Da quasi due anni ormai piazza Venezia a Roma è un cantiere; nel 2033 aprirà qui una fermata della Metro C, un’altra archeo-stazione come quella bellissima del Colosseo, recentemente inaugurata. La piazza è stata divelta e ha lasciato il posto a una complessa opera di ingegneria e a uno scavo archeologico nel centro rumoroso e brulicante di Roma. Ogni tanto cambiano i sensi di marcia, il nuovo semaforo dura quasi cinque minuti e tutti hanno imparato a convivere con questo rimescolio delle viscere della città storica. Il cantiere ha portato nel centro di Roma volumi e segni urbani del tutto inediti. Tra questi il più monumentale è una teoria di enormi silos cilindrici, alta oltre dieci metri e lunga circa sessanta, che abbraccia l’angolo della piazza verso via Quattro Novembre. Essenziali per il funzionamento dell’idrofresa che scava in profondità, da più di un anno i silos ospitano una serie di interventi di arte pubblica (Murales. Arte contemporanea in metro, il nome del progetto) promossi dal Consorzio Metro C (Webuild e Vianini Lavori), con il patrocinio di Roma Capitale e curati da Spazio Taverna, l’agenzia fondata da Marco Bassan e Ludovico Pratesi.

Sulle tele che avvolgono gli enormi volumi si sono avvicendati nei mesi scorsi Pietro Ruffo e Marinella Senatore. Adesso è la volta di Elisabetta Benassi, che per piazza Venezia ha concepito il suo intervento Tools. La muraglia di cilindri accoglie le immagini di enormi mani in guanti da lavoro che stringono chiodi, bulloni, chiavi inglesi e si stagliano sullo sfondo di un cielo solcato da morbide nuvole. È un’immagine diretta e potente, in grado di sollevarci dal rumore del traffico. Nella sua maestosa semplicità Tools è un’opera che attraversa lo spazio e il tempo di Roma, intrecciandoli con il nostro sguardo. E aggiunge un’ulteriore dimensione al lavoro di un’artista che sa come accompagnarci nelle pieghe della storia recente. Abbiamo parlato con Elisabetta Benassi del suo progetto per Piazza Venezia e dell’emozione di confrontarsi con lo spazio urbano.

Photo Antonio Visceglia. Courtey Webuild e Metro C

Nel tuo lavoro ti sei confrontata spesso con i luoghi e la loro storia. Qui siamo al centro di Roma, nello spazio pubblico per eccellenza della storia italiana. Rispetto ad altri progetti site-specific, in che modo è stato diverso lavorare in un contesto urbano?

Questo progetto è una sfida nuova: per la prima volta mi sono confrontata con la dimensione della città, con la scala urbana. Le suggestioni innescate dalla storia dei luoghi sono sempre state al centro del mio lavoro, ma è la prima volta che ho lavorato direttamente nello spazio pubblico. Piazza Venezia è una sorta di teatro contemporaneo, attraversato ogni giorno da migliaia di persone, con strade e monumenti radicati nella storia: via dei Fori Imperiali, via del Teatro Marcello, Palazzo Venezia, il Vittoriano, via del Plebiscito e in profondità l’antica via Flaminia. Qui l’opera è immersa nella città e doveva tener conto di un contesto così vasto.

Tools, photo Credit Elisabetta Benassi. Courtesy Webuild e Metro C

Come sei arrivata a questa immagine così potente?

Quando ho accettato l’invito ho pensato in un primo momento di essermi messa nei guai. Dopo molti sopralluoghi ho capito che la chiave sarebbe stata lavorare sul cantiere stesso, un contesto straordinario, in costante mutamento dove si può osservare la stratificazione millenaria della città. Sono scesa al livello dell’antica via Flaminia, che passa proprio lì. Strati di terra si aprono e si richiudono come pagine di una storia che si riscrive di continuo. Ciò che affiora oggi domani scompare: è una geologia viva, un tempo che si può quasi toccare, i secoli sono simultanei. Da qui è nata l’idea di usare il ritmo del cantiere come tema del mio intervento e di mettere in evidenza le mani degli operai che fossero protagoniste assolute: mani coperte di guanti da lavoro colorati.

Tools, maquette (realizzata da Ilaria Benassi)

Guanti da lavoro di cui tu hai una grande collezione, e del resto il lavoro per te è un tema centrale.

Sì, quest’opera è un omaggio al lavoro, alla creazione, alle mani che da duemila anni costruiscono questa città, un omaggio alla cura, alla lentezza, allo sforzo invisibile che restituisce forma al passato. Sui dieci silos cilindrici vediamo sette mani, alte quasi undici metri per circa sessanta di lunghezza, che indossano guanti colorati. Ho fotografato le mani degli operai del cantiere che stringono strumenti da lavoro e le ho disposte sullo sfondo di un cielo romano. Gli strumenti evocano gesti abituali – lo stringere, serrare, pulire, scalpellare, spaccare, rompere, scavare ecc. –, ma dietro questa concretezza si nasconde un’altra lettura. Gli attrezzi rimandano agli strumenti della Passione di Cristo — il flagello, i dadi, la corona di spine, la croce, i chiodi, la lancia, la spugna. Il flagello è un fascio di cavi di rame trovato a terra, la corona di spine è una catena in una guaina rossa, la chiave inglese ricorda una croce, lo scalpello fa pensare alla lancia del martirio e infine la spugna è issata sulla canna, nel cantiere gli archeologi la usano per pulire i reperti. Mi sono ispirata agli angeli di ponte Sant’Angelo di Gian Lorenzo Bernini. L’idea del cielo l’ho avuta passando sotto ponte Sant’Angelo facendo canottaggio sul Tevere, è un cielo, suggestivo solcato da nuvole e sempre mutevole: un cielo barocco. E in effetti è stato entusiasmante lavorare proprio sulla molteplicità dei punti di vista, mi interessava la sorpresa, l’effetto scenico della Roma barocca: la visuale che si ha quando si scende da via Quattro Novembre è molto diversa da quella che si vede venendo dall’Altare della Patria: da quel lato i silos fanno da sfondo al cantiere, con i macchinari che diventano quasi una quinta teatrale, una macchina scenica che suscita stupore, e da quel lato vediamo il dorso delle mani.

E del resto in Tools orchestri tanti elementi della grammatica barocca e questo conferisce all’opera un’immediatezza senza tempo. Hai sempre avuto una grande attenzione per le condizioni di visione del tuo lavoro: in occasione di Autoritratto al lavoro, la tua mostra antologica al Macro nel 2024, hai costruito delle quinte attorno ai tuoi lavori, dei piccoli ambienti, quasi dei gusci pensati per chi guarda. Lo spettatore tu spesso lo accompagni, mentre a piazza Venezia è esattamente il contrario, senza considerare il fatto che qui chi vede il tuo lavoro non ha scelto di farlo: se lo trova di fronte, immenso. Cosa vorresti che accadesse nello sguardo di chi passa sotto a quei silos?

Ho giocato sulla scala, la dimensione delle mani, le macchine i passanti. Ho pensato che il cielo fosse uno degli elementi principali della piazza unito al punto di vista sui silos che si ha guardando dal basso verso l’alto, e lavorando a questo progetto ho pensato all’ultima scena del film Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini, quando i burattini gettati nella discarica vedono per la prima volta il cielo e le nuvole. Ho cercato con Tools di restituire ai passanti quello stupore: vedere il cielo per la prima volta, guardarlo con incanto. Potrei dire che Tools è il mio primo quadro, quello che non ho mai fatto ed ho lavorato proprio come fossi un pittore, un pittore del Seicento. E quando sei fermo al semaforo vedi che i guanti sono sporchi e quelle sono davvero mani che lavorano, perché volevo un’immagine che non avesse bisogno di mediazioni. Tra queste una è la mia, quella con il guanto rosso e i dadi. L’artista è un giocatore d’azzardo, indirizza il caso. Anche io sono uno degli operai del cantiere.

Elisabetta Benassi
Tools
Roma, Cantieri della Metropolitana Linea C
dal 5 dicembre 2025 al 5 aprile 2026

Questo articolo è apparso in precedenza su «Alias» del «manifesto»

In copertina: photo Antonio Visceglia. Courtey Webuild e Metro C

Elisabetta Benassi

Elisabetta Benassi

(Roma, 1966) vive e lavora a Roma. Il suo lavoro ha come cifra ricorrente l’uso dell’installazione, del video, della fotografia, come dispositivi per sollecitare lo spettatore al tempo stesso a una diversa messa a fuoco concettuale e una intensificazione percettiva. Sullo sfondo dei suoi lavori appare sempre una domanda sulla condizione e l’identità attuali, sui loro rapporti col passato storico e una spinta a riconsideralo, guardandolo in controluce. A partire dal 2000 le sue opere sono state presentate in musei, gallerie e istituzioni italiane e internazionali. Tra le mostre personali ricordiamo: MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma (dove nel 2024 le viene dedicata la mostra antologica Autoritratto al lavoro); Peter Freeman Inc., New York; Collezione Maramotti, Reggio Emilia; Louisiana Museum of Modern Art, Copenhagen; Museo Nazionale Romano, (Palazzo Altemps, Terme di Diocleziano, Crypta Balbi), Roma ; Sun Man, By Art Matters, Hangzhou; MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma; Fondazione Adolfo Pini, Milano; Wellin Museum of Art, New York; Centre Georges Pompidou, Parigi, and West Bund Museum Project, Shanghai; Mostyn (Llandudno); Palazzo Reale, Milano; Kunsthalle Wien, Vienna; American Academy, Roma; Collezione Maramotti, Reggio Emilia; CRAC Alsace, Altkirch; Fondazione Merz, Torino; FRAC Marseille, Marsiglia; Castello di Rivoli, Torino; Magazzino, Roma; Art | 40 | Unlimited, Art Basel, Basilea. Ha partecipato a importanti rassegne internazionali, tra cui la II Biennale di Berlino del 2001. Ha preso parte a tre edizioni della Biennale di Venezia: nel 2011 a ILLUMInazioni | ILLUMInations, con l’opera The Innocent Abroad; nel 2013 nel Padiglione Italia con The Dry Salvages e nel 2015 nel Padiglione del Belgio con l’opera M’Fumu, dedicata alla figura dell’intellettuale panafricanista Paul Panda Farnana. Per il Parco d’Arte Contemporanea di Milano ha realizzato nel 2023 l’installazione pubblica permanente City Lights.

Flaminia Gennari Santori

Flaminia Gennari Santori

è storica dell’arte, curatrice indipendente e autrice di podcast (da ultimo “Le stanze dei sogni”, Rai Play Sound). Dal 2015 al 2023 ha diretto le Gallerie Nazionali d’Arte Antica (Palazzo Barberini e Galleria Corsini) a Roma. Precedentemente è stata vicedirettore e curatore capo a Vizcaya Museum and Gardens a Miami, una delle più importanti case museo degli Stati Uniti, ricercatrice al Metropolitan Museum of Art, curatrice alla Fondazione Adriano Olivetti e ha insegnato in diverse università americane. Si occupa di storia dei musei e del collezionismo e di arte contemporanea.

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