Max into the Wild. Weber 1920-2020

Le due storie finiscono in una camera da letto. Le due storie hanno un protagonista di nome Max.

Il primo non ha cognome: è il personaggio di un albo illustrato americano che da sei decenni ammalia e inquieta bambini e genitori, Nel paese dei mostri selvaggi. È uno degli albi per l’infanzia più discussi e più venduti, il libro che Obama leggeva agli appuntamenti per i bimbi alla Casa Bianca, odiato da Bruno Bettelheim, interpretato da legioni di psicologi, antropologi, pedagogisti.

Il secondo di cognome fa Weber, è un intellettuale dal lascito immenso: da inizio Novecento la sua tesi sul nesso tra il capitalismo e l’etica protestante del lavoro inquieta e ammalia studiosi e profani. Tutti citano alcuni topoi di Economia e società, tutti parlano di «tipo ideale», tutti di «carisma».Ma questo dotto enciclopedico ebbe una vita decisamente complicata – dopo l’agiografia della moglie, l’hanno raccontata di recente Jürgen Kaube, François Bafoil e Peter Ghosh – con una coda politica intensa tra la fine della Grande Guerra e l’inizio della Repubblica di Weimar: ebbe un suo ruolo nella redazione di quella costituzione fragile.

Max Weber

I due Max, il bimbo e l’intellettuale, hanno un legame nel nome, certo, ma molto di più nel rapporto problematico col “selvaggio”. Perché i due Max hanno entrambi dominato la loro terra, anche se era solo un sogno. Entrambi sono stati davvero mostri selvaggi.

Il primo, bambino, è «bestia selvaggia» per la mamma: si è messo il costume da lupo, l’animale infido, e ne ha combinate di tutti i colori. Allora lei gli ha detto: «vilde khaya!». Maurice Sendak, ebreo newyorkese figlio di immigrati polacchi, lo aveva sentito dire tante volte nella casa d’infanzia. Ora, nel 1963, da giovane illustratore rievoca quel rimprovero yiddish e lo traduce in inglese: wild thing! E al suo Max di rimando fa urlare: «ti sbrano!» (I’ll eat you up!). È l’inizio di Nel paese dei mostri selvaggi. Max, dopo aver minacciato di sbranare la madre, dopo l’urlo, si è chiuso in camera, e ha cominciato a sognare.

L’altro Max ha iniziato a sognare assai tardi. Laureato in giurisprudenza, salito in cattedra a economia politica, fondatore di quella scienza in bilico tra realtà e modelli che è la sociologia, erudito di storia e condotte religiose (memorabili i saggi di Sociologia delle religioni), la domenica, a Heidelberg, a merenda ospitava i grandi filosofi del tempo – Lask, Bloch, Lukács, Rickert, Troeltsch. Uomo di soli due libri (Sulla storia delle società commerciali del medioevo, da poco curato in italiano da Realino Marra per l’Accademia dei Lincei, e La storia agraria romana), fu saggista meticoloso (talora un po’ tedioso), conferenziere appassionato, poliglotta e grafomane. Quando guarì da un’instabilità nervosa che ne bloccò i corsi e ogni uscita pubblica, dopo anni e anni di difficoltà, di farmaci per placare l’angoscia e di Veronal per dormire, cominciò a parlare di Führer e Führertum, delle qualità che dovevano avere i capi e i dirigenti politici. Poi, verso la fine della guerra, sospettò di poter essere lui stesso un capo. Non gli andò bene – non superò le “primarie” del tempo. Ma nel frattempo anche lui era sceso tra le cose selvagge.

Una volta in camera, Max, il bimbo protagonista del libro di Sendak, prende le vie del mare. Veste ancora il costume da lupo mentre è alla guida della barca. Strano, platonico paradosso. Un kybernetes, nocchiero a governo della nave, vestito da lupo – l’animale infido per eccellenza, che ha solo nemici davanti a sé. Una barca del genere deve per forza finire nei recessi più oscuri, dove tutto può succedere, ogni tabù cadere, come nei sogni del tiranno della Repubblica. È il «paese dei mostri selvaggi». Eccoli: buffi, bruttini, tentano di impaurirlo, ma è lui a soggiogarli: «lo fecero re di tutti i mostri selvaggi». Il primo atto da re è un comando: «Let the wild rumpus start!», «scateniamo il finimondo!» (secondo la nuova traduzione di Anna Topi per Adelphi, 2018), lo scompiglio, oppure la «ridda», come recitava la prima traduzione di Antonio Porta per Babalibri: «e adesso attacchiamo la ridda selvaggia!». Ballano i mostri e balla Max, di fronte alla luna piena. Sono lupi insieme – bestie selvagge.

L’identificazione è totale: Max ulula, Max mena la ridda, Max conduce – è lupo, è Führer.

Intellettuale di punta nel paese dove le «cose selvagge» hanno e avranno libero sfogo, Max, quello grande, da parte sua non danza, ma gioca a fare la guerra. Quando scoppia, nel bel mezzo dell’estate 1914, coi treni stipati di giovani e di scritte Nach Paris! («Fino a Parigi!»), Weber, scienziato politico in dialogo con Michels e Gumplowicz, filosofo politico vis à vis con Hobbes e Nietzsche, wannabe politico di professione, l’appoggia con ardore. Gli muoiono amici e colleghi, tornano salme di fratelli e cognati. Ma la causa è quella giusta, la morte è «bella». Per consolare le vedove e i genitori definisce quella guerra «grande», «meravigliosa». Costretto alle retrovie per l’età avanzata, lascia gli studi e per un anno fa il burocrate in un ospedale militare a Heidelberg. La Germania aveva una posizione troppo importante nello scacchiere geopolitico, era un baluardo contro i “barbari”, questo lo argomenta bene nei suoi continui interventi sui giornali. Ma il suo entusiasmo per la patria ha una radice più profonda. Quando prova a razionalizzarla, a darle una veste, esce fuori la conferenza arcifamosa sulla Scienza come professione. È il 7 novembre del 1917. «Commilitoni!», apostrofa il pubblico (ma ci sono anche donne, perciò usa pure il femminile, Kommilitoninnen!, per far capire che per la Germania si combatte tutt*, aldilà dei generi). C’è tensione all’università, non perché in quelle stesse ore in Russia prende fuoco la rivoluzione d’Ottobre, ma perché pacifisti e militaristi si scontrano anche nelle aule. E Weber, che ha fustigato il pacifismo come qualcosa fuori dalla storia (se vuoi starne fuori, dice, devi stare anche fuori dal sistema economico, come l’ultimo Tolstoj – vai in campagna e fai l’anarchico), spiega che uno scienziato non deve esprimere giudizi di valore, deve fare il suo lavoro, seguire la sua ispirazione e fare il suo mestiere ogni giorno.

Deve essere neutrale. Poi, certo, i suoi risultati saranno superati. Ma intanto avrà seguito il suo demone.

Intanto, nel paese che ha scoperto e di cui è il nuovo sovrano, il piccolo Max fa da esempio a tutti: si appende ai rami degli alberi, è l’eroe dei suoi seguaci mostruosi. Viene portato in trionfo dai suoi simili, dai suoi soggetti. E sorride, ghigna soddisfatto: sta mostrando loro cosa vuol dire essere “bestia selvaggia” fino in fondo. Cosa vuol dire quando un lupo è conscio di essere lupo. Eppure, a un certo punto si stanca di vedersi replicato nei mostri selvaggi. Li caccia a letto senza cena. Si sente solo e all’improvviso estraneo: desidera essere altrove, «in un posto dove c’era qualcuno che lo amava più di ogni altra cosa al mondo».

Il lupo scopre la nostalgia, il nemico interno, il demone avverso a ogni ferinità.

«Ci metteremo al lavoro, e adempiremo alla richiesta di ogni giorno. Ed è cosa semplice quando ognuno abbia trovato e obbedisca al demone che tiene i fili della nostra vita». Per fortuna che è finita, perché alla fine della conferenza sulla Scienza come professione, Max, quello grande, è in un’impasse. Proprio menzionando il demone (non il daimon socratico, ma il “demone”), è finito in un terreno di opacità selvagge. Perché ormai è chiaro a tutti: il demone è l’unica cosa seria al mondo, è l’unica per cui vivere. Ma obbedire – seguire il proprio demone – rischia di fare tutt’uno con quell’adesione polemica al valore che gli rinfacciò il cattivo allievo Carl Schmitt: i valori tiranneggiano gli uni contro gli altri. Demone vuol dire scelta per un valore e poi lotta, Kampf, contro gli altri valori–disvalori. Affermare il demone, dunque, vuol dire per forza “politeismo”: scontro tra divinità umane troppo umane. E se l’unica cosa seria è il Kampf, se ci sazia solo dei cumuli di morti che arrivano dalle trincee dove il valore si fa corpo e poi cadavere, allora il demone è un ballo funebre, una ridda attorno alla cosa selvaggia che è la lotta in sé.

Gli scrosci di applausi, quel giorno a Monaco, dovettero coprire un’angoscia senza pari.

In preda alla nostalgia, invece, il piccolo Max di Sendak «rinuncia a essere re del paese dei mostri selvaggi». Quelli, animali selvaggi come lui, gli gridano quel che lui ha detto alla mamma: «ti mangeremo!». Per aggiungere: «ti amiamo così tanto». Il vilde khaye che è e che rimane lo ingoia, si confonde con la figura materna. Il mostro selvaggio in cui si è specchiato non pone limiti al desiderio, lo divora e poi ingloba.

Quando ritorna in sé dall’inconscio, il bambino-lupo è ancora in maschera. Finisce in camera da letto a mangiare la cena che lo aspetta sul tavolo. Si gratta i capelli, si toglie il copricapo da lupo. Accenna un sorriso.

Anche l’altro Max è in camera da letto. Delira. «Il malato adesso tossisce molto e il medico trova finalmente una polmonite profondamente radicata. I deliri si fanno più violenti». È Marianne, la moglie-madre asessuata, china al capezzale, a riportare la diagnosi e poi le ultime parole: «il vero è la verità». Superba tautologia mistica per chi non ha mai trovato il senso se non nel demone: poco dopo, tra temporali e balenii di lampi, «Weber si trasfigura in un cavaliere divenuto immortale», lo sguardo maestoso, eroico, inaccessibile. Fuor di retorica vedovale, Max Weber, con tanto di «espressione di dolcezza e di sublime rinuncia», muore di “spagnola” il 14 giugno 1920. Uno dei mai tanto bene contati milioni di morti per l’influenza H1N1.

Max Weber sul letto di morte

Come il piccolo omonimo, se ne è andato per la sua terra selvaggia, la Germania, quella segreta di Stefan George e seguaci, “indemoniata”, che lo elegge Führer per una notte, lasciandogli un piatto fumante nella camera dov’è stato rinchiuso. Sogno o realtà? Incubo o profezia? Dietro Max Weber e la sua scelta per un valore quale che sia, per un demone, c’è la tirannia di una “cosa selvaggia” e non c’è risveglio. L’irrazionale quotidiano viene sciolto nel lavoro per il lavoro, il non-senso affogato nella scelta del demone. Come ha combattuto l’angoscia con una terapia di ascesi lavoristica, così Weber pare propagandare la sconfitta del nichilismo coi suoi stessi mezzi. Pare combattere il nulla col niente della guerra. Il demone dell’angoscia coi demoni della professione. Le cose selvagge della psiche col selvaggio della lotta.

Nella camera da letto dell’ultima scena dei due Max l’alternativa è secca: il vero può essere la verità, o una «cena ancora calda».

Illustrazioni e copertina: Maurice Sendak, Nel paese dei mostri selvaggi

(Roma, 1978) scrive, traduce e fa ricerca. Studioso del pensiero tedesco e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil e Alexandre Kojève e più di recente un saggio dal titolo “Foto di gruppo con servo e signore” (Castelvecchi 2017). Ha curato opere varie di Max Weber (“Economia e società”, Donzelli 2003-2018), Walter Benjamin (“Senza scopo finale; Esperienza e povertà”, Castelvecchi 2017 e 2018) e Georges Bataille (“Piccole ricapitolazioni comiche”, Aragno 2015). Ha pubblicato “Berlino Zoo Station” (Cooper 2012), guida molto alternativa alla città di Berlino, e “Happy Diaz” (Arcana 2015), una lettura politico-musicale dei fatti di Genova 2001. Il suo ultimo libro è “Nico e le maree”, racconto fantastico della vita di Nico (Castelvecchi 2019).