America selvatica

07/07/2025

Gary Snyder, poeta tra i maggiori della seconda parte del Novecento e figura eminente della letteratura e del pensiero ecologico americano, offre con La pratica del selvatico (edito da Piano B nella traduzione di Simona Moretti) non solo un saggio, ma un itinerario filosofico e spirituale attraverso la cultura americana. L’opera, pubblicata originariamente nel 1990, letta oggi, sembra l’ultima testimonianza di un mondo scomparso. In un’epoca segnata dalla retorica di un’America isolazionista, ossessionata da una presunta purezza nazionale da preservare da ogni “contaminazione” esterna – come si è manifestato, recentemente, per mezzo di politiche di espulsioni di massa, protezionismo commerciale e repressione militare –, la visione di Snyder suona come la voce di “un’altra America”, quasi estinta. È un’America ideale e sognatrice che, lungi dall’erigere muri, dall’escludere e dall’escludersi, riconosce nella sua profonda interconnessione, nel suo meticciato, nella sua relazione con la natura e le culture del mondo, la propria identità più vera e profonda.

Snyder, noto per la sua adesione alla Beat Generation e per la sua profonda immersione nella cultura Zen e nelle tradizioni dei nativi americani, condensa in questo volume decenni di riflessioni, esperienze e studi. Il “selvatico” del titolo non è qui da intendersi come mera natura incontaminata, un’esteriorità da osservare o da preservare passivamente. È, piuttosto, una condizione intrinseca, una qualità primordiale dell’essere e dell’agire, tanto nel paesaggio esteriore quanto nella psiche umana. Il selvatico è una grammatica ancestrale, un “galateo della libertà” che chiama a riscoprire una modalità di esistenza più autentica e interconnessa. Come Snyder stesso afferma con chiarezza: “Il selvatico è il processo selvaggio. Non è un’entità, una località, un’etichetta, o un valore morale, ma una qualità, o meglio, una virtù: la virtù dell’essere selvaggio, nel senso di essere spontaneamente autorigenerante, autoregolante, pieno di meraviglia, e di una complessità che non può essere facilmente ridotta”. Questa frase, che apre il capitolo “Il galateo della libertà”, definisce in modo icastico la natura dinamica e non essenzialista del selvatico.

Il libro si articola in saggi che, pur autonomi, si connettono in una tessitura complessa e organica, evocando la struttura stessa degli ecosistemi che Snyder tanto celebra. Il lettore, grazie a una serie di riflessioni cadenzate e attraverso un processo mimetico rispetto al suo oggetto, può ripercorrere i temi centrali della sua poetica e del suo pensiero ecologico. Ogni sezione è un invito a riconsiderare il nostro rapporto con il mondo naturale, non come entità separata da dominare, ma come una matrice vitale di cui siamo parte integrante.

Un tema centrale è la critica alla dicotomia civilizzazione/natura, una separazione che Snyder vede come profondamente deleteria. L’autore decostruisce l’idea che la civiltà sia il culmine dell’evoluzione umana e che il selvatico sia ciò che deve essere domato o superato. Al contrario, egli suggerisce che la vera intelligenza e sostenibilità risiedano nella capacità di integrare le qualità del selvatico – adattabilità, interdipendenza, ciclicità – nelle nostre pratiche culturali e sociali. In questo senso, Snyder scrive: “Il selvatico non è ciò che è fuori dalla civiltà, ma ciò che sta alla base della civiltà; non è la natura incontaminata, ma la matrice stessa della vita che rende possibile la cultura e la società. È la capacità di auto-organizzazione, la resilienza e la diversità che si ritrovano in ogni ecosistema sano, e che dovremmo aspirare a replicare nelle nostre istituzioni umane”. Questo ribalta la percezione comune, suggerendo che le qualità del selvatico siano fondamento piuttosto che antitesi della civiltà.

Il linguaggio stesso di Snyder riflette questa logica di integrazione: è un linguaggio che mescola la precisione accademica con la risonanza poetica, la concretezza dell’esperienza vissuta con l’astrazione filosofica. Non è un caso che la sua prosa sia spesso intrisa di riferimenti a testi classici, antropologia, ecologia e spiritualità orientale, creando una sinfonia intellettuale che stimola il lettore a una visione olistica. Snyder, poeta e pensatore da tempo immerso in queste geografie interiori ed esteriori, ci conduce attraverso un sentiero che ridefinisce non solo il nostro posto nel cosmo, ma anche la natura della nostra stessa mente, suggerendo che l’immaginazione, proprio come i remoti territori incontaminati, si configura come uno spazio selvatico, un santuario interiore da custodire.

Il concetto di “luogo” assume in Snyder una valenza quasi sacrale. Non è una semplice coordinata geografica, ma un intreccio dinamico di geologia, biologia, storia e cultura. Abitare un luogo significa conoscerlo profondamente, ascoltarne i ritmi, comprenderne le storie, sia quelle umane che quelle non umane. Questo “abitare” è una forma di “pratica”, un’azione consapevole e continua che si traduce in responsabilità e cura. Il “bene comune” si estende così oltre la sfera puramente antropocentrica per abbracciare l’intero tessuto della vita, inclusi gli ecosistemi e le specie non umane. A tal proposito, Snyder osserva: “Il mondo è più che una collezione di risorse naturali da sfruttare. È una rete di relazioni, un complesso intreccio di esseri viventi, fenomeni geologici e processi atmosferici, in cui ogni parte influenza e dipende dalle altre. La nostra vera ricchezza non sta nell’accumulo, ma nella salute e nella vitalità di questa rete”. Si tratta sempre, nell’argomentazione snyderiana, di una visione sistemica e non antropocentrica. In questo senso, Snyder è un precursore di molte delle istanze che oggi ricadono sotto l’ombrello dell’ecologia profonda e della giustizia ambientale, anticipando tematiche poi sviluppate da pensatrici come Donna Haraway con il suo approccio alle “parentele multi-specie” e alla coesistenza.

La “grammatica fulva” e la triade “buono, selvaggio, sacro” esplorano le radici psicologiche e spirituali del nostro distacco dal mondo naturale. Snyder attinge all’etimologia, all’antropologia e alla mitologia per rivelare come il selvatico sia stato progressivamente demonizzato o relegato ai margini della coscienza collettiva. Egli propone una riabilitazione del sacro nel selvatico, non in un senso dogmatico, ma come riconoscimento della meraviglia, della potenza e della sacralità intrinseca della vita stessa. L’orso, figura ricorrente nella mitologia e nella simbologia, diventa un archetipo, una guida per riappropriarsi di una saggezza primordiale. Per superare lo iato che sempre più si interpone tra simbolico e quotidiano esistere, Snyder sottolinea l’esigenza di una nuova percezione: “abbiamo perso la capacità di vedere il selvatico come una parte di noi stessi, non solo come un regno esterno, ma come una dimensione intrinseca alla nostra psiche e al nostro essere fisico. Questa disconnessione è una delle tragedie della modernità e il primo passo per la sua cura è il riconoscimento della nostra parentela con tutto ciò che vive”. Si tratta di sperimentare una sorta di ecologia del quotidiano o di inselvatichimento dell’ordinario esistere. La questione è pratica, prima ancora che teorica.

“La pratica del selvatico”, però, non si presenta come un manuale di sopravvivenza per new ager. Sollecita invece una radicale revisione del proprio modo di percepire e abitare il mondo, una mutazione intima che precede e fonda ogni agire concreto. Snyder spinge a guardare oltre le narrazioni dominanti del progresso e del consumo, a riconoscere la ricchezza delle “vecchie vie”, delle pratiche ancestrali che hanno permesso all’umanità di vivere in armonia con la terra per millenni. Il libro è una meditazione sulla resilienza, sulla continuità e sulla possibilità di un futuro in cui l’uomo non sia più estraneo alla propria casa planetaria, ma ne diventi un custode consapevole e grato (qui gli accenti non sono troppo lontani da quelli sviluppati, da questa parte dell’Oceano, da Bruno Latour). La lezione del selvatico è quella di un’etica del quotidiano: “dobbiamo provare a vivere senza provocare sofferenza inutile, non solo agli esseri umani ma a tutte le creature. Dobbiamo cercare di non essere avidi o di sfruttare gli altri. C’è già abbastanza dolore nel mondo”. Sono frasi, queste del beatnik, che suonano come incomprensibili fonazioni marziane nell’America di Trump.

Quella di Snyder, d’altronde, non è un’America che esporta modelli sociali, forme produttive, visioni del mondo o, quando queste non sono ben viste dagli altri, le impone con la forza. È, piuttosto, un’America che espande se stessa fino a dissolversi nella vastità interrelata del pianeta. In fondo, la sua America non è una nazione, ma un modo di vivere, una way of life o un Dao (la Via della tradizione taoista), che fa della relazione infinita, dell’incoercibile ciclo della vita, quel che resta inappropriabile, fuori da ogni idea di proprietà: è questo il selvaggio. La sua America è uno spazio che se può essere determinato da una frontiera è solo in quanto gli abitanti di questo spazio considerano la frontiera come la linea irraggiungibile di un orizzonte aprente. L’America diviene, ai suoi occhi, movimento espansivo che torna sempre di nuovo a rompere l’orizzonte. Movimento di rottura delle ottuse chiusure identitarie affinché nuovo mondo possa affacciarsi, sconosciuto, allo sguardo e a ulteriore vita.

Di questa apertura – che diviene dimora e corpo vivente – si fa esperienza nel mondo selvatico. “La natura non è un luogo da visitare, è casa. Non è un’alterità da ammirare da lontano, ma il tessuto stesso della nostra esistenza, il corpo esteso di cui facciamo parte. La nostra salvezza dipende dal riconoscere questa verità fondamentale e dal vivere in accordo con essa, ritornando a una partecipazione consapevole al ciclo della vita”.

La “pratica del selvatico” include, quindi, anche una dimensione etica e politica. Snyder non rifugge la critica alle logiche di sfruttamento e di dominio che hanno condotto alla devastazione ambientale. Al contrario, propone un’etica della cura e della reciprocità, un impegno attivo nella protezione degli ecosistemi e nella promozione di comunità più resilienti e connesse. Questo non è un mero appello all’azione, ma una profonda meditazione sulla responsabilità intrinseca che l’essere umano ha nei confronti del pianeta e delle generazioni future. Una responsabilità che, in primo luogo, si definisce come necessità di immaginare un futuro.

L’immaginazione, dunque, non è per Snyder un mero strumento di evasione, ma un potere generativo, una capacità di “vedere oltre” le convenzioni e di connettersi con la vastità del selvatico. È attraverso l’immaginazione che possiamo concepire futuri diversi, ristabilire antichi legami e coltivare un senso di meraviglia che è alla base di ogni vera conservazione. Le “immagini”, intese sia come simboli culturali (come quelle citate dall’Esodo) sia come rappresentazioni mentali (l’immaginario delle culture antiche), giocano un ruolo fondamentale in questa costruzione del significato. Anche l’influenza della pittura paesaggistica cinese, a cui Snyder fa riferimento, rivela come le forme artistiche possano educare il nostro sguardo e la nostra sensibilità verso il mondo naturale. Da questa riconsiderazione profonda del nostro rapporto con le immagini, dalla loro rilettura non solo estetica ma esistenziale, può scaturire un modo radicalmente diverso di abitare la nostra iconosfera, trasformandola da mero spazio di rappresentazione a campo fecondo di interazione e consapevolezza.

In un momento storico in cui la crisi ecologica sembra essere stata rimossa e sostituita da un ritorno della violenza geopolitica, tesa a ristabilire equilibri spezzati; in uno spazio comunitario sempre più smaterializzato e asettico; in un frangente in cui la disconnessione, la volontà di sovrano isolamento, sembra dilagante, la voce di Gary Snyder si erge come voce nel deserto, come faro che indica un sentiero capace di condurre verso un’esistenza, forse minima e marginale, ma che non smette di tenere conto della concretezza e dell’interrelazione di tutti i problemi e che è, per questo, più saggia, più radicata nella realtà del mondo della vita e, in ultima analisi, più libera.

Gary Snyder
La pratica del selvatico
tr. it. Simona Moretti
Piano B edizioni, 2025, 232 pp., 18 €

Giulia Martini

Giulia Martini

(Firenze, 1994). Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano, consegue un Master in Visual and Media Studies all’Università di Amsterdam. Collabora con diverse realtà indipendenti, focalizzandosi sull’analisi critica delle intersezioni tra arte contemporanea, cultura visuale, nuove tecnologie e prassi sociale.

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