All’ingresso della sala, inosservato ai più, c’è un leggio con sopra un quaderno e un paio di penne, per registrare il proprio passaggio. «Grazie Dino!», «Grazie per avermi riportato a quel momento, tanti volti familiari nella loro alterità», «Io c’ero e non c’ero, forse avrei voluto esserci di più. Ma oggi ci sono», «È stato come tornare nel mio mondo», «Non proprio in quegli anni. Qualche anno dopo. E quelle notti le vorrei rivivere ancora, ma con la forza di adesso»: sono solo alcuni dei commenti lasciati da tutto un pubblico che qui è venuto con la speranza e l’attesa di riconoscersi e ritrovarsi.
La mostra di Dino Ignani al Museo di Roma in Trastevere, che documenta la scena dark wave e goth della capitale, presenta anche alcune stampe vintage e fotografie di formato più grande, tratte dalle diapositive originali, mentre nelle teche trovano spazio cataloghi, riviste, libri e altre pubblicazioni. Tutto a documentare il percorso creativo del fotografo, dagli esordi lungo gli anni Ottanta e oltre.

Con un po’ di fortuna vi potrebbe capitare di stare fianco a fianco a uno di quegli animali notturni, mentre si guarda allo specchio di una delle duecento fotografie in bianco e nero, i Dark Portraits che Ignani ha realizzato su set improvvisati nei bar, nei club e nelle discoteche tra il 1982 e il 1985. Tra i tanti, spicca una serie di scatti dedicata a Porpora Marcasciano, storica attivista trans che Ignani aveva conosciuto tramite amicizie comuni nei primi anni Ottanta e che gli aveva ispirato l’idea di incontrare e ritrarre altre persone che stavano vivendo un’esperienza simile. Il progetto non è decollato ma ha indirizzato la sua ricerca, portandolo a concentrarsi su altri travestimenti e identità complesse e trovando nella scena dark romana lo spazio per esplorare personaggi altrettanto affascinanti, sebbene meno radicali.

Roma, la città eterna dalle rovine inondate dal sole, con la sua bellezza antica e il clima mediterraneo, potrebbe non sembrare lo scenario più probabile per l’ascesa di una subcultura oscura e gotica, più comunemente associata alle grigie città nordeuropee. E infatti non è all’ombra della sua grandezza classica che i dark sfoggiano i loro look teatrali e stravaganti. Racconta Valerio Mattioli in Remoria. La città invertita (minimum fax 2019) come le borgate abbiano dato prova di una forza propulsiva nella diffusione dei movimenti punk prima e dark subito dopo. Ma come erano arrivati i Joy Division a Torre Maura?
Per i non romani o per quei romani che non hanno mai passato il «vallo di Ponte Milvio», le infinite palazzine che compongono l’agglomerato frastagliato e disordinato delle varie Centocelle, Torre Maura, Tor Bella Monaca e Borghesiana ai lati della Casilina sono tutto sommato intercambiabili. Hanno sentito di un carico di droga sequestrato durante un blitz all’alba, è successo proprio lì, da qualche parte. Ma sì, lì, dove hanno sgombrato l’ennesimo ex hotel occupato da un gruppo di latinos, tutti con precedenti per furti e borseggi. E di quella discarica abusiva, oltre 100 metri quadrati, se n’è parlato per giorni; pure quella, era sempre lì, da qualche parte. Ma molto prima di essere cattiva, la «borgatosfera» – così la chiama Mattioli – è brutta. La sua bruttezza è originaria ed è desolante, eppure è proprio lì, in quella periferia annoiata, frustrata, marginale e dove una coscienza di classe non c’è mai stata che gli Ultravox, i Bauhaus e Siouxsie and the Banshees hanno cominciato ad affiancarsi a Claudio Baglioni e dalla breccia aperta dai Centocelle City Rockers (la prima banda metropolitana punk) si sono fatti spazio i dark.

E il movimento dark ha conosciuto una diffusione che nessun’altra sottocultura riuscì nemmeno lontanamente a sfiorare. Mattioli cita Luigi Bonanni (cantante del gruppo Bads, della band Apocalipse Hotel e fondatore dei Garçon Fatal, figura chiave del punk romano), per lui «il dark fu per Roma quello che il punk avrebbe potuto essere solo qualche anno prima»; cita Dino Ignani che attraverso il suo progetto fotografico ha visto da vicino come «il dark divenne a Roma un fenomeno, se non esattamente di massa, incredibilmente diffuso, specie nelle borgate e nell’immediato hinterland»; e cita Angela Valcavi che a Milano stampava la fanzine Amen, «a Roma i dark erano tantissimi, non ho mai capito perché. La mia fanzine italiana preferita la facevano proprio lì, si chiamava Il perfido incanto e si presentava come “rivista tardofuturista”, era bellissima».

«Accattoni di periferia vestiti come un aristocratico inglese dell’Ottocento, borgatari abbronzati dal sole che mimano il pallore anemico della nebbia perenne, figli di una scolarizzazione precaria che storpiano un inglese che a scuola non hanno mai imparato, truci sottoproletari che si dondolano al suono di una diafana ballata post punk… Niente di tutto questo suona credibile: eppure tutto questo è successo. Lì sullo spiazzo di una squallida rosticceria di borgata, dalle macchine parcheggiate davanti o dagli stereo portatili piazzati in mezzo a sparuti capannelli di tizi dai vestiti strani, rimbalzavano le glaciali dissonanze di Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus, le epiche arie di The Killing Moon degli Echo and the Bunnymen, i tribalismi paranoidi di Empire Song dei Killing Joke, gli eterei mosaici per echi e riverberi di Sugar Hiccup dei Cocteau Twins». I giovani descritti da Mattioli ribadivano la loro presenza, con uno sforzo eroico, deflagrante: «Loro pretendevano di restituire coi loro corpi tutta la gloria della solitudine, tutta la tragedia della noia, tutta l’utopia anticipatoria dello scazzo: e cristo santo, vivevano qui».
Chi questa periferia la vede ogni giorno – come chi sta scrivendo – non sarà insensibile al racconto dell’avventura di questi ragazzi vestiti di nero che, sfidando la leggendaria inefficienza del trasporto pubblico e la scarsa accessibilità a esperienze culturali e comunitarie, si spostavano nella capitale alla ricerca dei loro simili.

Riconoscersi non era difficile, il look era meticolosamente curato: camicette vittoriane a collo alto, stivali di pelle, crocifissi, corsetti e acconciature voluminose, l’outfit era un’armatura costruita con cura, chi lo indossava si preparava a entrare in un mondo notturno dove poteva controllare la propria narrazione. Per questo la scelta del ritratto in posa da parte di Ignani è significativa e una reale occasione di possesso della scena da parte del soggetto. Chi ha fotografato aveva consapevolezza di un fatto banale, ma spesso trascurato, e cioè che ci vestiamo ogni giorno, che abbiamo bisogno di pensare a ciò che indossiamo per adattare un’idea al vestito e abbiamo bisogno di idee per vestirci ed esprimere noi stessi diversamente da quello a cui vorrebbe ridurci la nostra famiglia, il nostro lavoro, la strada in cui siamo cresciuti e perfino il nostro stesso corpo, con tutti i limiti che l’anatomia può imporci.

I vestiti li cercano anche nei seconda mano o se li fanno da soli, in un esercizio di approssimazione a un ideale estetico che avrebbe permesso al corpo, attraverso l’abbigliamento e il trucco, di esprimere un discorso sull’identità e un’esigenza di libertà. L’attenzione al particolare è degna dei veri dandy. Che sia il filo di perle intorno al collo, la rouche che corre incurvandosi per la lunghezza della camicia o la ciocca di capelli lisciata, laccata, scolpita per ricadere obliqua sul viso, ognuno di questi dettagli basta a dare vita a un’idea.
Tutti questi ventenni e poco più che trentenni, con l’eyeliner marcato, il rossetto scuro, gli sguardi malinconici e le pose drammatiche, nei ritratti in bianco e nero di Ignani sembrano quasi star del cinema muto, comparse di qualche film inquietante e allucinatorio dell’espressionismo tedesco. Attraverso la musica e la moda potevano dare forma a sé stessi e forma al mondo e quindi appropriarsi di sé, appropriarsi del mondo: un’esperienza estetica completa, vale a dire «a way of life», citando uno dei numerosi commenti sul quaderno dei visitatori.

La moda e la musica sono per tutti, senza distinzione di genere, classe, appartenenza etnica e residenza. Due linguaggi sempre al servizio dell’espressione individuale e capaci di costruire dimensioni collettive. Il Piper, il Black Out, il Uonna Club, l’Olimpo, il Supersonic, l’Angelo Azzurro, l’X-Club, il Venice e fanzine come Il perfido incanto o VIVA erano spazi di incontro, che hanno dato al movimento dark l’energia ma anche la solidità di un fenomeno culturale. La capacità d’intercettazione di Ignani ha prodotto un archivio di circa cinquecento immagini, un numero impressionante che testimonia la partecipazione di ragazze e ragazzi, anche molto diversi tra loro per background e aspettative, a una comunità alternativa, basata su un’estetica condivisa. Qualcosa di difficile da concepire nell’epoca della core aesthetic, dove la vita di ogni trend è tanto breve quanto è rapida la sua diffusione sui social media. La parabola del movimento dark ci riporta a un momento in cui radio, riviste, locali e centri sociali avevano una forza dirompente di proposta e di attrazione. Ed è per questo che davanti alle fotografie in mostra, ci si emoziona a guardare negli occhi chi, dai margini, la realtà non ha mai smesso di immaginarla diversamente.
Dino Ignani. 80’s Dark Rome
a cura di Matteo Di Castro
Museo di Roma in Trastevere
fino al 10 novembre 2024
In copertina: Dark Portraits #1, photo by Dino Ignani
