Si sarebbe dovuto correre oggi, e non si può, il Palio di Siena. È da poco uscito in una nuova edizione ampliata I trenta assassini, volume fotografico di Marco Delogu (Punctum press, 88 pagine, 50 fotografie in bianco e nero, € 30) che già nel 2004 era accompagnato da un testo di Adriano Sofri, ora rivisto a sua volta, che si propone qui per la cortesia degli autori e dell’editore.

Non dura neanche un paio di minuti, un volo, un orgasmo in cui si brucia, due volte all’anno, la gara per il Palio. Attorno all’apnea di quella carriera si sfoglia l’intero calendario di Siena e delle sue contrade. La combinazione di lentezza distillata e velocità fulminea è la qualità senese che più seduce e turba, e le è confidato anche il legame incomparabile fra le esistenze personali (perché anche a Siena si è individui, e perfino a Siena si può sentirsi soli) e le identità comuni. Lentezza cerimoniale e precipitazione tumultuosa evocano immediatamente il binomio pace-guerra (e il lungo assedio, e la battaglia campale), o, più sottilmente, il corteggiamento e il compimento dell’amore. Il corteo sfarzoso e rallentato che precede per ore nella Piazza del Campo la carriera, e si insinua fina nella protrazione fortuita e senza termine della mossa, e fa la felicità dei costumisti ed esaspera i turisti, che non vedono l’ora che sia finita e si passi al dunque.

E il corteggiamento che copre l’anno intero, minuziosa preparazione da un lato, felicità del festeggiamento o mortificazione della sconfitta dall’altro. In ogni caso, è una relazione complicata e mai del tutto esplicita (l’esplicitezza è la volgarità) fra maschile in carne e ossa e femminile simbolico a regolare la lunga festa, del cittadino con la contrada e la città, dell’uomo con la fortuna da piegare e domare, del figlio con la madre di cui guadagnarsi la grazia.

Continua, in questa vicenda ciclica, l’antica giostra cavalleresca e la prodezza mercenaria dei capitani di ventura. I fantini del Palio, forestieri per lo più, e da quelle stesse regioni dalle quali provenne tanta emigrazione e la leva delle polizie, non hanno a che fare con l’irruzione degli stranieri nel calcio o in altri agonismi ricchi (ricchi di debiti, magari, che è l’ultimo grido della ricchezza). Venivano da fuori a fare lo sporco lavoro, un lavoro pressoché servile, benché col tempo, come in tutti i posti di nobiltà invecchiata, la servitù si è messa a spadroneggiare. Mercenari dichiarati, e condottieri di ventura, al soldo delle contrade: idoli di un momento, e altrimenti mero strumento di una sfida alla fortuna, senza nobiltà quanto è pieno di nobiltà il destriero al quale sono sorteggiati. Dev’esserci il fantino alla partenza, che ci sia il fantino all’arrivo non importa. Il cavallo che può vincere scosso, magnifica invenzione – l’inveramento del desiderio più profondo di qualunque spettatore del Palio – dichiara la necessità superflua, per così dire, del fantino. Il quale viene a Siena a offrirsi contro tutto: la compera e il ripudio, il sospetto e l’intimidazione, la superstizione e il risentimento, e le botte e la cacciata, alla fine. Lo chiamano i soldi, la puntata su una cifra da lotteria, con cui arrotondare o surclassare lo stento salario dell’anno ordinario. Ma soprattutto l’ambizione del trionfo di qualche ora, della gara riuscita e della folla che ti innalza sulle spalle, prima di buttarti via e riprendersi, come ogni geloso proprietario, la festa che è solo sua.

Il fantino del Palio è di quelle figure di avventuriero, di galeotto fondatore di città, di combattente del circo, di militare per conto terzi: è il giovane e virile che, nerbo alla mano, deve servire, secondo Niccolò Machiavelli, a battere e urtare la Fortuna che è donna, volendola tenere sotto. Succedeva, con quei condottieri di ventura, contadini vogliosi di promozione sociale o cadetti in vena di rivalsa, che il soldo della vittoria non gli bastasse più, e completassero l’opera delle armi impiegate a salvare la città volgendole dentro la città e facendosene signori. Nel petto del fantino oscuro, con una barba fosca mal curata, che la luce radente e criminale della fotografia fa sinistramente risaltare, batte un cuore da usurpatore. La città e le sue contrade devono guardarsi dalla minaccia del servo-padrone, pena la perdita della propria delicata democrazia aristocratica, pena la democrazia plebea del tifo calcistico.

È sempre in bilico, il Palio, fra mille tentazioni di modernità e di somiglianza al resto del mondo. La resa al fantino che la signoreggia – gran tipo, del resto, Aceto – o il castigo delle sue pretese, la volontà orgogliosa di rimetterlo al suo posto. Negli ultimi anni il brontolio contro l’invadenza dei fantini protagonisti è cresciuto. Il fantino di una volta, quello sì, anonimo se non per il nomignolo d’occasione, e caduco – alla lettera –, destinato alla polvere del Campo. Ora, che lo si avverta o no, il rapporto della città col fantino muta non solo per l’effetto della spettacolarizzazione e della divinizzazione di tutto benché il Palio sappia difendersene meglio che in altre tradizioni, ma soprattutto per la evocazione di un nuovo rapporto fra la comunità e il forestiero. Il contratto specializzato che la contrada e la città stipulavano con il capitano di ventura o col cavaliere del torneo, copia distinta del contratto ordinario che le società nuove o stanche stipulano con l’immigrazione, che venga a fare i lavori che i locali non possono più o non vogliono più fare, ora fa i conti con un’immigrazione ordinaria e deprezzata che insinua il fantasma del servo padrone fin dentro le case di locali ricchi e longevi e fragili, e l’ombra della gioventù sessualmente aggressiva e prolifica dentro una demografia invecchiata e avara. La delega che la città assegna al fantino per il triplice giro vorticoso che faccia culminare il corteggiamento alla Fortuna e celebri il compimento dell’amore, è il riconoscimento di una debolezza, di una estenuata raffinatezza bisognosa di sangue nuovo da prendere a nolo e congedare – come nell’arruolamento delle truppe mercenarie del Rinascimento, come, avventuriamoci a dire, in una fecondazione eterologa e coperta dall’anonimato.

Campioni di passaggio, che abbiano la fortuna per amica, dunque giovani, ‘perché sono meno respettivi, più feroci e con più audacia la comandano’. A scorrere il catalogo delle facce dei fantini – facce di gran tipi, che si allineano alla mossa come tanti assassini – si può rintracciare questa stratigrafia virile. E poi buttarla via, e buttare via con un’alzata di spalle tutte le tortuose osservazioni che ho appena compilato, perché ognuna di quelle facce reclama di essere presa per sé, la faccia di quello lì, col suo nome da corsa e il suo nome d’anagrafe, la sua vita di ieri e la sua vita di domani, e, ‘segni particolari’ nella carta di identità, i soli che la accomunino alle altre facce, certi solchi ai lati del naso e della bocca, certi bagliori in fondo alle pupille, scavati e accesi in meno di due minuti di un tramonto d’estate della loro vita.

C’è un occhio clinico, l’occhio del detective Holmes, del fotografo dei ritratti, del poliziotto di Vienna, del ladro di Napoli, del contradaiolo di Siena. Vedrà camminare un tipo nelle strade del mondo e saprà dirvi chi è, cioè chi fu: un marinaio mercantile di Burma, un annoso carcerato, un sollevatore di pesi ucraino, un bandito di Patagonia, una massaggiatrice di Macao. Uno che ha corso il Palio a Siena. Non so come si debba valutare un fotografo di ritratti. Dev’esserci una infinita gamma di stili e predilezioni. Conosco la classica ambizione che mosse August Sander a progettare un atlante universale fotografico fatto di facce e busti e figure intere di uomini e donne che rappresentassero insieme se stessi e la dignità e la fierezza e la vanità della propria professione o mestiere o condizione sociale. All’altro capo dei ritratti fotografici europei, precipitato di colpo nella tragedia, stanno le fotografie del campo di sterminio: casacche, capelli rasati, visi umiliati, vogliono cancellare ogni memoria della fisionomia e del rango trascorso. Foto segnaletiche, uno fu forse un solista del violino, l’altro uno spazzacamino, una madre di famiglia, una danzatrice classica. Foto segnaletiche: ora segnalano di ognuno, di ognuna, che non è nessuno, non è nessuna, non sono niente. Sander aveva fatto dei suoi ritratti fotografici altrettanti monumenti alle persone e alla loro vocazione. Il fotografo del campo le ha annullate, ridotte a mucchio, anticipato la catasta che saranno fra poco. Ci si interroga, davanti a quelle bacheche, sul fotografo di Auschwitz.

Voglio dire che la simpatia che d’istinto proviamo per i fotografi va temperata da una diffidenza. Specialmente coi fotografi di ritratti. Il fotografato, in particolare, deve decidere, se ne ha la forza, che parte prendere nella cosa. Prestarsi, con entusiasmo o con rassegnazione, all’autorità del fotografo, o provare a guidarne la mano: fargli una linguaccia, o imporgli la propria posa vagheggiata. Ne parlo avendo fatto l’esperienza sconsigliabile delle foto di ingresso in galera – e non solo una volta: a ogni matricola carceraria si ricomincia daccapo, impronte, foto frontale, profilo sinistro, profilo destro – dove bisogna decidere: somigliarsi, dissomigliarsi… Per questo, benché annoveri fra i miei migliori amici una quantità di fotografi, ho una predilezione per le cabine automatiche in cui si fanno 4 scatti. Dentro quelle macchinette ci si illude di padroneggiare la propria immagine, di essere i fotografi di se stessi – e in genere se ne approfitta per farsi le boccacce, e ci si ricompone all’uscita.

Mi vengono questi pensieri perché leggo un appunto di Alessandro Falassi (lui sì esperto del Palio) che definisce Marco Delogu ‘famoso per i ritratti di compositori, di carcerati, di cardinali in pensione’. Ecco una vera idea. Chi di noi, da Tiziano in qua, non sa che faccia abbia, e che veste, un cardinale? Ma un ‘cardinale in pensione’! Appena ho letto la formula li ho immaginati, i cardinali in pensione: tali e quali i cardinali in servizio, salvo una piccola, quasi impercettibile differenza, un rimpianto, un’offesa, un abbandono sollevato. Devo chiedere a Delogu di mandarmeli, i cardinali a riposo. Mettiamo che avessi letto che Delogu è, fra l’altro, ‘famoso per ritratti di fantini in pensione’: come li avrei immaginati? Un po’ come i cardinali, magari, come fantini in servizio, ma con una piccola piega di rimpianto, un’impercettibile offesa, un sollievo abbandonato.

Macché. Li ho qui davanti, i ritratti dei ‘trenta assassini’, e non ce n’è uno che ammetta di essere a riposo. Hanno occhi che specchiano l’avversario – il fotografo, l’intervistatore, il resto del mondo – e dicono: ‘A noi due!’ Dicono: ‘Ora farai i conti con me!’ Gli occhi di Cianchino, del Pesse, di Spillo. Non so a chi lo dicano, al resto del mondo, penso, o al canape, o allo spettatore, o al fotografo o a se stessi. Stringono gli occhi come chi prenda la mira. Loro sanno una cosa che noi non sappiamo. Qualcuno ce n’è come Vittorino, che ha gli occhi tristi, occhi di cavallo in pensione; o che ha gli occhi sorridenti, come Rubacuori. Però si capisce che spirito di fantino rugge dentro gli occhi tristi o sorridenti. In realtà non sono sicuro che, se me le avessero mostrate senza altre notizie, avrei saputo riconoscere a colpo d’occhio in queste fotografie le facce di grandi fantini del Palio. Dopotutto le nostre facce ci tradiscono, in tutti i sensi. Meglio così, se no la criminologia lombrosiana, che già va troppo forte, andrebbe ancora più forte. Solo le bambine, i barboni e i santi possono capire la gente dalle facce, e loro sanno tenere i segreti. Così a prima vista, la leggendaria Rompicollo potrebbe essere una primo ministro di uno Stato indiano, o una sorella di Golda Meir. Giove sarebbe stato scelto per fare Laio nell’Edipo di Pasolini. E Bazzino per fare Ligabue, non questo della vita da mediano (il fantino è un po’ un mediano), quello delle tigri sulla sponda destra del Po di Gualtieri. Però non è vero. Basta fare la controprova. Né Golda Meir, né Laio, né Ligabue avrebbero corso il Palio. (Ligabue non so: avrebbe però abbracciato i cavalli, e dipinto senz’altro il più bel drappellone di tutti i tempi). Gli occhi, certo. Però sarei tentato di stilare una casistica di stati d’animo di fantini attraverso i nasi, se ne fossi capace, e se non ci fossero precedenti infami.

I ritratti di Delogu mozzano i visi al sommo della fronte, e montano gli ingredienti della fisionomia attorno ai nasi, monumenti decisivi e pressoché inosservati. Svolgendo genialmente Freud, Groddeck aveva puntato tutto sul naso. Guardate Vittorino, gran volto da gaucho, occhi e baffi tristi da tango di Discepolo. Guardatelo meglio, e vi accorgerete che triste è soprattutto il suo naso. È così anche per i cavalli. Io, chissà perché, finisco per passare da esperto di Palio, e invece sono solo un amatore di Siena. Se avessi i piedi liberi, e nessuno mi vedesse, andrei a sdraiarmi con le braccia aperte e la faccia al cielo sul pavimento di Piazza del Campo. Non dobbiamo vergognarci, noi di fuori, di invidiare Siena. Poi penso che saranno le ragazze delle contrade, protagoniste nuove, che sfilano abbracciate coi fazzoletti al collo e canti spavaldi e neanche si pongono il problema ‘Che problema?’ a impedire che l’aria da costrizione maschile che avvolge il Palio col tempo diventi caricaturale. Era l’unica cosa che volevo dire.

In copertina: uno scatto di ©Marco Delogu (particolare)