Giuliano Scabia, ensemble

24.07.2024

Il nuovo numero di «Riga» (n. 47) è dedicato a Giuliano Scabia, poeta, teatrante, narratore e insegnante. Molto più della somma dei suoi talenti, Scabia non è stato solo una figura chiave del Nuovo Teatro italiano, non solo un neoavanguardista della parola poetica prima e un intelaiatore di cicli di storie immaginifiche poi. È stato soprattutto un catalizzatore d’avventure che hanno confuso temporalità e occupato spazi, immaginato altrimenti, grazie al continuo praticare l’interplay tra ascolto e azione nei luoghi e con le comunità più disparate: le periferie delle grandi città e le piccole comunità rurali, studentesse e studenti di diversi gradi ed età, pazienti dei manicomi dentro e fuori dalle mura manicomiali. La sua capacità di concretizzare l’immaginario in moto mi fa pensare alla capacità del suono di estendersi e assieme reagire ai materiali – umani e non – con cui entra in contatto. Per me Guliano Scabia è un insieme di vibrazioni, un continuo risuonare dopo ascolti perenni e diffusi, vaganti. Laura Vallortigara – curatrice del volume assieme a Angela Borghesi e Massimo Marino – apre l’editoriale con una citazione che Scabia stesso riprende dal diario di Witold Gombrowicz: «Coloro insieme ai quali canti modificano il tuo canto». 

È l’indicazione di una pratica d’ascolto collettiva, un indizio importante per attraversare il percorso di Scabia dai suoi inizi, come fa questo nuovo numero di «Riga». Dopo l’editoriale, una cronologia dettagliata ripercorre le tappe dell’autore, e quella pratica dell’ascolto è riconoscibile negli incontri generativi: quello con Luigi Nono nel 1961 che porta alla Fabbrica illuminata (1964), quello con Lisetta Carmi e attraverso di lei con Carlo Quartucci, dai quali germoglia una prima faglia nella storia del Nuovo Teatro italiano con lo spettacolo Zip (1965), poi con Franco e Franca Basaglia che porta a Marco cavallo (1973), definito da Umberto Eco una «grande festa liberatoria, in cui accadono cose importanti per l’arte e la comunicazione, ma anche cose importanti per la psichiatria a quanto pare, e individui che sino ad allora erano rimasti chiusi a ogni rapporto dialogico, ritrovano una dimensione collettiva e persino si scopre che possono tornare a casa». È impossibile in questa sede ripercorrere la biografia di Giuliano Scabia, questo ascolto continuo che è sempre un risuonare assieme, in ensemble. 

Quello che è possibile fare è ripercorrere il numero di «Riga» che si apre con una ricca selezione di scritti di Scabia, suddivisa in sei sottosezioni. La prima, Utopia, dentro e fuori. Poesia, città margini, scontri,è già un programma d’intenti in cui sono le stesse pratiche a generare modelli alter-istituzionali: dal Teatro di avvenimenti letto durante il Convegno per un nuovo teatro a Ivrea nel giugno 1967, dove gli avvenimenti sono «il complesso dei problemi di fondo che agitano una comunità e ne provocano il movimento», al Teatro all’improvviso – per la strada, incentrato sulla gemmazione di comunità, vivendo nel rischio che il teatro «avvenga o non avvenga» – fino a quel Teatro negli spazi degli scontri in cui Scabia coglie, come sottolinea Marco Baravalle, «la potenzialità di trovarsi, da artista, all’intreccio tra l’evento rivoluzionario e la conseguente apertura istituzionale da quello innescata, un’apertura che l’autore, sull’onda di una domanda sociale maggioritaria, declina come critica radicale non solo del momento della scrittura o dello spazio-tempo della scena, ma di tutto il modo di produzione di uno spettacolo teatrale». Se la questione cruciale del movimento comunitario coincide con una riorganizzazione della produzione spettacolare, «non c’è bisogno di un teatro che non sia necessario». C’è bisogno invece di un teatro che sappia «svelare e portare alla luce le contraddizioni: svelarsi come la tessitura stessa dell’utopia». Ecco, un portato importante della stagione più accesa della lotta politica di Scabia è questa logica della futurità che tenta l’utopia come scelta materiale: dentro, continuamente censurato e cacciato dalle Istituzioni teatrali; e fuori, nei quartieri e nelle piazze. E il metodo è quello dell’indagine e della creazione di «modelli da ribaltare sulla realtà, modelli come ipotesi di lavoro, capaci di gettare sulla realtà una luce diversa».

Scabia è il cavaliere che affronta il Drago in Forse un drago nascerà, un’esperienza di teatro con i ragazzi di dodici città dell’Abruzzo (1972), foto di Sebastiana Papa

La seconda sottosezione è dedicata al «teatro vagante», dalle operazioni realizzate negli anni Settanta con studentesse e studenti del Dams (Giornale di strada, Gorilla Quadrumano ecc.) ai decenni successivi tra le montagne abruzzesi e dell’Emilia-Romagna, nel teatro da trekking, nei vagabondaggi a voce alta con piccole comunità negli spazi condivisi dell’ambiente tutto. Un teatro che l’autore definisce di «storie piccole; l’altra storia. […] L’altra storia è tutta sconosciuta, legata alla memoria vivente. Eppure è ben viva, nel fuoco rovente dello scontro di classe». Agli inizi degli Settanta si riverbera ancora l’esperienza appena trascorsa del decentramento teatrale in Piemonte. Adesso però cambia il modello del teatro, un teatro che «va in cerca di un suo nuovo senso, di una sua nuova forma, di un nuovo organico committente. È appunto organico e reciproco. Ma senza feste e rapidi addii. Bisogna avere la pazienza di aspettare, e se si semina bene molte cose nasceranno e continueranno per forza autonoma». Così è accaduto con l’esperienza nel manicomio di Trieste, prima nel ’73, poi nel ’77, e nei laboratori susseguitesi durante gli anni del DAMS a Bologna.

Nella terza sottosezione (Alla ricerca dell’oro. Avventura, gioco, semi, pedagogia) scrittura, teatro e insegnamento diventano un unico flusso di energie agenti: «parole che attraverso l’andare della voce e il movimento diventano visioni». Qui si trovano le descrizioni dei ragazzi che giocano a Napoli – «era un tenere in vita il pallone, scavalcare la vita» – e la consapevolezza allegra che «il teatro può essere invenzione di futuro perché è un mettersi in gioco col corpo, un mettersi nello sbaglio, in un rischio che fa paura, verso non so che cosa»:_quell’andare che ha portato Scabia in contatto con diverse comunità e territori. E proprio le loro voci si rincorrono ed estendono nella quarta sottosezione (Foreste e paesi in dialogo. Teatro segreto, soglie, sentieri, apparizioni) fatta di attraversamenti continui nel «pianeta pensante». La quinta (Il racconto di Pava. Scrittura, corpo, voce, ascolto) èdedicata ai due cicli narrativi dell’autore, quello dell’eterno andare e il ciclo di Nane Oca, mentre nell’ultima (La signora impressionante. Poesia, vento, tremito, suono)si entra nel laboratorio poetico di Scabia, fin dal 1965, anno di Padrone&servi – «poco piangere, molto gridare, moltissimo imparare». Nel numero di «Riga» ci sono anche poesie inedite, nelle ricche appendici dove si trovano anche sue lettere, fra gli altri a Luigi Nono e a Franco Basaglia, e una sezione visiva dedicata a fotografie, copertine di libri e “santini” creati e consegnati dallo stesso autore nel corso di letture e rappresentazioni dei suoi testi. Infine una galleria visiva con gli omaggi di Atelier dell’Errore e Wurmkos.

Tra i testi di Scabia e le appendici ci sono tre ulteriori sezioni: interviste, antologia della critica e saggi. Nelle interviste il farsi del pensiero sembra già restituire una scrittura “à la Scabia” – «e così ho cominciato a viaggiare per altri spazi, per altri luoghi, dentro altra gente». Una scrittura “all’improvviso”, certo, ma che pesca e poggia nella sedimentazione corporea delle pratiche, quei blocchi di esperienze-affetti mai identici, irregolari, che lasciano buchi e crepacci illuminati dall’andare del futuro che si va facendo, come Scabia ha fatto facendo i conti «col pianeta pensante: può essere una cosa atroce, spaventosa – oppure qualcosa di meraviglioso». Come? Ad esempio attraverso la poesia, quel «trovare il tono giusto per ogni evento, per ogni fatto, per ogni angolo di strada, per il modo in cui riposi». E attraverso la scuola – i giornali murali realizzati quando insegnava al Convitto dei partigiani Rinascita, poi il giornale di strada con studentesse e studenti del DAMS di Bologna – il cui ruolo per Scabia è chiaro: quell’accumularsi di esperienze, che diviene esplosione nelle giovani e nei giovani come «fuoco, grido, assemblea, corteo», deve passare attraverso la capacità di «rileggere il proprio passato e mangiarselo». E anche qui c’è un metodo: «bisogna fermarsi ed aspettare, è proprio l’antiritmo». Un’indicazione utile per questi anni di capitalismo cognitivo.

Trekking teatrale nel territorio di Castiglioncello (1989), foto di Massimo Agus

La terza sezione è dedicata all’antologia della critica, con una selezione che inizia dal 1965 per proseguire con gli interventi sugli spettacoli più paradigmatici del teatro degli anni Settanta: il Gorilla quadrumano, su cui scrivono Roberto De Monticelli e Gianni Celati, che coglie l’ipotesi politica di fondo di quell’operazione – «quella di costruire tessuti di socialità, luoghi di identificazione collettiva»; Marco Cavallo, dall’antefatto raccontato da Franco Gilberto alla recensione della sua versione editoriale scritta da Umberto Eco. Per i decenni successivi sono presenti le indagini critiche di Gianni Celati sulla Fantastica visione – quel «modo di far riserva su tutti gli avanzi del teatro», di Luciano Morbiato su Nane oca, di Marco Belpoliti su Tragedia di Roncisvalle con bestie, di Franco Quadri – che scrive di uno Scabia «poeta e forse mago» – sull’Insurrezione dei semi, di Bruno Quaranta sulle Foreste sorelle e di nuovo Gianni Celati sul progetto incompiuto, ma ricco di fughe generative, I giganti del Po.

La quarta sezione, molto ricca, è composta da saggi e interventi creati ad hoc per questo numero di «Riga». Laura Artioli ricostruisce memorie affettive private – quella del nonno – e collettive sparse nel paese di Marmoreto, nei luoghi che il teatro vagante di Scabia ha attraversato, animato e (con)vissuto con la comunità locale. Claudio Ambrosini mescola memoria personale e documentazioni tracciando linee discorsive che si sovrappongono, mentre Mario Barenghi si concentra sul romanzo Nane Oca rivelato e su quello che chiama l’«“etimo narrativo” scabiano che non si identifica con una costellazione emotiva, né con la fisionomia di un protagonista o lo sguardo di un personaggio narrante, bensì con la presenza di una collettività». E del ciclo di Nane Oca si occupa anche Silvana Tamiozzo, indagandone la performatività del linguaggio. Laura Vallortigara accosta a questo ciclo quello dell’Eterno andare, dando ampio respiro all’indagine attorno ai romanzi scabiani. Marco Antonio Bazzocchi scrive sul volume-diario di bordo Nutrire Dio (avvicinamento a Dioniso), che raccoglie l’esperienza dei laboratori realizzati per tutta la seconda metà degli anni Novanta con studentesse e studenti, in cui l’autore approfondisce la figura di Dionisio, quel «diventare rane, e canne, e palude» che si fa girotondo. L’indagine d’archivio di Angela Borghesi fa emergere gli elementi politico-pedagogici in un fitto andirivieni nel cuore del percorso scabiano tra esperienze con le scuole, con i quartieri operai, nel manicomio di Trieste, con le comunità locali. Oggetti dell’esperienza su cui si sofferma anche Stefano Casi, concentrando la sua riflessione sulle pratiche partecipative e sul loro modo di produrre pensiero materiale iscritto nelle coordinate dell’incontro/scontro, traiettorie pronte a essere deviate nei posizionamenti assembleari generando una molteplicità di formati – «spettacoli, happening, cortei, laboratori, perfino un film» – ed esperienze squisitamente teatrali, col «bisogno di radicare le proprie esperienze all’interno di ciò che chiamiamo teatro, assumendone (anche criticamente) la storia, gli elementi, le tradizioni». Le qualità immaginative e la natura effimera e imprevista delle operazioni di Scabia sono testimoniate da Maurizio Conca, più volte fotografo di scena, e da Marco De Marinis, che scrive di «scuola di teatro (e di vita)», in quell’insolubile ma sempre eroso confine che il Novecento teatrale ha messo a tema, fatto oggetto, assunto ed espulso in un continuo loop. È più specificatamente sugli anni dell’insegnamento di Scabia al DAMS che De Marinis concentra il suo intervento tra memoria personale e analisi di Scala e sentiero verso il Paradiso. Trent’anni di apprendistato teatrale, volume che raccoglie il suo attraversamento universitario tra il 1972 e il 2005, di cui scrive anche Francesca Gasparini evidenziando l’«epos dell’azione poetica», sempre tesa tra il fare e la riflessione di questo farsi. Riccardo Fattori invece ricorda il suo lavoro di grafico per le opere letterarie e poetiche di Scabia. E proprio sulla sua poesia, in particolare sul Poeta albero, scrive Luca Lenzini. Fernando Marchiori approfondisce il discorso poetico direttamente come teatro, perché «si farebbe torto a Giuliano Scabia, all’originalità della sua esperienza creatrice, se si frazionasse la sua opera – il suo operare eclettico – per indagarne questo o quell’aspetto riconducendolo entro i rassicuranti confini disciplinari che proprio lui ha sempre forzato e irriso». Un aspetto cruciale, quello dell’interdisciplinarità, spesso analizzata solo dal punto di vista delle pratiche, anziché in un discorso che metta in questione le discipline, come l’autore ha sempre fatto attraverso il «cercare, andare, camminare, inoltrarsi», il perdersi per trovare e non trovarsi. Un passo oltre, verso un approccio «transdisciplinare» – «transdisciplinare è la vita, considerata nel suo costante trascendere le discipline nelle discipline», afferma Carlo Sini. E Massimo Marino si addentra in questa complessità quando analizza il Teatro vagante, riconducendo l’indagine attorno alla lingua agli incontri, con «il proposito di non abbandonare mai il timone dell’esplorazione della “lingua” dei tempi, con azioni inedite e necessarie, per configurare una forma comprensibile, ragionevole ma soprattutto folgorante e poetica, per le cose della vita». E le cose della vita riguardano urgenze e impedimenti, come certifica Federico Sanguineti nel suo Biglietto urgente per Giuliano Scabia, che chiude la sezione – un “caso” che mi mette il sorriso. Ho conosciuto Federico e Giuliano nel 2017 per una ricerca universitaria sul teatro musicale. L’anno successivo mi ha spedito una lettera scritta a mano ed è stato bellissimo trovare in questo numero alcune scansioni di questo suo andare della mano. Un attimo di folgorazione che mi ha riportato indietro e poi trasportato fuori, e poi di nuovo dentro «Riga». Un volume prezioso su cui tornare.

«Riga» 47: Giuliano Scabia
a cura di Angela Borghesi, Massimo Marino e Laura Vallortigara
Quodlibet, 2024
464 pp., € 25

Daniele Vergni

Daniele Vergni

PhD in Spettacolo (Sapienza, Università di Roma), si occupa di Performance Art, Nuovo Teatro Musicale in Italia e di vocalità. È stato redattore della rivista scientifica «Sciami|Ricerche» e ha collaborato con «alfabeta2» e con «Artribune». È stato membro del Gruppo Acusma e dell'équipe di ricerca di Nuovo Teatro Made in Italy, diretti da Valentina Valentini. Tra le sue pubblicazioni: “Nuovo Teatro Musicale in Italia (1961-1970)”, Bulzoni 2019; “Comportamento Performance Art Nuova Performance. L’azione tra le arti in Italia (1960- 1982)”, Bulzoni 2024, e con Roberto Taroni “Dizionario Taroni-Cividin. Concetti e pratiche performative”, Bulzoni 2024. Oltre all'attività di ricerca si occupa di poesia (“Fitte”, finalista al Premio Lorenzo Montano 2023), body art in qualità di performer, di sperimentazione audiovisiva (i video e le musiche realizzati per “Controlli” di Rosaria Lo Russo sono stati premiati con il premio Pagliarani) e di musica elettronica (ha suonato per anni con Miro Sassolini e con la band Christine Plays Viola).

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