#lievitomadre

Meno male sei già morta. Sollievo di saperti nel tuo loculo dentro la cappella di famiglia, sopra a mio fratello per sempre quattrenne, tuo figlio, e accanto a mio nonno, tuo padre, che ha visto morire prima un nipote e poi una figlia: tu. Ti ho visto malata delirante all’ospedale, in coma all’ospedale, morta dentro la bara dentro la chiesa. La chiesa era gremita di persone, non vuota di vivi come oggi, con le bare tantissime dentro allineate e sole. Neanche il prete c’è: si ammalerebbe. I becchini si ammalano, gli autisti dei camion militari che portano via i morti dagli ospedali collassati si ammalano. A Bergamo: non li puoi vedere, meno male che sei morta. La tua morte non è entrata dentro la conta del telegiornale. Va in onda all’ora di cena, oggi i numeri facevano meno sgomento qui, ma c’erano le foto delle fosse comuni a New York che è stata contagiata dopo. Avrebbe potuto evitare almeno un po’ di questo scempio se avesse guardato l’altrove come il futuro proprio, se non ci fosse stata questa amnesia della cronaca recente.

Tu sei morta quando morire era ancora un fatto del singolo e quando essere orfana mi sembrava un’aberrazione. Oggi ne sono contenta. Mi dispiace solo non farti assaggiare quello che cucino. Focacce, crostate, biscotti, filoni di pane. Poi pubblico le mie foto su Instagram, dove tutti i non-malati e i non-in-lutto aggiungono minuto dopo minuto le loro foto contrassegnate così: #lievitomadre. Sta prendendo forma un grande archivio collettivo di panificazione casalinga ai tempi del Covid-19. Il lievito madre dovrebbe essere tramandato da generazioni e funziona secondo il principio del divenire in perdita. La percentuale di impasto con la madre antica si riduce progressivamente, mescolandosi a farina e acqua sempre nuove. Quanto deve aspettare una pallina di lievito madre prima di unirsi a un nuovo impasto? Dieci giorni di riposo, dice mia sorella, l’esperta di cucina: ecco un modo per contare il tempo durante l’era del corona. Panificazioni come eventi che scandiscono giornate disertate di senso. Sono grottesche queste forme amatoriali, queste pagnottelle asimmetriche e pizzette di ardesia, questi sfilatini accasciati e panini tumefatti, questi grissini sghembi e collosi. Ci mostrano un rito ancestrale appreso a casaccio e poi esibito con sussulti d’orgoglio. Eppure questa loro bruttezza si redime: facendosi testimonianza, fissando memoria. Ma perché mai te ne sto parlando? La memoria è solo dei vivi, e così il pane.

Immagine di copertina: Ben Nicholson, Bread, 1922

Le immagini nel testo sono di Chiara Veltri, aka helpless dancer

insegna letteratura italiana alla University of Chicago. Ha scritto i saggi "Sull’autobiografia contemporanea. Nathalie Sarraute, Elias Canetti, Alice Munro, Primo Levi" (Carocci 2012) e "Primo Levi e Anna Frank. Tra testimonianza e letteratura" (Carocci 2018) e i reportage narrativi "Dalla Corea del Sud" (Exòrma 2017) e "Voci da Uber. Confessioni a motore" (Mucchi 2019).