L’impossibile natura

03.07.2025

Nel labirintico scenario della saggistica contemporanea, dove le trame dell’arte, le sfumature della percezione e la multiforme realtà si intrecciano in un dialogo spesso ridondante, cerca una propria collocazione il volume di Massimo Pamio, “Arte, l’impossibile natura. Per una estetica dei frammenti”. Fin dal suo titolo, un ossimoro evocativo come “impossibile natura”, l’opera svela la sua vocazione: non un semplice specchio che riflette il mondo, ma una lente attraverso cui l’arte si rivela nella sua intrinseca imperfezione, nella sua essenza frammentata, elevando proprio queste crepe a elementi fondanti di una comprensione più profonda.

Nella prefazione che ne anticipa le risonanze, il libro è presentato da Romano Gasparotti come il terzo movimento di un’articolata sinfonia di ricerca intrapresa da Pamio, già orchestrata in “Sensibili alle forme” (Mimesis, 2019) e “Sentirsi sentire” (Edizioni Mondo Nuovo, 2020). Una continuità, questa, che suggerisce un fertile terreno di evoluzione tematica e concettuale, pur consentendo al lettore un approdo autonomo a queste pagine. Pamio non rifugge gli interrogativi che da sempre assillano la speculazione estetica – che cosa sia il pensare, l’arte, o la prassi cognitiva che in essa si manifesta – ma li affronta con una prosa che Gasparotti definisce “rapsodica”. Tale scelta stilistica mira a un coinvolgimento quasi fisico del lettore, invitandolo non a risposte preconfezionate, ma a un’immersione nell’incertezza, nel non-finito, in quei territori liminari che l’autore considera il cuore pulsante dell’esperienza artistica. A questo proposito, il lettore più attento potrebbe domandarsi se tale spiazzamento non nasconda, talvolta, qualche incertezza nella costruzione di un’impalcatura logica complessiva. La natura rapsodica della scrittura, infatti, se da un lato arricchisce la trattazione con suggestioni e rimandi polifonici, dall’altro può talvolta generare una sensazione di dispersione, rendendo l’approccio al testo meno lineare e, a tratti, ostico.

Il cuore pulsante del saggio batte all’unisono con l’idea di una “estetica dei frammenti”. Un concetto, questo, che Pamio non dipinge come mera lacuna o difetto, ma come una condizione ontologica che pervade l’arte e l’esistenza stessa. L’arte, in questa visione, non ambisce a una totalità illusoria, a una compiutezza posticcia, bensì si nutre della parzialità, del dettaglio rivelatore, di ciò che rimane sospeso, in attesa di compimento. È proprio in questi frammenti che la distinzione tra un semplice “credere di vedere” e una “vedenza” più acuta e profonda si fa cruciale. Pamio esorta a un’osservazione che travalica la superficie, che scava nelle stratificazioni dell’immagine per coglierne le risonanze segrete, le implicazioni celate, le “memorie” che non sono soltanto visibili ma affondano le radici nel sensibile e nell’intelletto.

L’autore traccia un confine netto tra una percezione epidermica e una “vedenza” autentica, ponendo le premesse per una disamina della qualità intrinseca dell’esperienza artistica. Il tempo, poi, è scrutato non come una freccia inesorabile, ma come una dimensione intrinseca all’atto creativo, un flusso che non si esaurisce in linearità ma si riorganizza e si rinnova incessantemente. La natura stessa dell’immagine viene sviscerata, concepita non come banale riproduzione, bensì come evento, manifestazione che svela una “mancanza di consistere” e invoca una “con-essenza” partecipata.

L’arte viene, dunque, definita come una sequenza di atti, intessuti nel movimento del tempo umano, che, nel generare immagini, richiedono una “con-essenza”. Questa formulazione, non del tutto trasparente, evidenzia comunque la natura processuale e profondamente relazionale dell’arte, la quale si dispiega nel divenire e nel suo rapporto intimo con l’osservatore. La “con-essenza” diviene il perno di un processo di modellare e novellare di forme, una sorta di “vaghezza” che, lungi dall’essere imprecisione, si rivela piuttosto come una ricchezza inesauribile di potenzialità.

L’arte è, inoltre, configurata come “un bisogno ancestrale e una matesi naturale”, sottolineando in questo modo il suo radicamento primordiale nell’esperienza umana, quasi un imperativo interno alla creazione e alla conoscenza. In un passaggio di particolare pregnanza si può leggere che l’arte “temporalizza ciò che lo è difettivamente e raccoglie i frammenti”, e che essa “è un linguaggio che ardisce di rinnovare ogni volta il proprio codice simbolico”. In questa prospettiva, il frammento non è una lacuna da celare, bensì elemento che l’arte, con la sua forza rivelatrice, manifesta e investe di nuovo significato, conferendogli una rinnovata dignità estetica. Il linguaggio artistico, dunque, lungi dall’essere statico e cristallizzato, si rivela come una forza dinamica, in perenne metamorfosi.

La figura dell’artista, infine, è delineata con tratti quasi mitici: un creatore che “ruba al mondo le sue memorie d’acqua, d’aria, di fuoco, di terra, d’etere”. Questa metafora regressiva evoca un processo alchemico di appropriazione e trasmutazione degli elementi primordiali della realtà. L’artista diviene colui che “cerca terre nuove nell’immagine del mondo che è stato e che verrà”, un esploratore instancabile che si muove tra il visibile e l’invisibile, tra gli echi del passato e le promesse del futuro. E, ancora, egli “cerca nella propria immagine l’autoritratto del mondo”. Ed è, probabilmente, proprio in questa affermazione di un soggetto alla ricerca di sé che viene suggellato il legame indissolubile tra l’interiorità creativa dell’artista e la sua capacità di catturare e riflettere l’universale.

Massimo Pamio
Arte, l’impossibile natura
Prefazione di Romano Gasparotti
Edizioni Mondo Nuovo, 2025, 112 pp., 14 €

Giulia Martini

Giulia Martini

(Firenze, 1994). Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano, consegue un Master in Visual and Media Studies all’Università di Amsterdam. Collabora con diverse realtà indipendenti, focalizzandosi sull’analisi critica delle intersezioni tra arte contemporanea, cultura visuale, nuove tecnologie e prassi sociale.

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