Elisabetta Benassi, la forza del passato

14/06/2024

Elisabetta Benassi vuole farci paura – e ci riesce benissimo. Non tragga in inganno il witz dell’opera che dà il titolo alla sua mostra (la sua prima grande antologica in un museo pubblico, trenta opere che riassumono un percorso di vent’anni al MACRO di Roma), Autoritratto al lavoro (un paio di motozappe scrostate di rosso e trovate in una campagna del ferrarese, con stampigliato il brand dell’azienda produttrice, OFFICINE MECCANICHE BENASSI; il suo motto suona «Con noi per coltivare il futuro»). Entrando nel pianterreno del museo, infatti, ci si accorge subito di due cose. Gli occhi non galleggiano più in libertà in quel grande vacuum a forma di L (nel quale hanno fatto naufragio, in passato, anche grossi nomi nazionali e internazionali), intralciati come sono da una serie di alti tramezzi (sono fatti di «gesso alfa» – il più duro, mi spiega la sorella dell’artista, Ilaria, cioè l’architetto che li ha realizzati – ma per volume e superficie scabra simulano strutture brutaliste di cemento) che occultano diverse delle opere costringendo il visitatore a un percorso a zigzag, ondivago e anarchico come il dis-ordine perfettamente analogico dell’allestimento, incurante di raggruppamenti tematici o cronologici. 

Elisabetta Benassi, Autoritratto al lavoro, 2016 e 2021, motozappa, Officine Meccaniche Benassi, courtesy l’artista

La seconda cosa che fa immediata effrazione nel cervello vibra a lungo, poi, nello stomaco: è l’ambiente sonoro che pervade la mostra, frutto della sovrapposizione di due fonti principali e diverse altre minori (per i video trasmessi in loop dai visori sono disponibili invece cuffie “dedicate” col sonoro originale, a volte eloquente come il brano di Arvo Pärt che commenta la malinconia lancinante di Tutti morimmo a stento, 2004). Sulla parete di fondo scorrono ipnotiche le immagini di un’opera del 2006, Yield to Total Elation: un’automobile rossa di grossa cilindrata gira interminabilmente attorno a una scavatrice che, altrettanto instancabile, sbriciola le pietre di una cava e le fa scorrere su uno scivolo (il titolo è preso dall’opera-vita d’un misterioso artista outsider californiano, Achilles G. Rizzoli, ma la colata di materiale ricorda Asphalt Rundown di Robert Smithson, realizzata nel ’69 nei dintorni di Roma; e magari pure la scena finale del film di Pasolini dell’anno prima, Che cosa sono le nuvole. Pasolini com’è noto è stato e resta l’avatar prediletto da Benassi: qui in mostra ci sono due noti video del 2000, Timecode e You’ll never walk alone). A questo suono materico, già di per sé disturbante, si somma la musica di Luigi Nono, sublime ma non certo rassicurante (è Ein Gespenst geht um in der Welt, del ’71, un titolo dal Manifesto del partito comunista per l’omaggio alla rivoluzionaria afro-americana Angela Davis). 

Elisabetta Benassi, Memorie di un cieco, 2010
Lettore di microfilm, controllo servomotore con Arduino, scrivania Olivetti Arco (progetto di Studio B.B.P.R., 1963), pellicola 35 mm, cavi elettrici (dettaglio dell’installazione), Magazzino, Roma, 2010 –
Courtesy collezione privata, Roma

Questo è lo spettro sonoro che si aggira nel museo: un mélange ricco e strano di musica e rumore che produce uno stato di allerta simile a quello degli atroci suoni fuori-campo che assediano lo spettatore nella Zona dinteresse di Jonathan Glazer (l’osservazione è di un grande scienziato, capitato un po’ per caso, in compagnia del quale visito la mostra; «un infedele alla processione», si professa con un sorriso sardonico; alla fine però lo vedo conquistato a sua volta, malgrado tutto, dal canto che dalla materia fa sprigionare Elisabetta). La sensazione, tanto imprecisa quanto perentoria, è che venga annunciata una catastrofe inevitabile. Il paradosso proprium di Benassi, però, è che questo disastro imminente viene proiettato invariabilmente nel passato. Si può dire che tutti i suoi lavori nascano da un oggetto storico trouvé, e dalla sua elaborazione nel presente (proprio come si deve elaborare un lutto, o un trauma, finendo per fargli dire qualcosa di diverso e imprevisto): è il caso dei “retro” delle foto d’agenzia acquarellati in All I remember (l’opera in progress che le ha dato la fama a partire dal 2010), dei “mattoni” fatti coi sedimenti delle alluvioni nel Polesine con stampigliati i nomi dei detriti orbitanti attorno alla Terra (un titolo eliotiano, The Dry Salvages, per la grande installazione alla Biennale di Venezia del 2013) e di due lavori mirabili visti qui per la prima volta: The Bulletproof Angela Davis del 2011(all’interno della cabina antiproiettile che proteggeva la militante durante il suo discorso del ’72 al Madison Square Garden si trova il vecchio registratore a bobine che riproduce il brano di Nono) e Gorilla Gorilla Gorilla del 2015 (tre chiostre concentriche di sbarre d’acciaio inossidabile ricordano la reclusione di Bushman, lo scimmione che negli anni Trenta fu l’attrazione principale dello zoo di Chicago), che si specchiano ora l’uno nell’altro esibendo la parentela fra loro e con un altro lavoro più recente, The Sovereign Individual (simulano la corteccia degli alberi tre grandi cocoons in gesso che alludono all’individualismo radicale professato dal neo-liberismo di oggi).

Vista della mostra, Elisabetta Benassi. Autoritratto al lavoro, Roma, MACRO

Ma è anche il caso dei tappeti che, con un richiamo ad Alighiero Boetti, ingigantiscono le riproduzioni dei telegrammi inviati da protagonisti del Novecento in certi momenti-chiave del loro percorso, come quello inviato nel 1984 da Joseph Beuys a Robert Rauschenberg: «Caro Bob, la storia non ci concederà alcun perdono anche se avessimo abbastanza coraggio da affrontare tutti i terrori del pianeta». All the terrors of the planet è datato 2021: un tempo dominato dalla paura che, da allora, non s’è più interrotto (allorché l’angoscia da disastro termonucleare, che pareva consegnata alla storia di quegli anni, inopinatamente torna d’attualità).    


Elisabetta Benassi, Telegram from Buckminster Fuller to Isamu Noguchi explaining Einstein’s Theory of Relativity, 2010, courtesy l’artista e Magazzino, Roma

La paura che ci incute questa mostra deriva proprio dal suo essere una retrospettiva. Sono vent’anni che seguo affascinato il lavoro di Elisabetta Benassi, ma è la prima volta che mi trasmette questo inequivocabile senso di allarme. Preso ciascuno per sé possono evocare sentimenti diversi, ma il loro accostamento conferisce a tutti questi lavori, oggi, la medesima inconfondibile stimmung. La malinconia dei «Motomen», simbionti uomo-macchina rottamati nello sfasciacarrozze come ciechi di Bruegel, al pari dell’ironia dell’eponimo Autoritratto al lavoro (2016), alludono entrambe alla metamorfosi dell’artista in macchina, condannata a una cattiva infinità come l’auto di Yield to Total Elation o il circolo di La vie à crédit (dello stesso 2006) disegnato all’infinito da una punta d’acciaio meccanica su un tavolo di legno: a distanza di tempo prevale la percezione dell’entropia destinata a distruggerle (e a distruggerci). I rifugi cercati dall’individuo-monade di The Sovereign Individual sono altrettante trappole, come quelle di cui sono prigionieri la fiera rivoluzionaria e la scimmia antropoide.


Elisabetta Benassi, Exodus, 2001, stampa fotografica, courtesy l’artista

Questa circolarità schiacciante, che capovolge il futuro in passato e viceversa, ricorda l’osservazione di Donald Winnicott in uno scritto del 1974 intitolato Paura del crollo. Spiegava lo psicoanalista inglese che le «organizzazioni di difesa», come l’autismo infantile, sono sintomi psicotici: prefigurazioni di un «crollo» che però non fanno altro che ri-mettere in scena, proiettandoli nel futuro, eventi che ci portiamo dietro da sempre. A terrorizzarci, paradossalmente, è l’incombere di una minaccia che si è già realizzata. Una possibile terapia, secondo Winnicott, consiste nel cercare in quel passato oscuro un frammento «ancora non sperimentato» che possa prospettarsi, nel futuro, in forma non persecutoria bensì salvifica. Non si può forse chiedere all’artista l’equivalente di questo miracolo laico, ma l’ultimo “tappeto” da lei prodotto riproduce il più antico di questi messaggi provenienti dal passato. Lo scrisse nel 1919 Dziga Vertov, il grande cineasta sovietico, ai compagni Spartachisti di Berlino: «abbasso il velo profumato di baci, gli omicidi, le colombe e i giochi di prestigio! Abbiamo bisogno di persone consapevoli, non di una massa inconsapevole, pronta a cedere a qualsiasi suggestione! Viva la coscienza dei puri che possono vedere e sentire!».   


Elisabetta Benassi. Autoritratto al lavoro
Roma, MACRO
fino al 25 agosto 2024

Andrea Cortellessa

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.

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