La qualità estrema della prova dà luogo a un cambiamento di segno
Alain Badiou, Il secolo (2005)
Il palcoscenico del Teatro Rasi, a Ravenna, è impolverato; polvere di marmo, lastre, scaglie, un grosso blocco di marmo al centro; dietro, tre grossi armadi contenitori. È lo studio dello scultore, pittore e architetto Gian Lorenzo Bernini. Una figura si avvicina dal fondo; è adirata, borbotta ed esplode in un reflusso verbale che attraversa prima e terza persona. Ma cosa fa infuriare Bernini – o chi lo sta raccontando, un bravissimo Marco Cacciola – in quel caldo 3 agosto 1667?
La prima parola che pronuncia e ripete più volte – aegrotes – è una maledizione che invoca la malattia. «Te pozza venì ’nu tocco Brescia’!». Ce l’ha con Francesca Bresciani, giovane intagliatrice di lapislazzuli che ha da poco finito di lavorare per la Fabbrica di San Pietro diretta dallo stesso Bernini, che ha deciso di pagarla molto meno del pattuito. Per questo Bresciani scrive ai cardinali. Fa sentire la sua voce, adombrando quella del «Maestro». Per questo «’sta tutte incazzate il Bernino».
Marco Martinelli, co-fondatore del Teatro delle Albe assieme a Ermanna Montanari e autore di Lettere a Bernini, ci mette davanti al contrasto tra il genio e la persona, tra il tocco e il respiro, tra ciò che si avvia alla bellezza e ciò che s’impasta nell’esercizio del potere di Bernini, quello che decide chi a Roma lavora e chi no, quello che fa i prezzi, quello che ha visto morire cinque papi restando al posto suo. E cosa vuole da un uomo di potere così una giovane intagliatrice? Del nord, poi… «La Bresciani è come Borromini!». Ed è qui che Martinelli vuole portarci nella rivalità, nella querelle – sono ormai lontani i tempi di Sanguineti e Pasolini. Il drammaturgo sa che all’interno degli screzi non ci sono mica solo i tuoni, ma anche i lampi, la luce: «Ma se non ti ammazzi / Se non ti ammazzi, domando io / Come fai a farle splendere, le cose? / E la Luce Divina? / La Luce che buca le tenebre / La carne che grida / Nei quadri di Caravaggio / Come ci arrivi a quella / Se non facendoti male?».
Parla molto «il Bernino» (o chi per lui, nell’andirivieni costante tra prima e terza persona), «E invece Borromini / Borromini / Il mezzo svizzero / Quello che non parla / Che si esprime a monosillabi / Cupo / Trissste». La mancanza di eloquio è una malattia per Gian Lorenzo Bernini e qui la maledizione aegrotes – che torna più volte – comincia ad assumere un tono diverso, una direzionalità ancora non chiara, ma qualcosa sta mutando in Bernini. Continua ad essere dispotico, anche con i suoi allievi che non vediamo ma da qualche parte lì in scena devono esserci, nella memoria dell’artista, nei suoi occhi appassionati. Elargisce consigli: «Attenzione, dice il Bernino / Che se non imparate a recitare / Non imparerete mai a scolpire! / Gli affetti / I sentimenti / Prima di trasferirli nel marmo / Li dovete patire in voi / Int’a voce vostre / Int’a carne vostre» – scrive Martinelli ricordandoci dove siamo. A teatro, dove la vita si consuma e in una sera si trasforma.

Continua a essere un fuoco Bernini, sempre più animato e acceso a ogni lettera che arriva nel suo studio. Sono i Cardinali che gli dicono di pagare a Francesca Bresciani il pattuito. Stanco ma con impeto, con le ghiandole surrenali strette dall’ira, Bernini vorrebbe ucciderla, come provò a uccidere suo fratello per amore di una donna, Costanza, che lui poi ha fatto sfregiare in faccia ma della quale rimane nel suo studio un busto perfetto. E mentre veniamo a conoscenza di questa storia il solo vocale di Marco Cacciola s’apre sempre più verso la platea. 1667 o nuovo millennio, poco cambia: «Architetti o meno, Hitler fa gola a tutti. / E pure a Borromini, che faceva il santarello, ce l’aveva con me perché gli avevo rubato un po’ di soldi». È impossibile empatizzare con lo stanco sessantanovenne nel suo studio sempre più attratto da quel blocco di marmo impassibile al centro della scena.
La giornata si va chiudendo e Bernini decide di dare a Francesca Bresciani quanto chiede, congedando i suoi allievi; ma uno, il più giovane, rientra subito con una nuova lettera: «Francesco Borromini, la notte scorsa, si è trafitto mortalmente da sé, in un eccesso d’ira e disperazione, gettandosi sulla propria spada». Lo aveva annunciato Bernini in uno dei suoi momenti di fuoco: «Cupo / Trissste». È in questo momento che accade il rovesciamento: la malattia melanconica di Borromini, il “colpo” rivolto a Bresciani, aegrotes… «Borromino… / Che scherzo è questo?». Bernini più che incredulo sembra essere nell’abbandono: «Io non so niente. Niente». Il «maestro» dispotico ed egoriferito, senza quel punto di tensione col rivale Borromini, lo sa, perde il centro. «I’ nun saccio niente».

La densa tournée dello spettacolo segue un anno importante per Marco Martinelli. Nel 2024 non solo ha debuttato Lettere a Bernini, in teatro e in libreria per Einaudi, ma sono stati editi da Marsilio due densi volumi, Teatro 1988-2010 e Teatro 2010-2020, curati da Valentina Valentini e con interventi di Marco Belpoliti, Daniela Sacco e Marco Sciotto.
Nei due volumi sono presenti undici testi dell’autore che hanno segnato il percorso del Teatro delle Albe, caratterizzati da quella messa a rischio del presente di cui scrive Valentini, un insieme di metodologie eterogenee in cui la «scrittura sul palco» di Martinelli si fa “messa in vita” del Teatro delle Albe. L’espressione, coniata dalla compagnia e ricordata dal bel saggio di Daniela Sacco, è la sintesi di una processualità complessa che fa della scrittura per la scena una scrittura di scena. Ecco, quella di Marco Martinelli è una scrittura «meticcia» che si compone e si trasforma negli incontri vivi e nei luoghi (Ruh. Romagna più Africa uguale e Rumore di acque), nelle vicende del presente (Pantani e Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi) e del passato, come in Lettere a Bernini. Una scrittura che è sempre piacere del racconto, scrive Valentini, «come modo per contenere il mondo». Il teatro, una vita.
(vissuto il 14 dicembre 2024 al Teatro Rasi di Ravenna)
Marco Martinelli
Lettere a Bernini
Einaudi 2024, 56 pp., € 10
Lettere a Bernini
con Marco Cacciola
ideazione di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari
regia di Marco Martinelli
coproduzione Albe/Ravenna Teatro-Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale
dal 4 al 9 febbraio al Teatro Elfo Puccini di Milano, dal 4 al 9 marzo al Teatro delle Passioni di Modena, dal 2 al 6 aprile al Teatro Biondo di Palermo, dal 10 al 16 aprile alle Gallerie d’Italia di Napoli
Tutte le fotografie che accompagnano l’articolo sono di © Enrico Fedrigoli
