Nanni Moretti, a lato del cinema

01.01.2026

Nanni Moretti è una parte della cultura italiana. Il suo è uno sguardo di parte, parziale, partigiano, unilaterale, talvolta ossessivo, monomaniacale. I suoi film degli anni settanta (Io sono un autarchico, 1976 e Ecco bombo, 1978) e alcuni di quelli che percorrono la stagione del grande disfacimento della cultura di sinistra (Bianca, 1984; La messa è finita, 1985; Palombella rossa, 1989; Caro diario, 1993; Aprile, 1998) hanno lasciato un segno indelebile in almeno due generazioni di uomini e donne. Hanno rappresentato, per molti, uno specchio in cui vedere, grottescamente deformata, la propria immagine, i propri tic, la propria incapacità di reagire a un disastro politico e sociale che si stava realizzando. A Moretti va riconosciuta la dote ineguagliata di saper fare amaramente ridere di sé, di noi. È una dote che, negli ultimi anni, ha faticato a trovare una medesima potenza formale. Si è come ripiegata su se stessa, in una ripetitività non sempre felice: sorta di battuta che, a forza di essere ripetuta, non fa più ridere.

Ma c’è anche un altro Moretti, quello che definirei un regista drammatico, se non tragico. È quello de La stanza del figlio, 2001, e di Mia madre, 2015, due film in cui il cinema straborda, esce dai propri margini, dai propri confini, dal genere.  Si tratta di film in cui appare la realtà, la drammatica realtà, la sua consistenza materiale. Le immagini si fanno spesso pesanti, pregnanti, gravide di conseguenze inattese. Sullo schermo scorre una materialità filmica che impedisce al personaggio che la abita di esaurire lo spazio della rappresentazione. Sono immagini che commuovono, che toccano nel profondo, che rendono nuovamente credibile la sospensione brechtiana degli attori. Lo sguardo che sospende la finzione della quarta parete, la parola che rompe la battuta, trasformandola in altro da sé (“l’attore deve stare accanto al personaggio” ripete, incessantemente e senza essere compresa, la regista protagonista di Mia madre).

Forse è proprio quando si spinge a toccare le note più drammatiche, quando affronta il dramma della morte, il dramma che la morte è per coloro che restano, è proprio quando entra in quella dimensione dove le parole mancano, che Moretti riesce a dire ancora qualcosa di vero, di reale. Qualcosa a lato del cinema.

Come nell’asciuttissima scena finale di Mia madre in cui, nel ricordo di una sorprendentemente brava Margherita Buy, appare il volto della madre ormai morente a cui la figlia domanda, “a cosa stai pensando?”. “A domani”, la risposta senza replica. Ecco, in quel punto a cui segue il nero dei titoli di coda, Moretti tocca un vertice del cinema, là dove l’immagine cinematografica sfugge alla sua autoreferenzialità e diventa davvero apertura sull’enigma della vita. La pellicola si fa tensione verso il futuro, incoercibile desiderio di vita, di domani. C’è tutto in quello sguardo finale di Margherita, l’amore impossibile, la speranza cieca e la perdita irredimibile. C’è un cinema che non si chiude su se stesso, sulla propria ripetizione, ma che si spalanca alla vita, alla vita che continua a venire. In quella scena di morte c’è tutta un’esistenza, l’esistenza. La parte si fa tutto.

Federico Ferrari

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Estetica all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto” (Johan & Levi, 2013; 2024), “L’anarca” (Mimesis, 2014; Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Visioni” (Lanfranchi, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023), “Ritratti” (Sossella, 2025), “Nicola Samorì, sulla soglia del tempo” (Abscondita, 2025) e, con Jean-Luc Nancy, “La pelle delle immagini” (Bollati Boringhieri, 2003) e “Estasi” (Sossella, 2022).

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