Si era fissato con la teoria dell’altruismo reciproco, non so se la conosce, quella proposta dal Trivers”. E conclude, il Testa: “Un po’scostante, questo sì, ma non antipatico. C’era un ché di pretesco in lui. Non leggeva poesia, ma amava le rime”.

Il Cattaneo avrebbe dovuto partecipare al XVII convegno dell AISASP (Associazione Italiana per lo Studio degli Artropodi Sociali e Presociali), che ebbe luogo due settimane dopo la sua morte. Questo spiega la presenza, tra i suoi bagagli, di una cartella con appunti e ritagli vari, che quasi certamente avrebbe usato per il suo intervento al convegno. Anche alla “Cartella Cattaneo” – nome sotto cui è stata acquisita dalla Procura – mi è stato dato il permesso di accedere.

5.

F.G., di anni 37, sarzanese, con padre pazzo, madre morta tisica, fratello lipemaniaco, di professione verniciatore, alto m. 1,72, pesante chilogrammi. 71, con due cicatrici all’occipite da trauma, con ferita sul collo da tentato suicidio; ha cranio brachicefalo; è amante assai della donna; poco religioso; incapace di leggere i giornali perché la lettura gli dà capogiro e cefalea; è soggetto a vertigini, che talora lo fanno cadere a terra. A 13 anni si diede alla masturbazione, a 16 praticò per la prima volta i postriboli.

Fu condannato per la prima volta per ubriachezza; poi per furto di 2 lire al padrone, le quali consumò bevendo, e non gli pare reato, perchè riceveva una paga meschina.

Richiesto sull’indole delle sue riforme, dice: << Nessuno deve avere denari, nessuno deve lavorare altro che poco, e condurre la vita scambiandosi i prodotti[..]>>  [Archivio di psichiatria, 1889]

 Il resoconto che vi ho appena letto appartiene invece alla cosiddetta “Cartella Di Giugno”. Si tratta di Gea Di Giugno, artista visiva oltre che dottoranda in antropologia, che trascorre tre settimane in residenza al castello nell’estate del 2011. Il suo progetto (una performance con due attori e un musicista) ha come tema i tratti caratteriali delle popolazioni liguri-apuane. Il suo è un approccio dichiaratamente neo-lombrosiano. La performance – che poi non avrà luogo – si compone di un dialogo con l’accompagnamento musicale di un liutista. Il testo è un montaggio di citazioni. Molto del materiale di cui si compone il dialogo proviene dall’archivio di Antropologia Criminale di Torino

Sospettata fin dall’inizio di essere la responsabile del presunto omicidio, la Di Giugno viene poi parzialmente scagionata dalla registrazione di una conversazione telefonica. 

Nell’immagine che state vedendo – una foto scattata il 28 di giugno 2011 – si possono riconoscere, da sinistra a destra, Gea Di Giugno, Ermanno Cattaneo, il marchese von Thurm, sua moglie, una persona non identificata, e lo scrittore Danil Suarez.

6.

Poiché tra poco incontreremo alcuni termini specifici, vorrei, prima di proseguire, dare due semplici coordinate a quelli tra voi non avvezzi al gergo dell’arte contemporanea. Verso la metà degli anni Sessanta del secolo scorso, si diffonde tra gli artisti un nuovo modo di concepire la propria attività. Dell’opera importa più l’idea che la sua realizzazione. I più radicali sostengono addirittura che solo l’idea dell’opera è l’opera. Il concetto, ecco quello che in quel frangente furoreggia. Per questo, e scusatemi se ho sintetizzato un po’ brutalmente, l’arte concettuale si chiama così. Da quel momento, cioè appunto dagli anni ‘60 in avanti, è stato solo un crescendo. Un famoso artista americano sostenne addirittura che l’arte stava prendendo il posto della filosofia.   Ma c’era una ragione per quel sommovimento. Gli artisti dell’epoca stavano semplicemente portando a compimento una lunga lotta di emancipazione iniziata cinque secoli fa. Da cosa volevano emanciparsi? Dallo status di lavoratori manuali. Gli artisti volevano essere trattati come avvocati o notai, non come operai. E ci riuscirono. Potete giurarci. Era dall’epoca di Leon Battista Alberti che volevano avere le mani pulite, che volevano sentirsi degli intellettuali. 

Dopo questa piccola digressione, passerei senz’altro alla deposizione di Piotr Kasparow, bielorusso che vive tra New York e Berlino. Anche lui si trovava in residenza al castello durante i fatidici giorni del giugno 2011. Vi leggo la versione con le sue risposte tradotte in italiano dall’assistente del commissario Sarra:

[Ore 12, terrazza di ponente. Splende il sole, l’aria è ancora fresca. Il commissario chiede di ascoltare il signor Kasparow.]

– Ci può spiegare brevemente qual è la sua professione? 

– Oh, è molto semplice. Preparo delle tematiche per gli artisti visivi. Raccolgo dati, li incrocio. Costruisco delle trame. Non è molto diverso da quello che fa un soggettista nel cinema.

– Capisco. E poi cosa se ne fa uno scultore dei suoi dati?

[Il Kasparow ride]

– Suvvia, signor commissario, si dimentichi queste vecchie categorie! Un artista visivo contemporaneo non si definisce più a partire dai materiali, tipo: scultore, pittore, fotografo eccetera eccetera. Quella era l’epoca degli artigiani.

– Capisco

Chi era Giovanni Bellini? Un artigiano. Molto bravo, certo, ma pur sempre un artigiano.

Scusi eh, ma nel mio piccolo, ho appena visto una mostra di Matisse, che è piaciuta molto sia a me che a mia moglie e non direi che…

– Mi dispiace contraddirla, commissario. Un artigiano. Uno stramaledetto artigiano anche lui. Raffinato e tutto il resto, ma un artigiano. Ha mai sentito nominare Marcel Duchamp? [Il commissario scuote la testa]. Beh, è stato il più importante artista del ‘900. Non lo dico io, E sa cosa ha detto Duchamp? È stato un profeta, se ci pensa. Beh, in poche parole ha detto questo, che era ora che si smettesse di considerare gli artisti come degli stupidi. Bête comme un peintre – stupido come un pittore – sa cosa voglio dire? Un artista non è una scimmia ammaestrata, al contrario può e deve pensare con la propria testa!

– Capisco.

– Gli artisti hanno molte cose da dire, da raccontare. Ci interessa il loro pensiero.

– Capisco. Posso farle una domanda?

– Certo, è qui apposta! [ride].

– Secondo lei Picasso non pensava?

– Che c’entra..? Sì, certo che pensava. A suo modo pensava. Quello che voglio dire è che alla fine quel che ci restituisce uno come Picasso sono solo delle immagini. Le sembrerò irrispettoso, ma alla fine anche quelle di Picasso sono solo delle stupide immagini. Immagini colorate su dei pezzi di tela che puzzano un po’ di trementina [ride]

– Andiamo avanti.

– Ecco. Quello che faccio io, come le dicevo, è dare una mano agli artisti. Hanno sempre dannatamente da fare. Gli artisti contemporanei sono sempre presi da mille cose. Non fai a tempo a chiedergli quanto si fermano a Roma, che sono già ripartiti per Londra. Un tremendo viavai. Tante, troppe inaugurazioni. Ma quello sarebbe il meno. Il vero problema è che devono continuamente aggiornarsi. Articoli, recensioni. Ci sono le biennali, a centinaia. Per non parlare dei colleghi da tenere d’occhio. Sa quanti artisti ci sono nel mondo? Beh, non lo so nemmeno io, ma nella sola Berlino sono almeno 60.000. Dati dell’anagrafe. E poi la tecnologia. Qual è la nuova versione di Photoshop? Qual è il miglior software per comprimere un file audio? Insomma ha capito.

– Credo di sì. Ma rimanga sul pezzo.

[Kasparow si alza e si mette a passeggiare per la terrazza]

È dannatamente importante aggiornarsi per l’artista contemporaneo. Chi si ferma è fregato. È spacciato. Ed è qui che entrano in gioco le persone che fanno il mio lavoro. Che poi è una cosa che negli ultimi anni sta prendendo una fisionomia sempre più definita. Si chiama culturologia. È una nuova professionalità. Se è per quello, la si insegna già in varie università: in Olanda, Germania, Stati Uniti…

– Mi farebbe un esempio? Così che io possa visualizzare meglio il concetto…

– Oh, certo. Culturologia, dunque vediamo… Per esempio, un artista viene in residenza qui al castello e vuole fare qualcosa di specifico. Non so se ha mai sentito questa parola, site specific? [il commissario scuote la testa] Beh, è una cosa che va molto nell’arte contemporanea. Significa fare cose che c’entrano con il luogo. Insomma, mettiamo che il nostro artista, diciamo un peruviano, arriva qui e si guarda in giro. O molto più probabilmente ha già fatto una ricerchina su google a casa sua. In ogni caso viene a sapere che Carrara è laggiù, oltre quelle montagne. A lei cosa le fa venire in mente Carrara?

– Non so, il marmo?

– Giusto. Ecco che avrebbe già un primo elemento. A cos’altro pensa se le dico Carrara?

– Mhm... [il commissario fa una risatina] mi viene in mente un mio zio, ma non credo sia la risposta giusta.

– Non esistono risposte sbagliate, commissario, non in questo campo! Del resto anche nel suo di campo non è molto diverso, no? Esistono solo elementi. E gli elementi funzionano o non funzionano, a seconda della narrazione in cui gli iscriviamo. Ecco tutto. Quello che conta sono le associazioni, i links tra questi elementi. Teniamo buono anche suo zio. E ora pensi a un terzo elemento.

[il commissario sta un po’ in silenzio fissando le montagne]

– Le do un aiutino. Un movimento politico… comincia con an…

– Anarchici.

– Esatto! Vede che non è poi così difficile? Beh, e ora basterebbe mettere insieme con un po’ di fantasia questi tre elementi … Naturalmente questo era un esempio un po’ banale. 

– Capisco. Ma alla fine cosa si ottiene?

– Una storia. Una storia un po’ strana che non si racconta solo a parole… Cosa vuole ascoltare un bambino prima di addormentarsi? Una storia. E cosa vogliono gli adulti? Vogliono tornare bambini e sentirsi raccontare delle stramaledettissime storie.

– Vero.

– E noi gliele diamo queste storie, come no. O meglio, gli diamo gli elementi perché abbiano la sensazione di costruirsele loro queste storie. Se è il caso, gli si aggiunge un bel testo di spiegazione. [Kasparow fa un saltello e poi spalanca le braccia]

– Credo di avere colto il punto.

– E sa a cosa dobbiamo la nostra esistenza, noi culturologi?

– All’ignoranza degli artisti?

[Kasparow ride]

– Ma che dice commissario! La dobbiamo a internet! Internet è il nostro strumento di lavoro. La struttura del World Wide Web, fatta di ipertesti interrelati tra loro – si ricorda i famosi links? – è proprio quello il modello del nostro modo di lavorare. Ormai basta avere uno di questi aggeggi [mostra al commissario uno smartphone]. Mi dica la prima parola che le viene in mente.

– Appennino.

– Appennino, molto bene! [Si mette a digitare sullo smartphone]. Vediamo, ecco… ora mi dia un elemento che l’ha colpita qui al castello. Il primo che le viene in mente.

– Mmmh.. Un orologio a pendolo. 

– Benissimo. Ecco vediamo… Guardi un po’ cosa le tiro fuori. Dunque… Ecco. [continua a digitare sul telefonino] Ha mai sentito parlare di Christiaan Huygens?

– No.

– Neanch’io. Ma senta qui. Christiaan Huygens (L’Aia, 14 aprile 1629L’Aia, 8 luglio 1695) è stato un matematico, astronomo e fisico olandese, fra i protagonisti della rivoluzione scientifica. Beh, e sa cosa fa questo signore nel 1656?

– No.

Nel 1656 quel furbacchione di un olandese ottiene il brevetto sul primo orologio a pendolo. Soffiando lidea a Galileo Galilei.

– Curioso, ma..

– Aspetti. Nello stesso anno scrive il De Saturni Luna observatio nova. Si era costruito un bestione di telescopio rifrattore e come niente aveva scoperto Titano, il satellite più importante di Saturno…

– Ok. Ora però…

– Mi permetta, ho appena trovato altre due chicche: una catena montuose della Luna si chiama Montes Appenninus, ganzo no? E sa qual’è la vetta più alta della Luna? Beh, glielo dico io: il Monte Huygens. Sì, è intitolato proprio al nostro filibustiere olandese.

– Ora vorrei…

– Le lascio subito la parola commissario, mi permetta solo di concludere. Dunque, se lei fosse un artista mio cliente, data questa breve ricerca, ecco quello che le suggerirei. Potrebbe fare delle foto notturne alla luna. Oppure cercare tra le immagini esistenti di Saturno o Titano. Sul web ce n’è quante ne vuole. Poi potrebbe far ricostruire da un artigiano una delle primissime pendole olandesi, in modo tale che suoni a intervalli regolari e così via. Per finire suggerirei qualche legame con la mitologia[]

Mi fermerei qui col verbale di questa audizione, per quanto avvincente. Come avrete notato, si profilano sviluppi interessanti. Per inquadrare meglio la figura del brillante Kasparow, tuttavia, ci mancano ancora delle informazioni. Nei primi anni 2000 diventa molto amico di un politico genovese, l’On. Tildo Ventura, già socialista, poi confluito in Forza Italia. Insieme creano una società di servizi, la Smart Move. Paralelamente, l’On. Ventura e il prof. Cattaneo (la vittima del castello) hanno grossi diverbi riguardo l’assegnazione di alcuni fondi pubblici per la ricerca universitaria. Siamo nel 2005: il Cattaneo pubblica un articolo polemico sul Secolo XIX, e l’on. Ventura lo querela. Seguirà un processo che si conclude 2012,  un anno dopo il decesso del Cattaneo, con la condanna dell’on. Ventura per peculato. I sospetti di una combutta tra il Ventura e il Kasparow ai danni del Cattaneo sono fondati.

                  Kasparow ha però un alibi: tra il 29 di giugno e il 2 di luglio 2011 si trova a Genova. Cinque persone testimoniano a suo favore. Ma c’è chi continua a indicarlo come possibile complice.

Vorrei farvi vedere adesso un paio d’immagini. Questa, così tanto per alleggerire, è una pendola olandese del XVII secolo… Questa invece è una foto d’archivio:  quello in piedi è l’on. Ventura mentre sta parlando alla Camera dei deputati, nel 2008.

7.

Ma andiamo avanti. Dalle note del commissario si evince che i marchesi von Thurm sono persone estremamente gioviali e, a detta di tutti gli ospiti, dei veri e propri mecenati. Su di loro non c’è alcun sospetto, non potendosi ipotizzare alcun movente. All’ora in cui si presume sia avvenuto il decesso stanno dormendo nella loro stanza, nell’ala opposta del castello. Sinceramente turbati dall’evento, mantengono tuttavia un contegno estremamente dignitoso per tutto il corso delle indagini. Una parte consistente della deposizione della von Thurm è composta da riflessioni critiche su arte e cultura, che per quanto interessanti (“La cultura di massa dà luogo a una mitologia euforizzante che esclude il senso del tragico”, Antonio Scurati) risultano francamente di scarsa utilità ai fini della nostra ricostruzione dei fatti.

Anche la deposizione del marchese sembra poco rilevante. L’unico elemento che attira l’attenzione del commissario riguarda il cane dei von Thurm, un Cairn Terrier di nome Avo. La mattina del ritrovamento del cadavere, il cane stava dormendo appallottolato davanti alla stanza del professor Cattaneo. “Non lo aveva mai fatto”, dichiarerà la signora Dina. “Avo non dorme mai. E poi sta sempre in giardino. Ma quella mattina era lì, davanti alla porta. Io lo chiamo e lui niente. Russava addirittura. Ho dovuto scavalcarlo per entrare”.  

Tra gli ospiti del castello ci sono anche due scrittori argentini, Antonio Suarez e Danil Suarez. Nonostante il cognome, non sono parenti. Antonio Suarez, 48 anni, barba folta, noto scrittore di romanzi noir, è il primo dei due ad essere interrogato. Si dilunga nel ricordare la sua nonna italiana. Ma a giudicare dalle carte, la sua posizione non interessa particolarmente il commissario. Su Danil Suarez, al contrario, troviamo diverse annotazioni: “esageratamente cordiale, sembra sempre in posizione di difesa. Scrittore di libri per bambini. Soffre di agripnia (che significa disturbi del sonno). Alcolista. Richiestolo di dove si trovasse la notte dell’omicidio, si rifiuta di rispondere”. In una delle filastrocche che Suarez scrive durante la sua residenza al castello, il ragno Uragno scappa dal criceto Cron, che lo insegue in lungo e in largo. Alla fine Uragno si arrampica sulla cima di una montagna, che poi si rivela essere un cane addormentato. Tito, così si chiama il cane, si sveglia e, innervosito dalla bestiola che si è rintanata nella sua orecchia, s’imbizzarrisce lanciandosi al galoppo nella boscaglia. Corre come un forsennato fin quando vede apparire davanti a sé uno specchio d’acqua. Ed ecco le ultime righe della storia (la traduzione dallo spagnolo è mia):

“Tito pensa lesto, ma che bel bagno!

E insieme a Uragno, triste ragno,

Sprofondano nel blu di quello stagno”.

8.

Per concludere la carrellata delle testimonianze, arriviamo a quella di Bruna Lori, detta la Siciliana. Di professione cartomante, la Lori è una donna attorno alla cinquantina estremamente intelligente. Leggo dal verbale:

[3 luglio, ore 15. Ci accomodiamo sulla terrazza rivolta a nord, dove sediamo allombra di un glicine. Sul pavimento, lunghe file di formiche trasportano diligentemente le briciole raccolte da sotto il tavolo. Si presenta la signora Lori. Indossa un kimono.]

– Buon giorno commissario.

– Buon giorno. Come immagina, lho mandata a chiamare perché si trovava qui al castello la sera del delitto. Mi hanno detto che, tra le 21 e le 23 ha tenuto una conferenza o qualcosa di simile, dico bene?

– Oh sì. Eravamo là, vede? Su quella grande terrazza quadrata.

– Qualera largomento della conferenza?

– La grammatica. Beh, non la grama gra(m)matica che sinsegna a scuola, naturalmente. Grammo, gramma-tura, gramma-ticaOgni lingua contiene in sé un mistero. Ma è un mistero che possiamo svelare.

– Credo che la cosa interessi molto al mio assistente. Ci spieghi meglio.

– La storia delle parole, che è poi la storia degli uomini.  

– Mi sembra un argomento piuttosto esteso.

 – Sì e no. È solo questione di pazienza e apertura mentale. Ascolti: la lingua contiene in sè, sedimentate su vari livelli, parole imparentate per via del loro suono. E così, significati allapparenza lontani, si scoprono prossimi. Se ne ricavano genealogie meravigliose. È una miniera a cielo aperto. Il buon Brodskij – sa il poeta russo? – Beh, dice che, lo si voglia o meno, apparteniamo a una lingua, non siamo noi che la gestiamo, è lei che orienta il nostro parlare.

– Capisco..

Parliamo dal ventre della lingua.

No, è interessante, davvero. E mi può dire qualcosa di più specifico sullandamento della serata?

– Per essere precisi, la teoria cui faccio riferimento è quella delineata dal buon Brisset, il principe dei pensatori. Lo conosce? Beh, niente a che vedere col buon Chomsky e la sua grammatica generativa, che è scialba al confronto.

– Brisset ha detto? Temo di non conoscerlo.

– Sa che lo amò anche il buon Duchamp? Lo conosce, no? Lartista che tutti hanno frainteso?

– Mi pare di averlo già sentito nominare. Ora però mi interessava sapere se quella sera ha notato qualcosa di anomalo

– Comunque la mia conferenza verteva sugli antenati. Un tema un pofuori moda, dirà lei. È vero. Eppure è un tema fondamentale. Molto più importante dellIVA un punto su o uno giù – o dellExpo, o delle penultime tangenti. Le tangenti sono sempre le penultime. Perdiamo davvero troppo del nostro tempo con la schiuma sporca delle onde. E pensare che lì davanti a noi c’è un mare, con le sue profondità blu

[ Il commissario da segni di impazienza. La Lori fa un gesto ampio con il braccio]

– Il punto è che gli antenati parlano in noi. Hanno bisogno di noi. Come noi di loro del resto. Dobbiamo prenderci cura di questa catena, di questo passaggio di testimone. Gli antenati ci chiedono di collaborare. Altrimenti ci divoreranno.

– Non lo metto in dubbio, ma

– Del resto gli antenati erano carnivori. Capisce un podi francese?

– Qualcosa, ma…

– Magnifico. Senta qua. [la Lori estrae un quaderno dalla borsa, lo sfoglia e poi legge] Voyons où ces ancêtres étaiant logés (cioè: vediamo dove hanno dimorato questi antenati):l’eau j’ai (letteralmente: lacqua ho) = jai leau ou je suis dans leau (ovvero: ho lacqua oppure sono dentro lacqua). L’haut j’ai (qui hautscritto con lacca davanti diventa qualcosa come: laltezza ho) = je suis haut, au-dessus de leau (sono alto, sopra lacqua), car les ancêtres construisirent les premières loges sur les eaux (poiché gli antenati costruivano i loro primi alloggiamenti sopra le acque). L’os j’ai (che suona come loges, alloggiamenti, letteralmente: losso ho) = jai los ou les os (ho losso o le ossa); on le mangeait où lon était logé (le si mangiava dove si era alloggiati). Lancêtre était carnivore. Gli antenati erano carnivori.

[Il commissario si alza in piedi]

Signora Lori, tutto questo è davvero interessante, anche se non sono certo di aver colto tutte le nuances. Ma ora, capirà bene, ho lesigenza di acquisire un altro genere di informazioni. Mi può dire qualcosa delle persone cha hanno assistito alla sua conferenza? Si ricorda se cera anche il professor Cattaneo? Molto alto, completo marrone

– Oh sì, certo. Mi ha anche posto una domanda. Mi ha chiesto se secondo me la parole, le parentele tra le parole, sono in grado di contrastare legoismo. È una bella domanda, no?

E come le è parso il professore?

– Sorrideva, ma era un sorriso malinconico.

9.

A questo punto, con tutti questi nomi di cose e persone temo che vi si sia formata in testa un po’ di confusione. Permettetemi perciò di tentare un piccolo riassunto prima di avviarci alla fine. Allora: ci troviamo nel castello di Augusto, in Val di Vara. Artisti e scrittori vengono invitati in residenza per fare le loro cose. Al castello possono alloggiare, a pagamento anche i semplici turisti. In quei giorni ce n’è uno solo, di turista, che morirà misteriosamente. Si chiama Ermanno Cattaneo ed è un ex professore di zoologia. Il fatto avviene in una notte di luna piena. Una scaglia di marmo a forma di cuneo conficcata nel costato della vittima esclude l’ipotesi di morte naturale. La pietra, tuttavia, scompare poco dopo il suo ritrovamento. Tutte le persone presenti nel castello vengono interrogate. Il commissario sospetta di più d’uno ma non trova le prove risolutive. In altre parole, la confusione è grande. Per darne un’idea, in una nota il commissario si riferisce a un quadro appeso nel salone centrale del castello. Tecnicamente, si tratta di un collage, per quanto anomalo.  L’autore dell’opera ha voluto catturare, con un grande foglio di carta bianca adesiva, brandelli di ragnatele presenti nel castello. Ecco quello che si vede incorniciato, e che il commissario sceglie come metafora: una grande ragnatela. 

Anche l’ipotesi del suicidio viene tenuta in considerazione. E proprio da qui vorrei ripartire. Tra le medicine del Cattaneo viene trovato un noto antidepressivo e molte testimonianze parlano di un peggioramento del suo umore nei giorni precedenti alla sua scomparsa. Un giornalista del Tirreno ha ipotizzato che gli appunti per la conferenza che il professor Cattaneo avrebbe dovuto tenere di lì a pochi giorni, messi nella dovuta sequenza, formano una specie di testamento spirituale. Eccone un paio:

Qual è il vantaggio darwiniano della vita di gruppo? La risposta corretta è anche la più ovvia. Se un animale sopravvive meglio e ha una prole più numerosa nel corso della propria vita in quanto membro del gruppo, allora è più conveniente cooperare anziché continuare a essere solitario[Hölldobler e Wilson, 1994]

Alcune tematiche sono ricorrenti tra i suoi appunti: il rapporto tra individuo e comunità, la solitudine come necessità ma anche come condanna, il rapporto fondamentale tra generazioni diverse. Che sono poi tutti punti dolenti nella biografia del Cattaneo. Un’autoironia amara sembra attraversare molti di questi appunti:

Così, il migliore consiglio da dare a una vespa non sociale è: diventa formica.

In questa immagine vedete una colonia di formiche taglia foglie. In questa, alcune operaie di Camponotus planatus nutrono e proteggono le larve e le pupe della colonia.

10.

Ma torniamo all’ipotesi considerata più verosimile, ovvero quella di un omicidio. Oltre alla Di Giugno, al Suarez e al Kasparow, anche il figlio della vittima, Raffaele Cattaneo viene indicato tra i possibili indiziati. La seconda parte della sua deposizione sembrerebbe giustificare tali sospetti:

– Che rapporti aveva con suo padre?  

– Pochi.  

– Avete avuto dissidi negli ultimi tempi? Litigi, questioni di denaro?

– Dissidi? No. Non ci si vedeva, ecco tutto.

– Dunque eravate in buoni rapporti.  

– Rapporti è una parola grossa. La cortesia aveva sostituito l’affetto, diciamo così.  A suo modo, era irraggiungibile. Se vuole proprio saperlo, non provo un grande dolore. Qualche rimpianto, forse. Avrei voluto chiedergli…

– Scusi se la interrompo. Mi hanno detto che suo padre era monarchico.

– Già. Una delle tante contraddizioni del suo carattere.

– Ho visto che ha un libro sotto braccio, con quel titolo, Politics…

– Oh, è solo un romanzo.

– Capisco. Dunque, il decesso avviene giovedì notte, presumibilmente tra l’una e le due. Si trovava in camera sua a quell’ora? Ha udito qualcosa? O dormiva?  

– Stavo componendo. Scrivo di giorno, compongo la notte. Di notte sembra più facile entrare in sintonia con l’universo… No, non ricordo rumori particolari. A parte il canto funereo del Barbagianni.

11.

C’è un particolare che non ho ancora raccontato. Il Castello di Augusto deve il suo nome alla  replica settecentesca di una scultura romana, l’Augusto di Prima Porta, noto anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza in pelle dei legionari), che ritrae appunto l’imperatore Augusto. L’originale, realizzato in marmo bianco di Carrara, è attualmente conservato nei Musei Vaticani. La cosa curiosa è che tra le immagini della Cartella Cattaneo vi si trova anche la fotografia della corazza decorata di questa statua – ecco, la potete vedere in questa immagine. Esiste un’analisi della complessa iconografia della corazza, a partire da Urano o Cielo stellato, fino alle donne che piangono…

12.

  Per il nostro quadro d’insieme vanno ricordate ancora un paio di ultime cose. Nonostante la sua dichiarazione d’innocenza e la telefonata che la scagionerebbe, Gea Di Giugno non ha mai negato la sua profonda avversione nei confronti del Cattaneo, reputandolo responsabile dell’abbandono degli studi di sua sorella, all’epoca in cui lei frequentava il suo corso all’università di Parma. D’altra parte, Piotr Kasparow risulta irreperibile, in Italia, fin dall’inverno del 2011. Lo scarno rapporto spedito dall’FBI alla Procura di la Spezia lo colloca, nel marzo 2012, a San Francisco dove risulta assunto come cameriere in un cocktail bar chiamato De Marconi’s. Ma già dal settembre successivo si perdono le sue tracce. Tutto questo viene raccontato in un libretto uscito di recente e dedicato al caso Cattaneo, intitolato Il mistero del castello. Tra le fonti citate c’è anche una canzone del famoso musicista brasiliano Arto Lindsay, intitolata Cairn. Il testo della canzone – scritta nel lontano 1987 – sembra prevedere esattamente quanto sarebbe realmente accaduto ventiquattro anni dopo. 

13.

Ora siamo davvero alla conclusione. A dirla tutta, non è che si possa proprio parlare di conclusione. O almeno non di una sola. Come vi ho già detto, il caso è stato archiviato senza una precisa ipotesi di reato né l’indicazione di un presunto colpevole. Arrivati fino a qui posso capire che alcuni di voi saranno un po’ delusi. Magari si aspettavano un vero giallo, con il commissario che  scopre il doppio gioco della cartomante, tipo. Oppure il caso si risolve attraverso lo scioglimento di un anagramma o qualcosa del genere. Me ne rendo conto. Purtroppo però, la realtà non sempre si configura come una storia avvincente e io, nel bene o nel male, sono qui per cercare di ricostruire un frammento di realtà. Un compito che può essere un po’ ingrato, ma non così arido come si potrebbe pensare. Da parte mia, se proprio lo volete sapere, un’idea ce l’avrei. Se uno mi chiedesse “ma tu, sotto sotto, come credi che siano andate le cose?” Beh, io un’idea ce l’avrei, e anche abbastanza precisa.  Del resto, l’intento principale di questo mio racconto non era quello di aggiungere nuovi dettagli significativi dal punto di vista giudiziario. L’intento era più generale… Con la sua doppia natura, fisica e metafisica, la morte è una materia sfuggente. Tecnicamente parlando, la morte è un evento solo per chi non muore. Ma non vorrei filosofeggiare troppo. Come dice il proverbio, chi muore tace e chi vive si da pace. Il punto semmai sarebbe questo: cosa ce ne facciamo dell’idea della nostra morte? Il discorso ci porterebbe molto lontano, lo capite anche voi, e purtroppo ho già sforato coi tempi… Dunque salterò le ultime cose che mi ero segnato e arrivo dritto all’ultima immagine. Come vedete, si tratta di un paesaggio di montagna visto da una cima. Lì, un po’ piccolino – lo vedete? – c’è un uomo di spalle, in controluce. Cosa sta facendo? Non lo sappiamo, ma è verosimile che stia semplicemente contemplando quella vista avvolta dalla nebbia. Niente, la riproduzione di questo famoso dipinto – appesa nella stanza della vittima – mi pareva una bella immagine per concludere.


[1] Questo è il resoconto della conferenza tenuta dal Prof. De Angeli al Castello Malaspina di Fosdinovo, nel luglio 2014. Ringrazio vivamente Pietro e Maddalena T.M. per aver sostenuto con entusiasmo l’idea di trascrivere e pubblicare tale conferenza.

(Milano, 1968) ha studiato informatica all’Università Statale di Milano e poi pittura all’Accademia di Brera, dove si è diplomato nel 1998. Ha partecipato a mostre in spazi pubblici e privati in Italia e all’estero. Suoi articoli sono apparsi su varie riviste e blog, tra cui “Flash Art”, "Il Giornale dell’arte”, “Exibart”, “Artribune”, “Warburghiana”, “Doppiozero”, “Le parole e le cose”, "ATP Diary.” Nel 2018 pubblica “I baffi del bambino. Scritti sull’arte e sugli artisti”, Quodlibet. Dal 2015 insegna pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna.

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