Per quel pochissimo che ho avuto in sorte di vedere dal vivo (indelebile il ricordo di Shakespeare’s Sonette, per la musica di Rufus Wainwright e i complessi del Berliner Ensemble, a Spoleto nell’estate del 2010) Bob Wilson, scomparso a 83 anni lo scorso 31 luglio, non è stato solo un gigante del teatro del Ventesimo secolo (e di questo disgraziato spicchio di Ventunesimo), ma anche uno dei massimi coloristi di tutti i tempi. Fra le nostre numerate fortune potremo annoverare quella di essere stati contemporanei, almeno in minima parte, di uno della razza di Pontormo, Turner e Rothko. Negli obituaries s’è parlato molto, e a ragione, di Einstein on the Beach con la musica di Philip Glass, cioè dello spettacolo che nel 1976 ha rivoluzionato il teatro musicale come forse solo Monteverdi e Wagner avevano fatto in precedenza; ma assai poco di quello di cinque anni prima, Deafman Glance, che per il regista aveva segnato l’acquisizione del proprio linguaggio. Suppongo dipenda dal fatto che di Einstein on the Beach si raggiungono con agio immagini a colori e registrazioni integrali, mentre alquanto rare sono le immagini dello spettacolo andato in scena per la prima volta al Center for New Performing Arts di Iowa City (punto di riferimento, allora, dell’avanguardia d’oltreoceano) il 15 dicembre 1970, per approdare a New York all’inizio del ’71 e poi partire per un tour oltreoceano (nel 1981 lo stesso Wilson ne trarrà un estratto per la televisione).
Dopo la recita del 22 aprile al festival di Nancy, il vecchio Louis Aragon scrisse una celebre lettera aperta al compare André Breton (che, scomparso qualche anno prima, s’era perso quella meraviglia): «da quando sono nato, non ho mai visto niente di tanto bello al mondo. Mai, mai un’opera è arrivata seppur lontanamente dove giunge questa, perché questa è al tempo stesso la vita da svegli e la vita ad occhi chiusi, la quotidianità confusa col sogno. Lo spettacolo di Bob Wilson non è surrealista com’è nell’accezione comune del termine, ma è ciò che noialtri, che abbiamo dato i natali al surrealismo, abbiamo sognato che sorgesse dopo di noi, oltre a noi». La tournée proseguì a Parigi e ad Amsterdam, ma fece tappa anche in Italia. Il 27 aprile Deafman Glance andò in scena al Teatro Eliseo di Via Nazionale, dove il trentenne Wilson era stato invitato da Gerardo Guerrieri (ricchissima la documentazione disponibile qui, del curriculum straordinario di questo personaggio troppo dimenticato) nell’ambito del «Premio Roma» nato due anni prima in prosecuzione del «Teatro Club», che in città aveva portato per la prima volta semplicemente il meglio del teatro internazionale, tanto di tradizione che d’avanguardia (dal Bread and Puppet Theatre a Peter Stein, passando per l’Odin Teatret e Tadeusz Kantor). Si devono al Teatro Club, in particolare, le prime due tournée da noi del Living Theatre: quella del ’61 e soprattutto quella scandalosa del ’65, che tanto salò il sangue agli spettatori italiani (non solo ai teatranti).
In quella primavera del ’71 Franco Cordelli aveva ventotto anni. E in un’intervista del 2000 a Simona Cigliana (uscita sul numero 2-3 della rivista fondata quell’anno da Walter Pedullà, «L’illuminista») a quell’epifania ha associato la propria vocazione di critico teatrale. Un’attività che svolgeva per la verità, ma un po’ per caso, già dal ’68: quando, venticinquenne, era stato chiamato da Elio Pagliarani a fargli da Vice nella rubrica teatrale di «Paese Sera». È proprio lui in effetti l’«amico» innominato che – all’inizio del suo pezzo – definisce «fascista» lo «snobismo» di Wilson (infatti recensendo cinque anni dopo Einstein on the Beach, in uno dei pezzi raccolti nel Fiato dello spettatore, lo stesso Pagliarani deprecherà la «tirannia» sul pubblico di chi «dice: “Se mi vuoi sono fatto cosi: o prendere o lasciare”», e concluderà: «due ore di spettacolo erano più che sufficienti. Mr. Wilson, io lascio»). Ricorda invece Cordelli che Deafman Glance fu rappresentato per due sere, e lui se le fece per intero tutte e due (per buone quattordici ore complessive, dunque): «ci sono tornato per portare gli amici, quanti più amici potevo, perché ero convinto che dovevano vedere quello spettacolo, che era veramente scioccante. Quello spettacolo fu per me la vera rivelazione del teatro. Capii, cioè, che il teatro poteva essere, era, è una potente forma d’arte che con un linguaggio tutto suo trasmette conoscenze ed emozioni peculiari […] capii veramente che il teatro è la presenza dei corpi sulla scena e sottolineo la parola presenza, che qualche anno dopo capii essere cruciale per definire il senso dell’avanguardia teatrale».
Presenza in questo caso è termine tecnico, da Artaud. E infatti prosegue Cordelli che era stato lui a contrapporre «l’idea di presenza all’idea di rappresentazione, diciamo l’idea di presentificazione a quella di rappresentazione. Il teatro, dice Artaud, non deve rappresentare qualcosa d’altro ma essere ciò che è. Il teatro è la presenza, è ciò che accade in quel momento. Non siamo più nel campo della mimesi ma nel campo dell’essere, con tutta la crudezza che ciò comporta, ovvero la crudeltà, il consumo del corpo, cui il corpo presente sulla scena rimanda lo spettatore». Concludendo con una notazione che noi, che quelle sere all’Eliseo non c’eravamo, possiamo far nostra in senso diverso dal suo: «cominciavo cioè a capire che anche il corpo sulla scena perisce, anche l’arte perisce, anche ciò che perisce può essere arte oppure anche l’arte può perire».
Nell’intervista non lo ricorda ma su quello spettacolo aveva scritto un lungo pezzo, mai raccolto in volume, che uscì a caldo col titolo redazionale Il gran teatro del mondo nella visione onirica di un sordo, alle pp. 166-75 del numero 16 di «Carte segrete» (aprile-giugno 1971), nota rivista underground di allora. Per i motivi suaccennati, c’è da credere, la bibliografia italiana specificamente dedicata a Deafman Glance non è così nutrita, e in genere la si fa cominciare col saggio dedicato a Wilson da Franco Quadri nel ’76, in occasione della messa in scena di Einstein on the Beach, quel settembre alla Fenice. Ma ben diverso da una ricostruzione critica a posteriori, si capisce, è il frisson della prima scoperta: racconto dell’origine che, per eterogenesi dei fini, “doppia” quello psichico e rituale messo in scena da Wilson. Anche questo era un battesimo bello e buono: quello alla critica teatrale di colui che in seguito, e sino a oggi, non perderà più questo vizio assurdo.
Ben poche le occasioni in cui Cordelli ha avuto lo spazio per descrizioni dettagliate come quelle del pezzo che (estratto da un’antologia da tempo preparata, ma per una serie di ragioni mai uscita, alla quale ha dato il titolo La dieta teatrale) ci ha regalato per questo suo e nostro ricordo di Bob Wilson. Descrizioni che ci restituiscono da un lato, tantalizzanti, il senso di perdita irreparabile che il teatro comporta in chi, come noi adesso, all’appuntamento decisivo arrivi con catastrofico ritardo. Ma dall’altro esaltano il ruolo, vicario quanto prezioso, di quelle cronache teatrali (quali sempre ha considerato Cordelli le sue) capaci di restituirci un archivio virtuale di quella presenza che, nel momento della verità, ci è sfuggita una volta per tutte. È vero: come tutte le cose umane, anche l’arte perisce. Ma ci resta almeno la sostanza sottile che ha fatto in tempo a catturarne l’aura.
Andrea Cortellessa

Deafman Glance («Lo sguardo del sordo»), lo spettacolo che la «Byrd Hoffman School of Byrds» ha presentato nell’ambito del premio Roma 1971, è di quelli che già stanno nella storia del teatro contemporaneo. Non crediamo di avanzare un’ipotesi troppo azzardata: ma non era mai capitato che un testo fosse così totalmente risolto nella regia e viceversa, con tanto assoluto rigore, e con tanta sapienza drammaturgica.
L’Eliseo, il teatro ospitante, rispetto all’inizio della serata, dopo quattro ore di spettacolo, appariva svuotato per la metà. Un nostro amico, nell’intervallo, diceva che quando si è snob come Robert Wilson, l’autore e regista di Deafman Glance, si può essere perfino “fascisti” e che a furia di rovesciamenti delle situazioni di partenza, il pubblico lo si allontana dal teatro e che quindi, poi, un fatto estetico tipicamente sociale come il teatro rischia di diventare sintomo di una splendida e rinunciataria solitudine. In realtà lo spettacolo di Robert Wilson, e meglio lo stile di Robert Wilson, sarà di quelli che faranno scuola. In tutti questi anni si è parlato tanto di Artaud e si è tanto detto che Artaud, però, non c’era e non lo si poteva fare: e invece c’è chi l’ha fatto, o almeno chi si è avvicinato molto, molto più che chiunque altro, alla teoria di Artaud. Deafman Glance è stato per il premio Roma di quest’anno quello che per l’edizione del 1969 fu il Bread and Puppet: due modi tanto diversi, eppure stranamente simili, di “scalare” Artaud.

Il testo di Robert Wilson comincia con un fatto ben preciso, il fatto per eccellenza: il delitto. Spettatore di questo delitto è un sordo, un uomo cioè al quale più degli altri è difficile la ricostruzione degli eventi. Al sordo manca una capacità tecnica di sintesi: in lui i due sensi sintetici, occhio e udito, le due principali mediazioni alla razionalità conclusiva, sono come decentrati, sbilanciati per sempre. Il delitto cui egli assiste, tuttavia (e lo testimonia la presenza in scena di Sigmund e Anna Freud), è il delitto originario, dal quale nascono tutte le rimozioni: il nodo conflittuale che ogni paziente e ogni psichiatra tentano di sciogliere. La vicenda di Deafman Glance è ambientata nel “profondo Sud” degli Stati Uniti: ma il folclore è del tutto casuale. Wilson se ne serve per certi riferimenti iconografici, per certe ridondanze di luci e di colori che nello spettacolo appaiono strettamente funzionali. Lo spettacolo, poi, prolifera di citazioni, sovrabbonda di elementi, appunto, effettistici, sgargianti, splendidi. Quel delitto viene commesso, ritualmente, da una giovane madre negra, quasi una Medea negra; e possiede questo duplice valore: uno metonimico: ed è quello per cui il delitto originario è appunto un delitto che riguarda la nostra comune origine, il nostro comune delitto, l’assassinio del padre. E il secondo metaforico: per cui il delitto originario è assassinio dell’infanzia, recupero, sul piano visivo, mediante celebrazione, della graduale perdita di un valore assoluto. Da questa perdita nasce il sogno, il sognare, lo stesso spettacolo di Wilson: il quale a metà strada tra O’Neill e il surrealismo pittorico, da Bosch a Max Ernst, nella rivelazione delle nudità o delle mascherature, dei pieni e dei vuoti scenici, è come se esplodesse continuamente, silenziosamente, nella ripetizione delle verità perdute, ma tuttora incredibilmente magiche e liberatrici del mito. E il mito, secondo Adorno, è il regno dell’immobile, del sempre uguale: proprio come in questo spettacoli nel quale le varie figure, i vari minimi movimenti, appaiono talmente rilevanti, da immergere lo spettatore in un pallido e amebico clima da acquario. L’acqua che segna uno dei temi fondamentali: dall’inizio tutto marino, con il giovane ginnasta sconclusionato che indifferente a tutto quanto avviene sulla scena, da questa completamente scisso, se ne va correndo lungo la spiaggia, alla piscina e al laghetto o alla palude vera e propria del secondo atto in una crescita di personaggi acquatici sempre più animaleschi, incontrollabili: trichechi, rane giganti, pesci, pescatori.

Accanto alla vita acquatica, però, continua quella terrestre, non tanto in un’antitesi realistica, quanto in un rimescolio indistinguibile e volutamente confuso: probabilmente perché ogni frazione della realtà è anche una frazione di questo spettacolo, cioè del sogno universale che ci comprende, ci racchiude, relega in un’asfissia. La vita terrestre fluttua anch’essa nell’eterno presente, nel simultaneo: dalla danza del fantoccio-negro (vestito di bianco e reso ridicolo dalle rigonfiature che lo affliggono) a quella collettiva e illusoriamente panica dei negri e delle negre tutti insieme: dal salotto vittoriano con l’ottima cameriera al pianoforte, all’interminabile pranzo del secondo tempo. Ma compaiono in scena tanti altri microcosmi: poco a poco la scena si riempie in una serie incessante di epifanie, di infinite sorprese. Più lo spettacolo è immobile e improbabile da un punto di vista dell’evento, della storia, più insensibilmente la scena cambia senza posa, ora mediante arricchimenti, ora mediante sottrazioni, o accostamenti imprevedibili, o divaricazioni folgoranti. Come in un sogno, la materia si agglutina vischiosa nell’uovo: emergono altri personaggi: dietro gli alberi, nella notte, c’è una piramide oscura e massiccia; davanti alla piramide passa e ripassa una processione misteriosa di donne dal seno scoperto; in primo piano si spacca l’uovo e ne esce soltanto uno straccio che sale verso l’alto; dall’alto discende un angelo e poi subito se ne va; a sinistra un sacerdote unge il sordo, fa del negro sordo un santo; il santo si siede su un’altalena e viene issato con una canna da pesca in mano, a mezz’aria, in un luogo dal quale seguirà in silenzio il resto dello spettacolo, questo Gran Teatro del Mondo; a destra, in fondo, quel sacerdote muore e viene portato in processione, dentro l’urna sacra, non senza ironia; da sinistra esce una vera capra; da destra una finta vacca sacra; la stessa vacca era già apparsa dalla parte opposta; sopra di lei c’era un bambino negro; forse quello stesso che era stato ucciso all’inizio; questo bambino afferra il Sole che intanto, illuminato da un riflettore violentemente giallo, era disceso fino alla sua altezza; egli afferra il disco, e siccome è tutto un trucco, lo scioglie dai fili che lo tenevano appeso e piega il disco e lo infila nella bocca della vacca; la vacca raggiunta dal Sole si illumina, viene illuminata a sua volta da un riflettore puntato nella pancia; e intanto ricompare il ginnasta che avevamo visto correre in riva al mare, ora anche per lui l’ambiente è palustre; sentiamo per un’ora una colonna sonora che registra i rumori minuziosi del sottobosco; ricompaiono gli stessi allucinanti personaggi del primo tempo; dell’epoca in cui l’assassinio non era stato commesso e l’estensione acquatica era un poco più vasta, aperta, nonostante fosse già uno spettacolo; si tratta di personaggi un poco misteriosi: angeli trafitti, possessori di animali, pappagalli o colombe, uomini in frac, semplici autori-presentatori, altri bambini… e su tutto vigila occhiuta la Luna, anch’essa passa e ripassa dietro una cortina di fumo… uno degli uomini in frac si china a raccogliere su un piatto la testa della vacca sacra e la offre agli spettatori assenti, toccando il vertice visivo (anche il vertice più ovvio e volgare di questa messa in scena psicoanalitica e orfica) della composizione, mentre la cima della piramide si stacca e là dentro si accende un grande occhio…

In questa congerie anche di cattivo gusto o di elementi già tante volte visti, permane, tuttavia, elemento dominante, uno splendore inimitabile, e uno smarrimento, un decentramento dello stesso spettatore, che ingannevolmente illuso da una mistica unità, viene a trovarsi nelle stesse condizioni del sordo: si fa affannosa la ricerca del senso, si cerca asmaticamente di rifare il percorso all’indietro, di ricostruire lo spettacolo, la sua efflorescenza, la sua enfasi. Dal dato iniziale del delitto, da Wilson come istituzionalizzato, offerto come metastorico, scaturisce, discende quasi come in un teorema, il rovesciamento di una realtà che ha perduto l’equilibrio del principio (e lo spettacolo si conclude con una “cacciata dal Paradiso” e con un “ritorno della scimmia” addirittura nel cuore della musica e del costume vittoriano, due tra i climi più civili e rimossi che abbia espresso la civiltà occidentale). In tale rovesciamento l’esistenza è lenta e meticolosa ricerca del senso di quel delitto, tentativo di stabilire se quel delitto sia reale e se sia una colpa davvero, come sembrerebbe lo squilibrio dei due sensi sintetici, e il malessere che ne discende. L’esistenza è ridotta alla pura analisi di un cammino, viene offerta allo sguardo come in controluce, in definitiva è ribaltata in un unico grande mostruoso sogno: è ancora una volta la psicoanalisi come mito del decadentismo europeo. Eppure, a differenza delle poetiche decadentiste, questo spettacolo non nasce da una carenza, come fenomeno di compensazione: ma anzi la istituisce: istituisce un Vuoto nel cuore di una Realtà prospettata come piena, ingombra di un delitto, illusa, anche nel male, della propria pienezza.

Il sogno, nella sua autorappresentazione, è il Teatro definitivo, l’universo totalmente estetico, l’unica ipotesi possibile di una utopistica totalità. O meglio: l’unica totalità possibile, per il sordo, è una semplice ipotesi, un gran teatro del mondo, una catastrofica rappresentazione incessante di quel delitto e del decentramento che ne consegue. E anche se il teatro, a questo punto, non può non essere una pura ritualità, un gelido e scostante cerimoniale del nulla, il suo al di là, la Realtà, appare minacciato dà questo superfluo splendore, insidiato definitivamente da un fatto (una pienezza) e cioè dal delitto: e parimenti messo in discussione dal contrario di quel gesto, dalla sua negazione (un vuoto) e cioè dallo scacco cui approda la ricerca, la sintesi perduta tra causa ed effetto, movente e delitto, l’irrapresentabilità di questa dialettica fondamentale. Come se la realtà non potesse intendersi, nel teatro, se non teologicamente: e non poter essere, quindi, detta se non mediante negazioni, se non nel suo contrario, e cioè, appunto, nel teatro. È proprio da questa insidia che nasce, insomma, la presenza di Artaud, come si diceva all’inizio: la lentezza esasperante, lo slegamento dello spettacolo di Wilson – uno spettacolo privo (apparentemente) di qualunque determinabile rapporto con la realtà – sono la nostra condizione. Chi esce prima della fine della rappresentazione (e l’originale durava sette ore…), oltre che sordo (come tutti) si nega anche alle residue possibilità di attenzione totale: quelle dovute allo sguardo: egli si sottrae alla crudeltà del teatro che si insedia come una piccola mancanza nella quotidianità, sfugge alla constatazione che l’apologia del teatro, il largo uso di tutta una scrittura scenica gonfiata fino alla ridondanza, si tramuta in una critica del teatro. Quello spettatore impaziente sfugge alla acquisizione di una certezza: che il teatro certo non dà rimedi, se non nella misura in cui aggrava la nostra già precaria condizione. Sarebbe impossibile nominare anche soltanto una parte dei 35 attori che prendono parte a Deafman Glance, uno spettacolo nel quale, del resto, gli attori piegano il proprio corpo alla pura strumentalità scenografica, per acquisirne completa consapevolezza proprio nel momento in cui più, quel corpo, viene negato, rimosso come individualità. Ed è un altro segno della presenza di Artaud, che nel delirio visivo, in questi tableaux vivants di Wilson, non a caso torna alle sue matrici culturali: a Freud e al surrealismo. Anche se di negativo e di irrisolto permane oltre che un sospetto di ideologia mistica, diciamo così, un sospetto che l’ideologia sposi, necessariamente, e anzi diventi essa stessa una struttura in cui, nonostante il rigore, o anzi proprio a causa di esso, il tempo rappresentato coincida col tempo vissuto, con il presente scenico: un sospetto quindi di happening, di ricorrente contagio, e commistione dei diversi piani. In ogni caso in questo spettacolo, con tutto il suo eccezionale lavoro sul corpo degli attori, è evidente come non mai che anche per il materialismo storico è giunto il momento, come testimonia la cultura di questi ultimi anni, di appropriarsi della biologia: è giunta la consapevolezza dei limiti imposti all’esperienza dalla fisicità: ripudiare questo sarebbe come restare nell’idealismo e negarsi alla possibilità di entrare nell’area del teatro, radicalmente delimitata dall’area della realtà.

Immagini: alcuni momenti della rappresentazione di Deafman Glance di Robert Wilson alla Brooklyn Academy of Music, New York, febbraio – marzo 1971. Photo © Peter Moore
