Walker Percy andava al cinema

17/04/2023

Il 1961 fu un anno importante per la narrativa americana. Uscirono Franny e Zooey di J.D. Salinger, Comma 22 di Joseph Heller, I due bugiardi di Isaac Bashevis Singer, Revolutionary Road di Richard Yates, tutti nominati per il prestigioso National Book Award nato a New York nel 1950 ma vinto inaspettatamente, quell’anno, da uno sconosciuto Walker Percy con L’uomo che andava al cinema. Percy aveva iniziato a lavorare al suo grande romanzo nel 1958, a quarantadue anni; lo terminò a quarantacinque. Nato a Birmingham, Alabama, nel 1916, quando ha quattordici anni il padre si suicida sparandosi, come prima di lui aveva fatto il nonno. Pochi anni dopo la madre muore in un incidente stradale e sarà lo zio Will a crescere Walker e i suoi due fratelli a Greenville, New Orleans, Louisiana. Zio Will – avvocato, poeta e attivista progressista – aveva una biblioteca ben fornita che trovò in Walker un lettore curioso e affamato. Diversi riferimenti, seppur mutati, sono presenti in L’uomo che andava al cinema, la cui origine autobiografica è tutt’altro che una nota di colore. Studente di medicina inizia a sentire i primi formicoli della malinconia (espressione a lui cara), la stessa malinconia del nonno e del padre. La risposta di Percy furono anni di psicoterapia e il cinema. In un’intervista al New Yorker, Percy ricorda la sua passione: “al cinema imparavo a conoscere come le persone guardavano il mondo, cosa pensavano. I film non sono solo fantasie; a molte persone forniscono momenti importanti, forse gli unici, in cui qualcuno – un cowboy, un detective, un truffatore – si sente chiedere che cos’è la vita, per cosa vale la pena lottare, o se vale la pena combattere per qualcosa”.

John Ford, Ombre rosse, 1939

Binx, il protagonista dell’Uomo che andava al cinema, avverte “da qualche tempo l’impressione sempre più netta che tutti siano morti”. La sua solitudine non è quella di un ribelle ma quella di un uomo solo: che si trovi in mezzo alla folla, al cinema o su un marciapiede di New Orleans. Tutto è capovolto: “le persone cordiali e simpatiche sembrano morte ai miei occhi; solo chi odia mi pare vivo”. La sua è la solitudine dell’uomo del Sud che vive in luoghi abitati da fantasmi e riconosce lo spirito dei luoghi (il Genius loci), luoghi “dove le anime degli eroi vanno in giro in pieno giorno e sono più reali della gente”. Le impalpabili ombre proiettate sul grande schermo diventano il punto di congiunzione tra la realtà e Binx che riconosce un fantasma appena lo vede perché “sente lo spirito appollaiato sulla sua spalla”.

Romanzo di percezione e sensibilità dove le qualità immaginarie dei protagonisti vivono in bilico tra il mistero e l’inaspettato; romanzo di ricerca: “la ricerca del pellegrino che è fuori di noi, piuttosto che la ricerca del guru dentro di noi” amava dire Percy Walker; romanzo di formazione in cui, diversamente dalla tradizione, il protagonista ha quasi il doppio dell’età del tredicenne Huck Finn o del sedicenne Holden Caulfield; romanzo decisamente americano (annoverabile tra i primi esempi di quella che chiamiamo narrativa americana contemporanea) che si distingue dagli altri per i solidi riferimenti culturali, perlopiù europei: Jean-Paul Sartre, Albert Camus, Thomas Mann, Franz Kafka, Fyodor Dostoevsky. Alcuni anni dopo la pubblicazione dirà: “ho iniziato a mettere in discussione tutto ciò in cui credevo leggendo Sartre, Mann e Kierkegaard”. Dal punto di vista filosofico (Percy scrisse diversi saggi filosofici), oltre che da Kierkegaard, fu ispirato da Gabriel Marcel (dalla sua idea dell’essere come mistero: “è errato considerare la domanda sull’essere come un problema e tentare di risolverlo in termini razionali; esso infatti è un mistero e come tale trascende l’analisi razionale”) e da Susanne K. Langer (dalle sue riflessioni sul potere della visione e sul bisogno umano di simbolizzare e inventare significati). Aveva studiato medicina ma era attratto dallo studio delle cause delle malattie più che dalla cura, e quando decise di dedicarsi alla scrittura Percy vide nello scrittore un diagnostico e nel romanzo uno strumento con cui provare a comprendere la malattia del mondo moderno.

Come Flannery O’Connor (nata a Savannah, Georgia) anche Walker Percy ha contribuito a caratterizzare la letteratura dell’America del Sud contrapponendola al “tipico” e L’uomo che andava al cinema è un romanzo “atipico” proprio attraverso l’esame del “tipico”: inesistenti i riferimenti alla guerra civile, al conflitto razziale, alle case in stile coloniale, alla cucina creola e al whisky. In una New Orleans viola, verde e oro – i colori simbolo del Mardi gras – nei giorni che precedono il mercoledì delle Ceneri (Percy s’interessò tardivamente al cattolicesimo, una scelta dettata dalla verità spirituale, per lui un possibile standard per misurare i problemi della contemporaneità come disse in un’intervista sul suo rapporto con la religione) Binx invece di festeggiare il Mardi gras, come ci si aspetterebbe, va ad un convegno di agenti di cambio a Chicago.

È il racconto di una quotidianità – quella di Binx – e di una deviazione – l’unica –: un viaggio in treno a Chicago, dove “il cielo centroccidentale è il cielo più spoglio e solitario d’America”, con la cugina Kate – “sguardo scuro e iridi a dischetto” – che assieme a Binx, zia Emily, Sharon e il fratellastro Lonnie (“perché anche lui va al cinema”) è protagonista del romanzo ed è l’unica tra le donne che popolano la sua vita che sente affine quando tutto è perso, quando gli altri si disperano per lei. Perché è allora, nel momento più nero, che Kate appare come la divina, la donna più affascinante di New Orleans: “mi sento bene solo quando sono malata. È solo quando sto bene che… Hai notato che solo di fronte a una malattia, o a un disastro, o alla morte, la gente è reale”.

Inventando Binx, Walker Percy inventa una narrativa che chiamò “confessioni di uno spettatore”: ecco il senso del titolo originale, The Moviegoer, traducibile, nell’uso che se ne faceva in quegli anni, come Lo spettatore. Binx Bolling è un agente di cambio trentenne che vive nel quartiere Gentilly (dove Percy era cresciuto coi fratelli e lo zio Will), periferia di New Orleans, Louisiana. Non disdegna il denaro, ama le donne, ma preferisce il cinema. L’interpretazione che Percy Walker dà della quotidianità ha la qualità della meraviglia, uno dei temi del romanzo. La vita ordinaria (non ordinata) di Binx è il punto di partenza e di arrivo di una qualche straordinarietà che si manifesta nella “Ricerca: “quella che ognuno intraprenderebbe se non venisse soffocato dal trantran della propria vita quotidiana. Prendere coscienza della possibilità della Ricerca significa essere su una pista. Non essere su una pista significa essere disperato. I film trattano della Ricerca, ma la rendono complicata. La Ricerca sfocia sempre nella disperazione”. Non è un caso che, oltre al cinema, l’altra guida di Binx sia Arabia deserta, un classico della letteratura di viaggio scritto da Charles Montagu Dougthy (1843-1926), poeta e viaggiatore inglese. Binx, di questo libro, ama l’odissea nel deserto che lo stesso Doughty visse in prima persona come drammatica esperienza personale (pubblicato senza successo nel 1888 fu ripubblicato con successo negli anni Venti del secolo scorso su insistenza di Thomas Edward Lawrence).

Frank Capra, Accadde una notte, 1934

Nel 1976 Thelma, la madre di John Kennedy Toole, si presenta a Walker Percy col manoscritto di un romanzo scritto dal figlio morto suicida nel 1969, Una banda di idioti (A Confederacy of Dunces). Grazie all’interesse di Percy il romanzo viene pubblicato postumo nel 1980. Il titolo del romanzo si ispira ad un epigramma di Jonathan Swift: “quando viene al mondo un genio autentico, lo si può riconoscere dal fatto che gli idioti sono tutti coalizzati contro di lui”. Nell’introduzione Walker Percy ne parla cosi: “ecco qui Ignatius J. Reilly, una figura senza precedenti nella letteratura (una strana miscela tra un barbone, un Oliver Hardy impazzito, un Don Chisciotte grasso e un Tommaso d’Aquino perverso)”. E che tipo di romanzo è quelli di Toole? Sempre Percy scrive: “Potremmo definirlo una grande farsa tonante di dimensioni falstaffiane, certamente molto vicino al concetto di commedia”.

Negli anni Sessanta Toole aveva inviato il manoscritto all’editore newyorkese Simon & Schuster, ricevendo per tutta risposta un laconico “non pubblicabile, non parla di niente”. Dodici anni dopo la sua morte vince il Premio Pulitzer per la narrativa e, a seguito del grande successo, nel 1989 verrà pubblicato l’altro suo romanzo scritto a sedici anni, La Bibbia al neon. Da quest’ultimo Terence Davies nel 1995 trae un film, Serenata alla luna (The Neon Bible): una storia di crescita verso l’età adulta del quindicenne David (Jacob Tierney nel film) nella rurale Georgia degli anni Quaranta dopo la scomparsa del padre e l’acutizzarsi della malattia mentale della madre con la zia, “irregolare” e cantante di jazz, Mae (Gena Rowlands nel film). Ancora una volta il Sud, New Orleans, la famiglia disfunzionale, la figura materna sostituita da una zia e soprattutto, il disagio e lo spaesamento: come avrebbe potuto disinteressarsene Walker Percy? Una banda di idioti è considerato un romanzo unico per la capacità di descrivere la New Orleans degli anni Sessanta. Se l’opera di Percy non ha avuto una trasposizione cinematografica anche quella di Toole, a parte il film firmato da Terence Davies, non ha avuto miglior fortuna.

Che ci faceva un gruppo di attori di cinema sul palco di un teatro davanti a un vasto pubblico nel giugno del 2003? Alla Nantucket High School, durante l’ottava edizione del Nantucket Film Festival, viene letta la sceneggiatura scritta da Steven Soderbergh e Scott Kramer adattando Una banda di idioti, una rarità per una produzione cinematografica major ancora in fase di sviluppo: il film, la cui regia doveva essere affidata a David Gordon Green, non si farà. Diversi i tentativi di portare al cinema il romanzo di Toole, tutti falliti. 1982, Harold Ramis scrive il copione (e avrebbe dovuto dirigerlo) che prevede la presenza di John Belushi e Richard Pryor, ma la morte di Belushi rallenta il progetto. Belushi viene sostituito da John Candy, che muore a sua volta. John Candy è sostituito da Chris Farley che muore anche lui prematuramente. Nel 1997 Stephen Fry viene incaricato dalla Paramount di scrivere una nuova sceneggiatura, ma resta lettera morta. Come il romanzo anche le vicende cinematografiche che lo hanno accompagnato diventano una tragicommedia.

L’uomo che andava al cinema parla di come vediamo le cose attraverso il cinema e le sue stelle (il moviegoer del titolo), un romanzo in cui il cinema funge da cornice e dove esso stesso è rappresentato. Sono citati dodici film e quaranta stelle del cinema: non le persone ma i personaggi interpretati sul grande schermo. A metà strada tra la scrittura classica hollywoodiana, in cui il destino dei protagonisti è parte di un tutto, e in anticipo sulla New Hollywood anni Sessanta, il romanzo si chiude con l’immagine di Binx di spalle che guarda allontanarsi Kate, la donna che ha salvato dalla follia.

In un mondo di finzione la star è vera solo nella misura in cui proietta un personaggio. Tra Binx – lo spettatore -–e la macchina da presa c’è una simbiosi dello sguardo, una conferma dell’esistenza del visibile, la capacità dell’immagine cinematografica di ricreare una qualche idea di realtà: quella che Binx chiama “certificazione”. Non è forse in questa particolare simbiosi tra la finzione del personaggio e l’involucro corporeo dell’attore che Edgar Morin concepisce il processo di mitizzazione che cristallizza la star distinguendola dall’attore?: “la star è più di un attore, incarnando i personaggi si incarna in essi e loro si incarnano in lei”.

L’esilio dal mondo e dalle persone è per Binx la risposta alla paura di essere sopraffatto dalla presenza opprimente della quotidianità. I suoi metodi di evitamento sono la “certificazione”, la “ripetizione” e la “rotazione”. Come l’emozione rotatoria che ha assistendo alla proiezione di Dark Waters di André De Toth: “nel film Thomas Mitchell e Merle Oberon abitano in una casa cadente su una palude della Louisiana. Una notte vanno in macchina in paese per vedere un film!”. La duplicazione mediatica restituisce a Binx il senso dell’esperienza attraverso il fenomeno della “rotazione” che definisce “la manifestazione dell’inaspettato”: una rotazione potente poiché mette in evidenza la visione mediata dallo sguardo, un insegnamento che arriva a Walker Percy dalla filosofa Susanne K. Langer.

L’America di Binx Bolling è quella di Harry Truman e della sua stanca politica new deal: un senso di benessere materiale e di possibilità economica (il self made man) è il sottofondo storico del romanzo. Ma questo sottofondo, nei suoi risvolti di un benessere a buon mercato e alla portata di (quasi) tutti, è solo apparente poiché svela un’inquietudine e una quotidiana disperazione del vivere. La contrapposizione e lo stridore tra queste due vissuti è la visione di Walker Percy, il quale ci avverte che ogni personaggio è immaginario tranne le stelle del cinema: quelle sono vere.

George Cukor, Incantesimo, 1938

Percy utilizza la parte convessa del cinema che, diversamente da quella concava, mostra l’interno, dove i film – tutti, anche quelli brutti – sono preferibili alla vita (La vita è meravigliosa sì, ma solo nei film). Visione pubblica (storica) e privata (letteraria) si incontrano nell’eterna illusione dell’american way of life, ma è un’illusione dolente e disperata che fa del cinema l’unico possibile surrogato della felicità, come suggerisce l’esergo del romanzo: “il carattere specifico della disperazione è precisamente questo: l’inconsapevolezza di sé, il suo essere inconsapevole come disperazione” (Søren Kirkegaard, La malattia mortale).

Il primo accenno al cinema, alla seconda pagina del romanzo, è il vero incipit del romanzo. Zia Emily comunica a Binx la morte del fratello Scotty: ora è solo e dovrà sbrigarsela da solo. Il suo primo pensiero, diversamente da quanto ci si aspetterebbe, è il ricordo di un film visto il mese prima, una storia alla Delmer Daves: a causa di un incidente un uomo perde la memoria e si trova a dover ricostruirsi una vita che, forse, sarà più bella di quella di prima. La promessa è mantenuta, il cinema può dove la vita non può. Il film che Binx e Linda (la segreteria) hanno visto il mese prima era in programma in una sala di periferia ma questa, a differenza delle altre, si presenta come una costruzione in mezzo ai campi, desolata e solitaria, battuta dai forti venti, lontano da tutto e da tutti. L’insegna – che potrebbe essere il titolo di un film di Frank Capra e di rooseveltiana memoria sul “sogno americano” – dice “la felicità costa così poco”. Quando escono dal cinema il proprietario parla con loro dei suoi problemi, della sala vuota. Potrebbe essere una scena tratta da L’ultimo spettacolo, il secondo film di Peter Bogdanovich girato nel 1971, dieci anni dopo l’uscita del romanzo di Percy: stesso vento, stessa polvere, stesso amaro in bocca, stessa desolazione, stesse illusioni perdute.

Peter Bogdanovich, L’ultimo spettacolo, 1971

L’ultimo spettacolo di Bogdanovich è ambientato in una piccola città del Texas – stato che confina con la Louisiana dell’Uomo che andava al cinema – nei primi mesi del 1950, poco prima dello scoppio della guerra di Corea e l’inizio della cosiddetta “stagione della paranoia” della guerra fredda in cui il mondo stava sprofondando e che il cinema ha ampiamente documentato in diretta: Il terzo uomo di Carol Reed (Gran Bretagna, 1949), probabilmente il primo film sulla guerra fredda, Va’ e uccidi (Usa, 1962) e Sette giorni a maggio (Usa, 1964) firmati da John Frankenheimer, A prova di errore di Sidney Lumet (Usa, 1964), sono solo alcuni. L’espressione “guerra fredda” ha un’origine letteraria, la usò George Orwell in un lungo articolo che scrisse per “Tribune” (You and the Atomic Bomb, 19 ottobre 1945) pochi mesi dopo Hiroshima (6 agosto 1945) e Nagasaki (9 agosto 1945), e che è alla base di 1984, il romanzo che Orwell pubblicato nel 1949.

Carol Reed, Il terzo uomo, 1949

La chiusura del cinema nel film di Bogdanovich (ineluttabile destino della sala ricordata da Binx sul lago Pontchartrain, il secondo lago salato più grande degli Stati Uniti d’America sulle cui sponde si affaccia New Orleans) segna la fine della giovinezza di un gruppo di ragazzi. Un ritratto della provincia americana girato senza colpi di scena che ci restituisce personaggi indimenticabili e una straordinarietà della quotidianità: ecco quello che succede nell’Uomo che andava al cinema. Bogdanovich, come Percy, inserisce una serie di omaggi al cinema classico americano, la nostalgia per la perduta american way of life sembra più una medicina contro gli orrori della appena finita Seconda Guerra Mondiale e prossima alle guerre che da lì a poco sconvolgeranno la società americana e il mondo intero. E se Robert Surtees, il direttore della fotografia dell’Ultimo spettacolo, ci ha donato uno dei più straordinari bianco e nero del cinema (Il brutto e la bella di Vincente Minnelli, 1952), qui offre un’immagine (in bianco e nero) della provincia americana simile a quella descritta da Percy nel suo romanzo. Per Bogdanovich l’ultimo spettacolo è Il fiume rosso di Howard Hawks, la fine di un genere così come lo avevamo conosciuto; e anche l’ultimo spettacolo di Percy è Il fiume rosso, per altre ragioni, la scoperta del tempo e dello spazio; per entrambi comunque è quel film a segnare la fine del mito americano. Il tempo che Binx vive è la “ripetizione”: “rimettere in atto un’esperienza passata al fine di isolare il segmento di tempo che è trascorso, affinché sia possibile assaporare il tempo passato di per sé, senza la solita adulterazione degli eventi che si attaccano al tempo come le noccioline sbriciolate si attaccano al caramello”: una riflessione hawksiana (e fordiana, l’altro cantore della fine del mito americano).

Howard Hawks, Il fiume rosso, 1948

La seconda citazione cinematografica è, diversamente dalla prima, privata, comune, collettiva; anticipa nella circolarità del romanzo il discorso tra zia Emily e Binx alla fine della storia: “Ah, William Holden, abbiamo bisogno di nuovo della tua presenza. La trama del mondo si logora senza di te”.

C’è spazio anche per il cinema di guerra e Walker, anche qui, anticipa un cinema che ancora deve venire. Binx ha combattuto nella Corea del Nord sul fiume Chongchong (nel romanzo non viene citato Corea in fiamme di Samuel Fuller ma è presente e Percy lo ha visto) e ha avuto la vita salva grazie ad Harold, compagno d’armi che a guerra finita diverrà un amico per sempre. “Ho sognato la guerra: no, non proprio sognato, ma mi sono svegliato con il gusto della guerra in bocca, quel sapore nauseante del 1951 e dell’Oriente”: una frase che suona come quella che diciotto anni dopo ascolteremo in Vietnam dal Colonnello Kilgore, cioè Robert Duvall, in Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola: “mi piace l’odore del napalm al mattino”.

Se Percy anticipa il corso di un nuovo cinema americano, deve anche a scritture del passato. Con la sua “andatura oscillante di uomo di mare” – come la descrisse Jorge Luis Borges – Nathaniel Hawthorne opera nel racconto Main Street (1849) uno scostamento dalla realtà a favore dell’immagine attraverso l’ausilio di una manovella (lo scorrere delle immagini), di un marchingegno (il proiettore) e delle immagini (i fotogrammi): mostrando come sia cambiata la via principale del paese – la main street del titolo – negli ultimi due secoli. Hawthorne proietta l’immagine di un America che cambia attraverso lo spettacolo della lanterna magica, il dispositivo precinema già presente nei Dolori del giovane Werther di Goethe: “Wilhelm, cosa è mai per il nostro cuore il mondo senza l’amore? È come una lanterna magica senza luce! Ma appena tu vi introduci la lampada, le più belle immagini compaiono sulla parete bianca”.

Un secolo dopo, nell’Uomo che andava al cinema, la realtà non viene proiettata da una lanterna magica ma da un proiettore su uno schermo cinematografico. In Percy la storia del mito americano è al tramonto, in Hawthorne è nascente; in Percy il cinema ha quasi compiuto un secolo, in Hawthorne non è ancora nato; e tuttavia è già presente l’importanza della rappresentazione visiva dell’America che ha fatto dell’immagine un aspetto vitale della cultura americana, ancor più dopo la nascita del cinema. Come dice Jean Baudrillard, quando un europeo attraversa l’America si chiede: “dov’è il cinema? È ovunque fuori, ovunque in città, film e sceneggiature incessanti e meravigliosi”. Infatti, l’arco narrativo dell’Uomo che andava al cinema è un arco cinematografico: Percy usa il cinema per presentare una teoria trascendentale della quotidianità e dell’esistenza umana.

“La nostra è stata l’unica società che abbia fatto della mediocrità il proprio ideale. Siamo persone sentimentali e inorridiamo facilmente”. Nel dialogo finale tra zia Emily e Binx (una sorta di resa dei conti) è affidato il discorso sulla malattia della società moderna e la perdita del senso di sé che aleggia fin dalle prime pagine. Zia Emily rimprovera a Binx la deviazione notturna a Chicago con Kate: “non pretendo più di capire il mondo. Il mondo che conoscevo è crollato intorno a me. Le cose che abbiamo care sono svilite e oltraggiate. Sarà un’epoca interessante, quella in cui vivrai, ma non posso proprio dire che mi dispiace non vederla. Deve essere un bello spettacolo la scomparsa di un mondo al tramonto”. Zia Emily vede da un lato scomparire la trama del mondo, dall’altro il caos in arrivo e il pensiero circonflesso di Binx torna a invocare William Holden: “abbiamo bisogno di nuovo della tua presenza. La trama del mondo si logora senza di te”.

L’uomo che andava al cinema non racconta una storia, commenta la vita che passa davanti agli occhi di Binx con un impulso vitale. Don DeLillo disse una volta che la qualità dei romanzi che lo hanno incoraggiato a intraprendere il mestiere dello scrittore era “una spinta e un’audacia che andava oltre l’invenzione tecnica, una spinta che può essere definita impulso vitale. Nessun ottimismo, nessun pessimismo, nessuna nostalgia per i valori perduti o per il modo in cui si scriveva. Quei libri si aprivano su un mistero più ampio”. È il mistero di Binx Bolling, di Walker Percy e forse anche il nostro: “ammesso che mollare un calcio nel sedere sia poi così diverso dall’edificare”


Le stelle del cinema citate nel romanzo in ordine di apparizione

William Holden, John Wayne, Orson Welles, Keenan Wynn, Mickey Rooney, Charles Boyer, Adolph Menjou, Samuel S. Hinds, Richard Widmark, Gregory Peck, Jane Powell, José Ferrer, Montgomery Clift, Joseph Cotten, Thomas Mitchell, Dick Powell, Ava Gardner, Dana Andrews, Eva Marie Saint, Tony Curtis, Rory Calhoun, Joan Fontaine, Clint Walker, Thomas Mitchell, Merle Oberon, Gary Merrill, John Weissmuller, Audie Murphy, Veronica Lake, William Powell, George Brent, Patsy Kelly, Charlie Chase, Rodolfo Valentino, Marlon Brando, Archie Moore.

I film citati nel romanzo in ordine di apparizione

Ombre rosse (Stagecoach di John Ford, Usa 1939), Il terzo uomo (The Third Man di Carol Reed, Uk 1949), Bandiera gialla (Panic in the Streets di Elia Kazan, Usa 1950), Accade una notte (It Happened One Night di Frank Capra, Usa, 1934), Il fiume rosso (Red River di Howard Hawks, Usa, 1948), Incantesimo (Holiday di George Cukor, Usa 1938), Alba fatale (The Ox-Bow Incident di William A. Wellman, Usa 1943), All’Ovest niente di nuovo (All Quiet on the Western Front di Lewis Milestone, Usa 1930), L’urlo dei Comanches (Fort Dobbs di Gordon Douglas, Usa 1958) Acque scure (Dark Waters di André De Toth, Usa 1944) There Shall Be No Night (There Shall Be No Night di George Schaefer, Usa 1957), I segreti di Filadelfia (The Young Philadelphians, di Vincent Sherman, Usa 1959)

In copertina: Peter Bogdanovich, L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show), 1971

Enzo Sallustro

nato a Bergamo nel 1959, ha lavorato per molti anni in ambito cinematografico, collaborando con case di produzione e distribuzione cinematografica e con la televisione; ha insegnato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma; è stato Direttore artistico del Festival del Cinema d’Arte di Bergamo; ha realizzato documentari e trasmissioni televisive sul cinema. In ambito teatrale ha collaborato con l’ATCL – Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio. Per la Fondazione Benetton Studi e Ricerche ha partecipato alla realizzazione del progetto “Imago Mundi”. Ha scritto libri, saggi e articoli sul cinema.

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