Un virus troppo umano

Come è stato spesso affermato, a partire dal 1945 l’Europa ha esportato le sue guerre. Caduta in frantumi, non ha saputo fare altro che diffondere la sua disunione nelle sue ex-colonie e secondo le sue alleanze e le sue tensioni con i nuovi poli del mondo. Tra questi poli l’Europa non era altro che un ricordo, sebben fingesse di avere un avvenire.

L’Europa dunque importa. Non solo merci, come fa da molto tempo, ma anzitutto popolazioni: un processo che non è nuovo, ma che ora diventa più pressante, se non travolgente, al ritmo dei conflitti esportati e dei disordini climatici (che hanno avuto origine nella stessa Europa). Ed ecco che oggi importa un’epidemia virale. 

Cosa vuol dire? Che non si tratta solo di una propagazione: questa ha i suoi vettori e le sue traiettorie. L’Europa non è il centro del mondo, tutt’altro, ma si sforza di svolgere il suo vecchio ruolo di modello o di esempio. Altrove ci possono essere attrattive molto invitanti, opportunità impressionanti. Alcune, tradizionali e a volte un po’ logore, si trovano in Nord America, altre, più innovative, in Asia o in Africa (il Sud America è a parte, avendo molte caratteristiche europee che si amalgamano con delle altre). Ma l’Europa sembrava – o credeva di rimanere – più o meno desiderabile, perlomeno come rifugio. 

Il vecchio teatro delle esemplarità – la legge, la scienza, la democrazia, l’apparenza e il benessere – continua a suscitare desideri, di oggetti, tuttavia, ormai usurati, se non addirittura fuori uso. Rimane quindi aperto agli spettatori, anche se non è molto accogliente per coloro che non possono permettersi simili desideri. Non c’è da stupirsi se un virus entra in scena. 

Non c’è da stupirsi neppure se qui genera più confusione che là dove è nato. Perché in Cina si era già sul piede di guerra, che si tratti di mercati o di malattie. In Europa vi era invece un certo disordine: tra le nazioni e tra le aspirazioni. Il risultato di tale disordine è stata l’indecisione, l’agitazione e un difficile adattamento. D’altra parte, gli Stati Uniti hanno presto riacquistato il loro superbo isolazionismo e la loro capacità di prendere decisioni nette ed immediate. L’Europa è sempre stata alla ricerca di se stessa – andando anche alla ricerca del mondo, scoprendolo, esplorandolo e sfruttandolo, prima di smarrirsi di nuovo.

Mentre il primo focolaio dell’epidemia sembra in procinto di essere controllato e molti paesi ancora poco colpiti si chiudono agli europei come ai cinesi, l’Europa diventa il centro dell’epidemia. Il Vecchio continente sembra aver accumulato gli effetti dei viaggi in Cina (affari, turismo, studi), quelli dei visitatori provenienti dalla Cina e da altri paesi (affari, turismo, studi), quelli della sua incertezza generale e, infine, dei suoi dissidi interni.

È forte la tentazione di caricaturare la situazione nel modo seguente: in Europa si tratta del “si salvi chi può!”, altrove del “a noi due, virus!”. O ancora: in Europa, gli indugi, gli scetticismi, l’incredulità degli “spiriti forti” (nell’antico significato dell’espressione), occupano più spazio che in molte altre regioni. È questa l’eredità della ragione raziocinante, libertina e libertaria – ovvero di ciò che per noi, vecchi europei, rappresentava la vita stessa dello spirito.

Così, l’inevitabile ripetizione dell’espressione “misure eccezionali” fa apparire il fantasma di Carl Schmitt attraverso una sorta di amalgama affrettata. Il virus diffonde così la narrazione di una bravata ostentata. Non lasciarsi ingannare è un imperativo che viene prima del sottrarsi al contagio – il che equivale ad essere ingannati due volte – e forse raggirati da un’angoscia mal repressa. O da un sentimento puerile d’impunità o di spavalderia… 

Ognuno (me incluso) avanza la sua osservazione critica, dubbiosa o interpretativa. Filosofia, psicoanalisi, politologia del virus corrono veloci.

(Fatta eccezione per la gustosa poesia di Michel Deguy, Coronation, sul sito della rivista Po&sie).

Ciascuno di noi discute e dibatte perché abbiamo una lunga abitudine alle difficoltà, alle lacune e alle indecisioni. Su scala mondiale, sembra che dominino piuttosto la fiducia in se stessi, il controllo e la decisione. È perlomeno questa l’immagine che possiamo avere o che tende a costituirsi nell’immaginario mondiale.

Il coronavirus in quanto pandemia è, a tutti gli effetti, un prodotto della globalizzazione. Ne precisa i tratti e le tendenze, è un libero-scambista attivo, combattivo ed efficace. Partecipa al grande processo attraverso il quale una cultura si dissolve, mentre si afferma qualcosa che, più che una cultura, è un meccanismo di forze inestricabilmente tecniche, economiche, dominanti ed eventualmente fisiologiche o fisiche (si pensi al petrolio o all’atomo). È vero che, allo stesso tempo, il modello della crescita è messo in discussione al punto che il presidente della Repubblica francese si sente in dovere di farlo presente. È possibile che siamo davvero costretti a spostare i nostri algoritmi – ma non ci sono prove che questo possa compiersi per lasciar emergere uno spirito diverso.

Perché non è sufficiente debellare un virus. Se la padronanza tecnica e politica risulta fine a se stessa, trasformerà il mondo in un campo di forze sempre più tese le une contro le altre, sprovviste ormai di tutti gli alibi civilizzatori una volta validi. La brutalità contagiosa del virus si diffonde sotto forma di brutalità gestionale. Ci troviamo già di fronte alla necessità di dover scegliere coloro che hanno diritto alle cure. (Non si dice ancora nulla sulle inevitabili ingiustizie economiche e sociali.) Non v’è alcun calcolo subdolo di fantomatici e machiavellici complottisti. Né abusi particolari da parte degli Stati. Esiste solo la legge generale delle interconnessioni, il cui controllo è la posta in gioco dei poteri tecno-economici. 

Di questo divino il virus attesta l’assenza, dato che ne conosciamo la costituzione biologica. Scopriamo, anzi, fino a che punto il vivente sia più complesso e meno comprensibile di quanto immaginassimo. E quanto anche l’esercizio del potere politico – quello di un popolo, quello di una ipotetica “comunità” per esempio “europea” o di regimi più energici – sia un’altra forma di complessità a sua volta meno comprensibile di quel che sembri. Capiamo ora meglio a che punto il termine “biopolitica” sia derisorio in questa situazione: la vita e la politica ci sfidano contemporaneamente. Il nostro sapere scientifico ci espone a dipendere solo dal nostro potere tecnologico, e tuttavia non esiste una pura e semplice tecnicità, poiché lo stesso sapere porta con sé delle incertezze (basta leggere gli studi che vengono pubblicati). Non essendo univoco il potere tecnico, ancor meno può esserlo un potere politico chiamato a rispondere, contemporaneamente, a dati oggettivi e ad attese legittime.

Certo, è comunque una presunta oggettività a dover guidare le decisioni. Se questa oggettività è quella del “confinamento” o della “distanziazione” fino a quale punto di autorità si può giungere per farla rispettare? E, nella direzione opposta, dove comincia l’arbitrarietà interessata di un governo che vuole – è solo un esempio tra tanti possibili – preservare i giochi olimpici da cui si attende diversi benefici, attesa condivisa da molte imprese e manager di cui il governo è, in parte, strumento? Oppure quella di un governo che coglie l’occasione per infiammare il nazionalismo? La lente d’ingrandimento virale accentua i tratti delle nostre contraddizioni e dei nostri limiti. E’ un principio di realtà che bussa alla porta dei principi di piacere. La morte lo accompagna. La morte che abbiamo esportato con le guerre, le carestie e le devastazioni, la morte che avevamo pensato confinata in qualche altro virus, o al cancro (quest’ultimo in espansione quasi-virale), eccola che ci aspetta dietro l’angolo. Guarda un po’! Siamo umani, bipedi senza piume dotati di linguaggio, ma sicuramente né sovraumani né transumani. Troppo umani? O forse occorre comprendere che non si può mai esserlo troppo? E che è proprio questo a superarci infinitamente?

(Bordeaux, 1940) filosofo. Ha insegnato all'Università Marc Bloch di Strasburgo e all'Università di San Diego. E' una delle voci filosofiche più originali di questi anni.