L’immagine pensa per scrivere ma in modo tale da non scrivere
Scrive spontaneamente ma spontaneamente non agisce
Fa mal volentieri, il meno possibile, infatti si indirizza soltanto a scrivere
Affinché non ci sia bisogno di scrivere ulteriormente (*)
I versi latini, qui tradotti, sono dipinti dal Bronzino sul ritratto di un giovane che alza lo sguardo dal foglio, solleva la mano con la penna intinta d’inchiostro e ci indica parole dove si dice indeciso se esprimersi con la poesia o con la pittura.
La pennellata sofisticata rende tangibile e vibrante la sua presenza, ma quei versi dichiarano che non è lui a parlarci bensì la sua effigie e ci ricordano che la consapevolezza di una piena autonomia espressiva dell’immagine rispetto alla parola, e anche al dato di natura raffigurato, è molto più antica della nostra civiltà delle immagini.
Tuttavia, in quel tempo, la consapevolezza di tale autonomia si univa alla necessità di una sofisticata e potente esecuzione, al pari della musica, chiamata a trasmettere il tono poetico di un pensiero e a distinguere l’originale parlante (fruibile solo dal vero nel tempo lento dello sguardo che percorre insieme l’oggetto raffigurato e la pittura), dalla piattezza delle copie, pittoriche o fotografiche, funzionali solo alla documentazione o alla memoria biografica, e rispetto alle quali è sempre più espressiva un’ekphrasis.

(*) Cogitat ut scribat, verum ut non scribat imago
Sponte sua scribit, sed neque sponte id agit
Ergo invita facit minimè nam scribere tantum
Destinat, ulterius, scribere, ne sit opus
