USA: il miraggio e il suo doppio

07.11.2025

La recente demolizione dell’Ala Est della Casa Bianca, per far posto a una sala da ballo di ottomila metri quadrati, ha riacceso il dibattito su ciò che l’America continua a fare di se stessa. Le immagini satellitari diffuse da Planet Labs mostrano la trasformazione di un simbolo di sobrietà istituzionale in un nuovo spazio spettacolare, concepito e fortemente voluto da Donald Trump. Un gesto che ha il tono della rifondazione e insieme dell’autoinvestitura: il presidente che si fa architetto del proprio mito, pontefice massimo di un culto della presenza scenica. In una nota ufficiale, l’Amministrazione parla di “orgoglio presidenziale” e “eredità storica”, ma la difesa suona come un manifesto di potenza estetica più che politica, in cui il potere si afferma nella visibilità, nel gesto che modifica l’immaginario di quel mondo. È un atto imperiale e autocelebrativo, certo, ma anche la prova di una fede tutta americana nell’efficacia dell’azione: distruggere per ricostruire, agire per esistere. In questo doppio movimento – tra monumentalità e spettacolo, dominio e reinvenzione – si riflette esattamente quella scena americana che Roberto De Gaetano descrive nel suo saggio: una civiltà che non contempla ma agisce, che trasforma ogni spazio in palcoscenico e ogni gesto in racconto. La sala da ballo di Trump, più che un edificio, appare così come una delle possibili metafore del sogno americano: quello della libertà che si fa rappresentazione, e del potere che, per durare, deve continuamente mettersi in scena.

Gli Stati Uniti che emergono dalle pagine La scena americana non sono una categoria geografica né un semplice insieme di simboli, ma divengono un’esperienza radicale del moderno. Sono il luogo dove il pensiero si fa gesto e il gesto diventa idea, dove la filosofia esce dai trattati e si misura con la vita quotidiana, con la democrazia, con il linguaggio delle immagini. In questo senso, il libro non è solo un saggio di estetica o di teoria della cultura: è una fenomenologia dell’azione contemporanea, un tentativo di capire come l’essere si manifesti nell’atto stesso del fare. L’autore mostra come gli States abbiano fatto della prassi la propria religione secolare, trasferendo nel quotidiano ciò che in Europa restava confinato nel mito o nella trascendenza. Il cinema, la letteratura, la politica diventano così scene di incarnazione, dove ogni gesto ha valore conoscitivo. È una filosofia che non contempla, ma produce mondo; non interpreta, ma costruisce. De Gaetano attraversa le opere e le immagini americane come un archeologo dell’azione: scava nei racconti, nei corpi, negli sguardi per rintracciare la genealogia della libertà. Ogni figura, da Emerson a Eastwood, da Whitman a Welles, testimonia questa fiducia nella vita come sperimentazione continua. Il Nordamerica diventa allora la grande allegoria della modernità: il luogo in cui l’uomo moderno si specchia, si misura e, forse, si reinventa.

Clint Eastwood, Gran Torino, 2008

Gli States come ontologia della prassi

Fin dall’incipit, la domanda che orienta il volume è: “di cosa l’America è il nome?”. Per De Gaetano non è un territorio o un’idea politica, ma una forma del mondo: sogno, incubo, stile di vita, romanzo, deserto, prassi, democrazia. Tutto ciò converge in una stessa radice ontologica: l’azione come principio. L’America si distingue dall’Europa non per la potenza economica o la giovinezza storica, ma per la sua capacità di attuare la modernità, di fare dell’agire la propria forma d’essere. Laddove l’Europa custodisce la memoria e la teoria, l’America inventa, sperimenta, trasforma ogni gesto in possibilità. L’azione diviene la cifra della civiltà americana e insieme la chiave per leggere la modernità globale. È una filosofia incarnata, non astratta, che fa del movimento il suo criterio di verità. Il denaro, il cinema, la tecnica, la narrazione: tutto partecipa di questa energia pragmatica che reinventa continuamente la vita, facendo della prassi il centro del pensiero e dell’immaginario. L’autore riconosce in questa “ontologia dell’azione” una matrice antropologica più profonda, una fede nella possibilità di rifondare il mondo a ogni istante. È la logica del nuovo inizio, che pervade la storia americana, dalla frontiera alla Silicon Valley, dal self-made man al mito della reinvenzione individuale. La prassi americana non conosce vincoli trascendenti: si legittima nell’efficacia, nell’esperimento, nel rischio. Questo spirito dell’azione si traduce anche in un’etica estetica: l’immaginario americano, dal romanzo al cinema, celebra l’invenzione di sé come forma d’arte. Il gesto quotidiano assume valore simbolico, la vita diventa narrazione di un fare incessante. È qui che l’America si fa scena filosofica: uno spazio dove il pensiero non si dice ma si mostra, dove la libertà coincide con la capacità di agire e di raccontare la propria azione. Così la prassi, da concetto astratto, diventa figura: l’uomo americano è colui che agisce per esistere, che si misura con la realtà attraverso l’esperienza, non la contemplazione. In questa dimensione performativa il saggio individua la forza e la fragilità della modernità occidentale: un mondo che vive nell’atto, ma che rischia di consumarsi nell’eccesso dell’agire.

Verità e credenza: il pragmatismo come etica dell’azione

Nel solco di Peirce, James e Dewey, De Gaetano individua nel pragmatismo la grammatica profonda della scena americana. “È vero ciò che crediamo”, scrive, riprendendo la massima peirciana: la verità non è un’astrazione ma una disposizione all’azione. Le credenze, lungi dall’essere dogmi, sono abiti mentali, costrutti provvisori che la prassi mette continuamente alla prova. La realtà è dunque un processo, una semiosi illimitata che si rinnova nel dubbio. In questo orizzonte, il pensiero diventa un esercizio di libertà, ma anche di rischio. Senza azione, la realtà si irrigidisce, si trasforma in delirio, in paranoia ideologica. La scena americana è allora la rappresentazione di questa tensione: la verità è fragile, temporanea, continuamente verificata dal mondo. Il libro invita a ripensare la conoscenza non come possesso ma come esperienza attiva, e in ciò la filosofia americana incontra l’arte come suo equivalente estetico. L’autore mostra come la verità, in quanto funzione dell’agire, non sia mai un valore assoluto ma un equilibrio provvisorio tra intenzione e risultato. Il sapere diventa procedurale: non una forma chiusa, ma un movimento continuo di adeguamento e revisione. È una concezione anti-dogmatica che libera il pensiero dalla pretesa di fondare, per ricondurlo alla necessità di sperimentare. In Peirce, l’idea di credenza come “abito” dell’azione diventa chiave di lettura di un intero modo di vivere: l’uomo americano è colui che crede perché agisce, e agisce perché crede. Da qui nasce una nuova forma di responsabilità, non fondata sull’obbedienza ma sulla prova: ogni atto è una scommessa etica, un esperimento sul reale. La verità non coincide più con la corrispondenza ai fatti, ma con la capacità di produrre effetti, di trasformare la realtà. È una logica performativa che si riflette tanto nel linguaggio politico quanto in quello artistico. Da Emerson a Cavell, dal trascendentalismo al cinema di Ford, De Gaetano rintraccia la stessa convinzione: la verità non si contempla, si mette in scena. In questo senso, l’America diventa il laboratorio di un pensiero che non smette di interrogare il presente attraverso la prassi, facendo del dubbio un principio vitale, non una minaccia.

John Ford, The Searchers (Sentieri selvaggi), 1956

Poetica della prassi

Il cuore teorico del volume è il capitolo “Poetica della prassi”, dove lo studioso ribalta la gerarchia tra teoria e narrazione. Non sono le teorie a spiegare l’agire, ma le storie, i racconti, le immagini. “Le storie permettono di capire la prassi molto meglio delle teorie”: l’arte non è illustrazione ma conoscenza incarnata, pensiero in atto. Da Aristotele a Deleuze, da Hume a Peirce, il libro compone una genealogia del fare come categoria universale. La prassi diventa la materia stessa della rappresentazione, il punto in cui la filosofia incontra la letteratura e il cinema. L’America, in questa prospettiva, non è un luogo geografico ma una scena simbolica, un teatro del mondo in cui la vita si mostra nella sua capacità di rifarsi ogni volta da capo. De Gaetano legge la narrazione come esercizio della libertà, come laboratorio in cui la vita viene ripensata nella forma dell’azione. Ogni racconto è un piccolo esperimento di verità, un modo per mettere alla prova la relazione fra potenza e limite, libertà e destino. L’arte, qui, assume il compito di rappresentare la prassi non come risultato, ma come processo: il racconto non spiega, mostra la dinamica dell’agire e le sue conseguenze. In questo senso, la “poetica della prassi” è anche una filosofia della forma: la narrazione, come il gesto, ha una durata, un ritmo, una direzione. Non esiste azione senza temporalità, e il racconto diventa la grammatica di questa temporalità incarnata. È qui che De Gaetano si avvicina a una riflessione antropologica sul fare: raccontare è già agire, e l’agire, per essere compreso, deve farsi racconto. Il cinema diventa il luogo ideale di questo pensiero narrativo, perché permette di vedere il divenire dell’azione, il suo svolgersi e la sua crisi. La macchina da presa, in quanto dispositivo temporale, registra la dialettica fra intenzione e fallimento, desiderio e rinuncia. Per questo le immagini sono pensieri in movimento: la prassi trova nel cinema la sua forma visiva più alta, una filosofia della vita che si realizza attraverso la visione. In definitiva, la poetica della prassi segna il punto d’incontro tra estetica e ontologia: l’arte non riflette il mondo, ma lo produce. È un pensiero incarnato che restituisce alla rappresentazione la sua potenza generativa, e alla vita la possibilità di essere pensata come opera aperta, sempre in divenire.

Tragico e comico: due forme dell’agire

Nel saggio sono individuate due polarità del pensiero occidentale: il tragico e il comico. La tragedia rappresenta la potenza dell’azione assoluta, la sua irreversibilità, l’adesione del soggetto al destino. Il comico, invece, libera l’azione dal destino: introduce la reversibilità, l’errore, il gioco, la rinascita. Nel mondo americano, il comico diventa laboratorio antropologico: da Capra a Lubitsch, da Hawks a Wilder, la sophisticated comedy mostra come la libertà nasca dal fallimento, dalla capacità di cambiare ruolo, maschera, credenza. L’azione, qui, è sociale prima che individuale: una danza di riconoscimenti reciproci. Nella tragedia si muore da soli; nella commedia si vive insieme. Per l’autore, questa distinzione è decisiva per capire anche la differenza tra Europa e America. Se il vecchio continente custodisce il gesto come malinconia o ironia (Totò, Sordi per arrivare a Carmelo Bene), l’America trasforma l’azione in epopea democratica: dal western al noir, dal melodramma alla commedia romantica, la verità dell’uomo moderno si misura con la possibilità di agire, sbagliare, ricominciare. La categoria del tragico è quella dell’eroe isolato, dell’individuo che si consuma nella propria azione, sacrificandosi al destino. Quella del comico, invece, è la forma che consente al soggetto di sopravvivere all’errore, di trasformare la colpa in conoscenza. È, in fondo, una pedagogia dell’esistenza, dove la salvezza coincide con la capacità di ridere di sé. Gli States, in questo senso, sembrano aver sostituito la tragedia con la commedia come forma dominante del pensiero: non perché ignori il dolore, ma perché lo reintegra nel ciclo dell’esperienza. Nel cinema americano la sconfitta non è mai definitiva, e ogni caduta apre la possibilità di una rinascita. È l’etica del second chance, tipicamente americana, che sostituisce il destino con la responsabilità. De Gaetano vede in questa dialettica una chiave interpretativa della modernità: il tragico mostra il limite dell’agire, il comico la sua riparazione. Solo tenendole insieme si può comprendere la prassi come forma completa dell’umano. Laddove l’Europa insiste sulla perdita, l’America insiste sulla possibilità: la commedia diventa così una forma di pensiero politico, una pedagogia della democrazia, in cui l’errore individuale si trasforma in crescita collettiva. È questa capacità di riconvertire il fallimento in inizio che rende la scena americana un laboratorio dell’etica contemporanea. Nel riso – e non nella catarsi – si gioca la possibilità di una verità condivisa, sempre fragile, sempre da ricostruire.

Walker Evans, Allie Mae Burroughs, 1935, in James Agee, Let Us Now Praise Famous Men (Sia lode ora a uomini di fama), 1941

Figure e narrazioni della prassi

Il percorso letterario di La scena americana attraversa alcune figure cardine. Bartleby rappresenta il contro-movimento della potenza, la libertà del non agire che fonda ogni azione possibile. In Moby Dick, la volontà cieca del capitano Achab diventa parabola del delirio dell’azione assoluta, in cui la verità si consuma nella rappresentazione stessa. In Let Us Now Praise Famous Men, Agee e Evans elevano la povertà rurale del Sud a prassi etica dello sguardo, restituendo dignità all’umano nella miseria. America di Kafka, con la sua dispersione e i suoi inizi infiniti, mostra il lato perturbante del sogno americano: l’inizio senza fine, la libertà come spaesamento. Ogni figura, in questa costellazione, diventa allegoria dell’azione come destino, ma anche come possibilità di riscatto: la prassi è la sola forma di verità possibile, e l’arte è il suo linguaggio naturale. De Gaetano costruisce così un’epica dell’agire attraverso la letteratura. I personaggi americani vivono sempre in bilico tra il gesto e il pensiero, sospesi sulla soglia in cui l’azione interroga essa stessa. Bartleby e Achab, ma anche i protagonisti di Faulkner o di Steinbeck, incarnano le due polarità della prassi: la rinuncia e l’eccesso, la paralisi e la hybris. Tra questi estremi si colloca la verità dell’uomo moderno, che può riconoscersi solo nell’atto di fare. Il romanzo americano, da Melville a Fitzgerald, è per De Gaetano una messa in scena della libertà come fatica, come rischio di perdersi nel proprio desiderio. L’azione non è mai pura riuscita: è compromissione, fallimento, spesso ironica ricaduta. Ma proprio in questo fallimento risiede la potenza del racconto, la capacità di mostrare l’essere come processo. L’autore riconosce inoltre che la scena americana si alimenta di uno sguardo etico più che morale: non giudica i gesti, li accompagna. Così, in Agee o in Faulkner, la povertà e la colpa diventano esperienze di conoscenza. L’America letteraria è un laboratorio della responsabilità: i personaggi non cercano la verità, la producono agendo, mettendo alla prova i propri limiti. E proprio questo fa della letteratura – come del cinema – una forma di prassi riflessiva: un modo di pensare attraverso l’azione, di interrogare il mondo facendo. L’arte, per lo studioso, non rappresenta mai un mondo concluso, ma un campo di possibilità aperto, dove il pensiero prende corpo in figure vive e mutevoli, capaci di restituire l’esperienza umana nella sua interezza.

Il cinema come pensiero in atto

Il cinema è il centro simbolico di tale, vasta, architettura. De Gaetano legge in John Ford la traduzione visiva della filosofia emersoniana, in Welles la crisi dello sguardo moderno, in Eastwood la possibilità di una redenzione attraverso l’azione. Il western, scrive, “non è un genere, ma l’immaginario universale di instaurazione della civiltà”: il luogo in cui la storia umana si misura con la wilderness, la natura con la cultura. Film come The Searchers o Gran Torino incarnano il passaggio dall’eroe fondatore all’uomo comune, dal sacrificio solitario alla responsabilità etica. In Eastwood la scena americana raggiunge il suo grado zero: la prassi si fa redenzione, il gesto privato diventa eredità collettiva. Il cinema, più della filosofia, mostra l’azione nel suo accadere: rende visibile la nascita del senso, l’istante in cui la libertà prende corpo. È una forma di pensiero non discorsiva ma incarnata, dove il vedere coincide con l’agire. L’autore afferma che la cinepresa è la coscienza della prassi, il dispositivo che registra la tensione fra possibilità e necessità. L’immagine cinematografica non è mai neutra: è un atto, un gesto che istituisce un mondo. In Ford, il paesaggio diventa una scrittura morale; in Welles, il movimento di macchina è l’indice della crisi dell’io moderno; in Eastwood, la frontalità del quadro diventa confessione e riscatto. La scena americana si dispiega qui come un teatro dell’azione visiva, dove i generi – western, noir, melodramma – funzionano come categorie del pensiero, non solo dell’intrattenimento. Ogni film diventa una parabola sulla libertà e sui limiti dell’agire: la vendetta, il sacrificio, il perdono, la colpa. Il cinema americano, in questa prospettiva, appare come una filosofia morale praticata per immagini. La “commediadel matrimonio” e il western sono due forme della stessa ricerca: la possibilità di ricominciare, di ritrovare l’altro. De Gaetano riprende e rilancia questa intuizione, mostrando come l’immagine filmica sia la più compiuta forma di pensiero pragmatico. Ogni inquadratura, ogni montaggio, diventa un atto di pensiero sul mondo, un modo di costruire relazioni e di produrre senso. Per questo, nel cinema americano, l’azione non è solo motore narrativo ma struttura ontologica: è il modo in cui il mondo si fa visibile, e il visibile si fa mondo.

Edward Hopper, Evening Wind, 1921

L’immagine e il suo pensiero

Anche la pittura e la fotografia entrano nel discorso come strumenti di filosofia visiva. Hopper, Bacon, Jodice non illustrano concetti ma li pensano con le forme. In Evening Wind di Hopper, la figura sospesa tra interno ed esterno rappresenta la soglia dell’esistenza moderna: l’attesa come condizione del vivere, la libertà come tensione tra movimento e immobilità. L’immagine, per De Gaetano, è un gesto estetico che apre il reale, non lo chiude. Essa non rappresenta ma agisce: mette in scena l’atto stesso del pensare. Così, la scena americana diventa anche un dispositivo figurativo, un modo di vedere che coincide con il modo di essere del mondo contemporaneo.
La pittura e la fotografia, nella lettura dell’autore, svolgono la stessa funzione che il cinema ha sul piano temporale: restituiscono la densità del presente, la vibrazione del momento in cui il senso si coagula nella materia visiva. L’immagine è una prassi dello sguardo: un atto di istituzione del reale, una forma di pensiero incarnato nel visibile. Hopper, con la sua luce obliqua e il suo silenzio, rappresenta l’attimo in cui l’azione si sospende, in cui la vita sembra interrogare se stessa. Bacon, al contrario, mostra la carne dell’azione, la violenza intrinseca al gesto, la deformazione come verità del corpo. Jodice traduce tutto questo nel linguaggio fotografico, dove il tempo si stratifica in memoria e rovina, dove ogni immagine è un residuo dell’agire umano. De Gaetano legge in queste forme visive un’idea di prassi estetica che oltrepassa la distinzione tra rappresentazione e concetto. L’immagine, in quanto tale, è un campo di forze, un luogo dove il senso si produce nel contatto tra materia e sguardo. È la traduzione visiva di quella filosofia della vita che anima tutto il libro. In questo senso, il pensiero visivo americano non si oppone alla filosofia, ma ne prolunga il gesto: pensa attraverso le immagini, non sulle immagini. L’atto del guardare diventa un modo di essere nel mondo, una forma di azione conoscitiva che modifica chi guarda. La scena americana è così anche la scena dello sguardo: un paesaggio in cui l’immagine non è oggetto ma soggetto dell’esperienza, dove vedere è già partecipare, e la visione è una forma di prassi.

America oggi: il mito che non finisce

Nel capitolo conclusivo, il saggio affronta l’attualità degli Stati Uniti come scena dell’inizio. Nonostante la crisi politica e morale, l’America resta “il luogo di attuazione di tutte le forme di vita possibili della modernità”. La sua forza non sta nella potenza ma nella capacità di rinascere, di fare del fallimento una forma di invenzione. La decadenza del sogno americano è dunque parte della sua vitalità: ogni fine è un nuovo inizio. È questa la lezione più profonda del libro e la più urgente nel presente europeo, spesso paralizzato tra nostalgia e impotenza. Gli States non sono un modello da imitare, ma una scena da osservare: il laboratorio dove si decide il destino della modernità, dove la democrazia si misura con la propria possibilità di esistere ancora. De Gaetano mostra come la crisi americana – economica, politica, simbolica – non coincida con la fine di un mito, ma con la sua metamorfosi. L’America è un dispositivo che sopravvive proprio grazie alla sua capacità di autorappresentarsi, di ripensarsi continuamente attraverso le immagini e i racconti. È una civiltà che fa del proprio disincanto una nuova forma di fede: non più nella salvezza, ma nella possibilità del cambiamento. Dalla frontiera ai social network, dal sogno di Hollywood al trauma dell’11 settembre, la scena americana continua a rigenerarsi come spazio di prova dell’umano. Ogni catastrofe diventa spettacolo e ogni spettacolo, paradossalmente, un’occasione di riflessione. In questo cortocircuito fra realtà e rappresentazione, l’autore vede l’essenza del contemporaneo: un mondo che non può più distinguere del tutto la verità dal racconto, ma che proprio in questa confusione trova la propria energia vitale. L’America oggi, dunque, non è soltanto un tema, ma un paradigma: un modo di pensare l’esistenza a partire dall’azione, dal gesto, dalla sperimentazione. In un contesto globale dominato dalla tecnologia e dall’astrazione, essa resta l’unico grande spazio simbolico dove la prassi conserva ancora una dimensione visibile, pubblica, condivisa. Nel confronto con l’Europa, De Gaetano individua un nodo etico: mentre il vecchio continente continua a coltivare la memoria come nostalgia, l’America pratica la memoria come invenzione, la storia come sceneggiatura. È questa la sua forza e, al tempo stesso, la sua illusione. La scena americana, infine, diventa per il lettore uno specchio del presente globale: un richiamo a pensare la libertà non come condizione acquisita, ma come lavoro quotidiano di costruzione e di rischio. L’America che l’autore racconta non è quella delle bandiere e dei confini, ma quella delle forme di vita che ogni giorno, nel bene e nel male, cercano di rimettere il mondo in movimento.

Pensare con l’arte, agire con il pensiero

La scena americana da saggio diviene gesto critico, atto di fiducia nel pensiero che agisce. De Gaetano intreccia filosofia, letteratura e cinema con un linguaggio che privilegia la densità argomentativa. La sua scrittura pensa per immagini, costruendo una teoria estetica della prassi che unisce Aristotele, Peirce, Emerson, Melville, Ford, Cavell, Eastwood. In un tempo dominato dalla rappresentazione e dalla passività, il volume restituisce dignità al pensare come azione e al vedere come conoscenza. L’arte, suggerisce lo studioso, non è un rifugio ma una forma di mondo: il luogo in cui l’uomo si riconosce nel proprio agire. Ma la forza del saggio non sta solo nella lucidità teorica: risiede nella sua capacità di ridare alla filosofia un corpo, di farla scendere sul terreno dell’esperienza. L’autore non cerca una sintesi definitiva, ma un movimento continuo, un pensiero che vive del proprio attraversamento. È un modo di intendere la teoria come forma di vita, e la cultura come esercizio quotidiano della libertà. La chiosa di De Gaetano è chiara: l’America è il nome di un rischio, quello dell’azione come destino e come condanna, ma anche come unica possibilità di senso. In un’epoca in cui l’azione sembra dissolta nella virtualità, la sua riflessione invita a riconoscere nell’agire – nel corpo, nel gesto, nell’immagine – il luogo ancora possibile della verità. Il saggio diventa così una meditazione sulla modernità come scena perpetua, un teatro del mondo in cui ogni individuo è attore e spettatore di se stesso. Filosofia, letteratura e cinema si intrecciano per comporre una nuova etica del reale: un pensiero capace di farsi visione, e una visione capace di tornare pensiero. In questa prospettiva, La scena americana non riguarda più soltanto l’America, ma l’umanità tutta: il modo in cui le donne e gli uomini, ovunque, continuano a interrogare il proprio posto nel mondo attraverso l’arte e il racconto. Parla, inoltre, dell’agire come del respiro stesso della civiltà, e che restituisce al pensiero la funzione più alta: non spiegare la realtà, ma mantenerla viva. La lezione ultima è che non c’è verità senza gesto, né gesto senza relazione: l’essere si compie nel movimento, e ogni rappresentazione autentica è un atto di mondo. In questo, la scena americana è anche la nostra scena: il luogo in cui la filosofia incontra la vita e, per un istante che sa di eterno, la illumina.

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Al termine della lunga riflessione proposta da De Gaetano, vien spontaneo immaginare come anche la faraonica Ballroom, voluta da Donald Trump per mettere in scena il proprio potere sospeso tra riti vetusti e l’effimero dei social media, sarà candidata a essere uno dei luoghi simbolici della metamorfica scena americana.

Roberto De Gaetano
La scena americana. Filosofia, letteratura, cinema
Mimesis Edizioni, 2025
206 pp., 20 €

Denis Lotti

Denis Lotti

è professore associato di Storia e critica del cinema, Teoria e critica dei media audiovisivi e Storia e forme del cinegiornalismo all’Università di Verona. I suoi ambiti di ricerca comprendono il divismo, il cinema di propaganda bellica e fascista, nonché la produzione audiovisiva della Repubblica Sociale Italiana, alla quale ha dedicato il database “Cinesalò” (Università di Padova, 2021). Tra le sue monografie: “L’ultimo apache. Emilio Ghione, vita e film di un divo italiano” (2008), “La documentazione cinematografica” (con Paolo Caneppele, 2014; seconda edizione 2025), “Muscoli e frac. Il divismo maschile nel cinema muto italiano” (2016), “I Topi Grigi. Il romanzo cinematografico di Za la Mort” (2018), “Il cinema tra le colonne. Storia, metodi e luoghi della critica cinematografica italiana” (2020), “Prime luci. Itinerari nel cinema muto italiano. Temi, generi, forme” (2024). Ha pubblicato su riviste nazionali e internazionali di settore, dirige la rivista “Ultracorpi. Il fantastico nelle arti dello spettacolo” (Dipartimento di Culture e Civiltà, Università di Verona) che ha fondato nel 2023. Ha inoltre collaborato come consulente scientifico al documentario Rai “Sperduti nel buio” (2014).

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