Adrian Paci sceso dalla scaletta

14/01/2025

L’immagine di questi uomini immobili, ammassati su una scala d’imbarco per un aereo che non c’è, in mezzo al silenzio di una pista vuota, è tra le più potenti che l’arte abbia prodotto in questo primo quarto di Ventunesimo secolo. Non è una fotografia ma uno still dal video Centro di permanenza temporaneo di Adrian Paci, del 2007. A distanza di quasi vent’anni l’artista albanese – di casa però a Milano dal 1992 – ritorna sulle migrazioni; ma questa volta non ci sono più corpi, solo mare. Il vostro cielo fu mare, il vostro mare fu cielo s’intitola infatti l’installazione site-specific da lui realizzata al MUDEC quale anticipazione della mostra Travelogue. Storie di viaggi, migrazioni e diaspore, che aprirà i battenti tra qualche mese. Le pareti dell’agorà del Museo delle culture milanese diventano un patchwork dai colori gradienti blu-verdi: un molle movimento ne elude la stabilità, lasciando che le onde soverchino gli sguardi. Per quanto sembri l’astrazione a prevalere, ogni frammento di questa poderosa composizione è invece ricavato da fotografie apparse su articoli di giornale che parlano di naufragi di migranti nel Mediterraneo.

Adrian Paci è arrivato in Italia con una borsa di studio per occuparsi di Arte e Liturgia. Allora, in Albania, era da poco caduto il regime comunista e gli effetti del governo di Hoxha erano ancora più che evidenti: il Paese era povero e ateo, e allora perché non approfittare di quell’occasione? Questa e tante altre vicende sono raccontate in Le (mie) storie dell’arte / My Art (Hi) stories. Un piccolo libro in italiano e inglese, quasi un breviario scandito non da preghiere ma da lezioni, cinque lezioni per l’esattezza, dedicate a concetti che Paci svela pagina dopo pagina e fanno da chiave d’accesso al suo lavoro, alla pittura e all’arte in generale. Niente aneddoti personali: con molta franchezza Paci evita la tentazione di parlare di sé attraverso gli altri e, se questo accade, lo fa con tale delicatezza da far sentire il lettore un intruso nel suo dialogo, tanto intimo quanto profondo, con astanti veri o presunti. Se è vero che – come dice la curatrice Paola Nicolin – per il genere letterario trattato non si può prescindere dal padre delle Vite degli artisti, Giorgio Vasari, si può aggiungere che in questo libro di manieristico non vi è nulla, nessun giudizio di valore e nessun ghiotto pettegolezzo, quanto piuttosto il gentile e umile tentativo di spiegare qualcosa, l’arte, che non ha voce. L’occasione è offerta all’artista quando viene invitato a tenere delle lezioni a Piacenza in una delle attività di XNL Arte.

La prima lezione affronta il tema dell’intimità. E non a caso la narrazione prende le mosse dal rapporto con le opere del padre, Ferdinand Paci, apprezzato artista realista albanese. Nonostante i suoi quadri siano ospitati da musei e gallerie, suo figlio si sente più in sintonia coi suoi disegni, spesso preparatori alle opere finite, perché aprono a una dimensione privata nonché al dubbio del non finito. Questo stesso senso di mancanza Adrian la prova nei confronti delle opere di un pittore italiano che conosce dall’età di soli otto anni: Leonardo da Vinci, l’artista della natura naturans, lo scienziato che dipingeva per conoscere il mondo e che ha lasciato molte delle sue opere incompiute, perché più forte di ogni cosa in lui non era il fine ma la sperimentazione del mezzo per arrivare al fine. Questo stesso procedere, lontano dal chiacchiericcio ma soprattutto dalla sicurezza del già dato, conduce poi il discorso verso le opere di Picasso, Luca Bertolo, Giovanni De Lazzari, Giulio Paolini, Joseph Kosuth, Lek Gjelashi, Christian Marclay, Emma Ciceri e Nedko Solakov.

Il primo lavoro svolto dopo l’arrivo a Milano – ricorda Paci – fu quello di restauratore. Da qui prende le mosse la seconda lezione che si snoda intorno ai concetti di lacuna, mancanza, vuoto, per tornare a Leonardo con la precarietà della sua Ultima cena. Al 1997 risale il primo video di Paci, due anni dopo invitato a partecipare al Padiglione Albania della Biennale di Venezia, dove tra gli altri artisti coinvolti c’è Anri Sala con il video Intervista (finding the words). Protagonista dell’opera è la madre che, rivedendosi allo schermo durante un’intervista senza audio accanto a Hoxha negli anni della dittatura, non riesce a ricordare le parole pronunciate per l’occasione: il vuoto della memoria come allegoria delle cancellazioni della storia. Poi il discorso si sposta verso i lavori di Moira Ricci, Maja Bajević, Kader Attia, Nedko Solakov e Francis Alÿs.

Secondo Paci l’arte non lavora sulla realtà ma sulle illusioni; scrive infatti «L’arte è basata sulla finzione, l’arte è finzione: una finzione che cerca di andare a colmare un vuoto molto autentico che forse solo così può essere colmato». L’arte infatti non può avere inizio da un pieno, l’arte «produce uno spostamento di ciò che esiste per creare aperture di pensiero», e il riferimento va a Piero Manzoni e al suo Socle du monde.

La terza sezione s’incentra sul binomio semplice/ complesso: coi rimandi al rigore e alla leggiadria di Beato Angelico nell’Annunciazione di San Marco, alla vibrazione delle pennellate di Giorgio Morandi, alla sublime seppur monocroma tavolozza di Ettore Spalletti (e la simpatica ma efficace annotazione «Morandi è più contadino, Spalletti è più mistico»), e poi i richiami a John Zurier e ai minimalisti come Robert Ryman, a Felix Gonzalez-Torres e all’italiano, suo ex studente, Zazzaro Otto. Il discorso prosegue con le declinazioni della complessità: nella liturgia (Cappella degli Scrovegni di Giotto a Padova, Rudolf Stingel a Palazzo Grassi a Venezia o gli ambienti caotici di Thomas Hirschhorn); nella contemplazione (La tempesta di Giorgione e le opere di Sharon Lockhart); e infine nel gesto-azione (Anri Sala, Jackson Pollock, Allan Kaprow, Pipilotti Rist, Jeremy Deller, Sislej Xhafa e Petrit Halilaj, ricordato in occasione della performance realizzata in prossimità dell’indipendenza del Kosovo).

La quarta giornata degli incontri è incentrata sul rapporto con la pittura, quella pratica che si attiva attraverso l’esercizio dello sguardo interiore come esteriore. È in questo capitolo, più di ogni altro, che Paci rivela il rispetto e la paura di tradurre in parole un linguaggio fatto di segni. Così dà la parola direttamente alle opere: i paesaggi urbani di Edi Hila che «non descrivono il mondo ma lo rendono visibile», e i dipinti di Mamma Andersson, Iva Lulashi e Leonardo Pellicanò. Chiude il libro la vexata eppure sempre essenziale comparazione tra arte e vita: l’opera d’arte non deve «descrivere la vita ma contenere la vita dentro di sé», scrive Paci. I rimandi sono all’idea di scultura sociale di Beuys, alla Haus u r di Gregor Schneider, alle performance di Rirkrit Tiravanija, nonché alle azioni delle artiste Martha Rosler, Ana Mendieta, Cindy Sherman e Sophie Calle, che lo hanno fatto riflettere sull’arte che irrompe nella vita. Sulla scia della propria esperienza, Paci racconta l’apertura nel 2015 della sua Art House a Scutari, la sua città natale, nella dimora di famiglia che stava perdendo le sue caratteristiche, divorata dallo sviluppo selvaggio e dalla «violenza dei volumi architettonici» cresciuti attorno, mettendo in crisi le relazioni umane. Come atto di resistenza contro questo processo di speculazione nasce Art House, una casa che vuole accogliere e al contempo ricordare; qui trova posto infatti l’archivio del padre di Paci, ma anche la documentazione di incontri e storie come quelle fin qui raccontate.

Adrian Paci, Il vostro cielo fu mare, il vostro mare fu cielo, installation view, 2024, photo Sara Rizzo

Adrian Paci
Le (mie) storie dell’arte / My Art (Hi)stories
a cura di Paola Nicolin
Quodlibet, 2024
160 pp. ill. b/n, € 22

Il vostro cielo fu mare, il vostro mare fu cielo
Milano, MUDEC
fino al 21 settembre 2025

Serena Carbone

Serena Carbone

(1981) si occupa di storia e critica d’arte contemporanea, con particolare riguardo alla relazione che intercorre tra arte, storia e società. PhD in Studi Culturali Europei, è autrice del libro “Marcel Broodthaers. Poetiche dell’ombra” (Mimesis 2018). Ha curato la mostra “No, Oreste, No. Diari da un archivio impossibile” al MAMbo con la relativa pubblicazione (2019) e insegna presso la Fondazione Accademia Internazionale di Imola. Ha scritto saggi e articoli su diverse riviste di settore, collabora con il quotidiano “il manifesto”.

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