La tana di Calasso

28/04/2023

L’ “opera in corso” si definiva il lavoro di Roberto Calasso. Con questa espressione ci si riferiva agli undici volumi che vanno da La rovina Kasch (1983) e arrivano a La tavoletta dei destini (2020). Libri in cui un’unica grande ossessione si declina in una moltitudine di approcci e di campi del sapere. Su questo reticolo di rinvii e sull’apparizione dei sempre medesimi revenants nell’opera di questo scrittore, la cui luminosa erudizione è pari all’oscuro disegno di un sapere oltre la storia, ha fatto luce, in modo mirabile, Elena Sbrojavacca nel suo Letteratura assoluta. Le opere e il pensiero di Roberto Calasso.

A latere di quest’Opera colossale, c’è, poi, una serie di piccoli libri – decisamente numerosa e che possiamo immaginare sia lontana dall’essere conclusa – che, evidentemente, Calasso considerava hors d’œuvre. Cosa sono, dunque, questi libricini? Dobbiamo intenderli come note a margine, materiale in eccesso o di scarto rispetto ai volumi dell’Opera? Materiali che Calasso avrebbe pensato di riproporre, poco alla volta, a mo’ di corollari delle opere maggiori? O si tratta, piuttosto, di un controcanto all’Opera, di un’opera minore o, ancor più, di ciò che non può fare Opera?

Leggendo l’ultimo uscito di questa serie, L’animale della foresta, – siamo già a cinque volumetti postumi – sono propenso a credere che questa messe di pubblicazioni, iniziata già prima della scomparsa dell’autore (va qui ricordato, almeno, La follia che viene dalle Ninfe), sia un percorso cunicolare al di sotto dell’Opera, come se le migliaia di pagine degli undici volumi principali trovassero il proprio ironico, in senso romantico, risvolto in questi libri, che si leggono in un pomeriggio.

Nel 2002 usciva K., voluminoso tomo, facente parte dell’Opera, dedicato a Franz Kafka. Non credo che L’animale della foresta, anch’esso dedicato allo scrittore praghese (o non si tratta, piuttosto, di un autoritratto per interposta persona?), vada letto alla luce di quel primo volume. Non certo perché non vi ritornino temi e questioni già presenti nel libro di oltre venti anni orsono, ma perché qui Calasso si affaccia, almeno credo, a un altro registro linguistico (che è un altro registro di pensiero), per mezzo di quella kleine Prosa che, certamente, lo ha affascinato per tutta la vita, ma che quasi sempre egli ha messo a tacere in nome dell’elefantiaca costruzione dell’Opera.

In fondo, l’opera di Calasso si muove all’interno della doppia valenza semantica della parola Bau (costruzione e tana), parola che, per l’appunto, a lungo analizza nell’insieme di rapsodiche variazioni su Kafka di quest’ultimo volumetto. Der Bau è “ciò che è più visibile e non si può non vedere – e ciò che è più invisibile, al punto che non se ne può desumere la presenza, se non per la sua apertura sul visibile, generalmente mimetizzata”. L’Opera è la costruzione, è il luogo in cui Calasso cerca di dare sistematicità, una sistematicità pressoché enciclopedica, al tentativo di afferrare lo sfuggente mistero della Mente che tutto pensa e da cui noi stessi siamo pensati. Queste piccole prose, che si sviluppano nello snodarsi dei cunicoli che portano alla tana, sono, certamente, a loro volta, riflessi o scintille cadute dall’emanazione della grande Mente, ma, allo stesso tempo, incarnano l’evidenza dell’impossibilità di sistematizzare “la cosa decisiva”, per continuare col gergo kafkiano.

È come se per approssimarsi alla “cosa”, e ancor più a quella “decisiva”, fosse proprio necessario scavare, ovviamente un po’ alla cieca, una serie di cunicoli sotto la costruzione visibile, la quale è, invece, frutto di un progetto, di un pensiero architettonicamente sicuro. Questo reticolo sotterraneo è, ovviamente, privo di una cartografia certa. Potremmo, anzi, dovremmo dire che è il regno stesso dell’incerto, poiché inoltra, prima l’autore e poi il lettore, in territori oscuri, poco illuminati, e sempre soggetti a possibili crolli. Ma la tana a cui conducono è, altrettanto certamente, un luogo di gioia, di pace, in cui la stessa ricerca, la scrittura, è riportata al suo elemento magico di immediata epifania. I cunicoli sono il luogo di una ricerca senza fine, senza progetto. Sono il luogo di una prassi di scrittura che si configura come scavo nel sottosuolo dell’Opera. Uno scavare che apre varchi, buchi, vuoti all’interno delle frontiere dell’Opera. Come quelle vaste aree bianche lasciate sulle pagine che contengono le corte prose del volumetto di Calasso. O come le parti mancanti, ritagliate, nei quaderni da disegno di Kafka. “Nella Tana chi parla è un essere che scava”.

È un Calasso più immediato, meno imbragato nella sua sterminata conoscenza, quello che troviamo in questi agili volumetti, che poi di agile, in realtà, hanno solo le dimensioni, non certo il contenuto. Nella composizione per immagini, per vedute improvvise e quasi rubate che nascono da una scrittura veloce e scattante,  si percepisce un’agilità del pensiero, una flessuosità, un’elasticità che, invece, non si trova nei volumi dell’Opera, nei quali l’apparato rischia sempre di sotterrare, sotto la mole del sapere, la cosa decisiva.

Non è, forse, un caso che questi volumi escano postumi. È sempre Calasso a informarci che “la tana prende forma all’avvicinarsi della vecchiaia” e, anzi, “la tana è un modo di vita che viene scoperto piuttosto tardi da un singolo e si perfeziona, senza mai concludersi, nel momento in cui quel singolo raggiunge il suo ‘culmine’”. La tana, in fondo, è un secondo o un altro mondo all’interno del primo mondo, quello visibile, quello delle opere; è lo spazio letterario, lo spazio di un’esperienza della scrittura che sperimenta se stessa, scavandosi dal proprio interno. È il luogo dello scrittore, di Kafka-Calasso, che si ritrae dalla propria Opera per abbandonarsi alla gioiosa ricerca della “cosa decisiva”.

Che questo abbandono, di cui la bellezza di alcune di queste kleine Formen sono segno, abbia a che fare con l’approssimarsi della morte è assai probabile. E che vi sia, anzi, un legame profondo tra l’esperienza del proprio morire, del proprio sapersi mortali, e l’assottigliarsi della scrittura, il suo ridursi all’essenziale, è quel che viene da pensare leggendo quest’ultimo lavoro calassiano, questa sorta di voce dall’oltretomba, come se si trattasse dell’estrema testimonianza di colui che ha vissuto una morte apparente, quella morte apparente che dà il titolo all’ultimo dei frammenti dei Paralipomeni di Kafka.

E proprio come per Kafka, anche per Calasso sembra di comprendere come questa esperienza della propria mortalità, del proprio approssimarsi alla fine, non abbia nulla a che vedere con la paura della morte. Ma, semmai, con una sorta di stupore, sempre rinnovato, di fronte alla scoperta gioiosa di un sapere che affiora nella scrittura, al di là di ogni volontà di rappresentazione oggettivante.

C’è un che di giocoso, senza alcuna ilarità, in quest’ultimo Calasso. In alcune di queste pagine postume appare, forse, il gioco più vero della sua intera esistenza di scrittore di cui l’Opera è, sempre forse, solo un monumentale visibile resto. “Prima di diventare un’‘opera’, un opus, che vuole sempre rivendicare il suo ‘diritto all’esistenza’, la tana era stata un gioco.”

Roberto Calasso
L’animale della foresta
Adelphi, 2023
pp. 146, € 14

Le immagini che accompagnano il testo sono tratte da I disegni di Kafka, a cura di Andreas Kilcher, Adelphi, Milano 2022.

In copertina: Joseph Mallord William Turner, Dawn after the Wreck, c. 1841, watercolor, gouache, and touches of red chalk with some rubbing out and scraping ©The Frick Collection, New York

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014; 2a ed. Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).

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