La mostra Corpi moderni. La costruzione del corpo nella Venezia del Rinascimento. Leonardo, Michelangelo, Dürer, Giorgione, ospitata alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, affronta il tema centrale del corpo in tutte le sue forme nell’età moderna. Il percorso insiste, a giusto titolo, sull’attualità e gli interrogativi che il corpo pone ancor’oggi. È senz’altro vero che la coscienza di sé e autodeterminazione (oggi parleremo piuttosto di auto-promozione) passano da ciò che l’involucro esterno dell’anima mostra o rivela. Uno sguardo sul passato a partire dall’oggi: questa la sfida rilevata dai curatori della mostra, Guido Beltramini, Francesca Borgo e Giulio Manieri Elia. La scommessa è riuscita, a giudicare dalle code di visitatori e dall’affluenza di un pubblico di ‘non specialisti’ alle Gallerie dell’Accademia, stando a quanto ho potuto osservare nel giorno della festa di san Marco, santo patrono della città. Complice forse la gratuità dei musei, ma non solo.
Di fatto, non appena varcata la soglia della mostra, il visitatore è catturato dall’atmosfera ammiccante della prima sala: l’Adamo (1472) di Antonio Rizzo, una copia 3D in gesso, lo accoglie di spalle, e gli permette d’insinuarsi discretamente nella penombra di un boudoir fatto di specchi dalle superfici lievemente ondeggianti e piuttosto conturbanti.

Il capolavoro di Leonardo da Vinci, il disegno dell’Uomo Vitruviano (1490-97) scelto per la locandina attira i curiosi, forse ignari del fatto che il prezioso foglio è conservato proprio alle Gallerie dell’Accademia. Nonostante la coda diligentemente rispettata, i visitatori sembrano tuttavia piuttosto delusi dal celeberrimo foglio leonardiano, forse per via della complessità dello studio di proporzioni e dell’illeggibile testo di commento a Vitruvio, che di fatto è impossibile spiegare semplificandone la portata nello spazio di un cartellino.

Accanto all’Uomo Vitruviano è presente un meno noto disegno di Albrecht Dürer, di cui Giovanni Fara illustra la presenza in laguna, in un saggio in catalogo. L’Autoritratto a corpo nudo (1509) su carta preparata verde, cattura lo spettatore svelandogli una dimensione più intima dello studio di proporzioni: i ‘moti dell’animo’, nell’infinita varietà delle emozioni possibili. Dürer traduce la presa di coscienza di sé e offre allo spettatore uno sguardo inquieto e impietoso, una profondità che potremmo definire pre-psicanalitica.

La sezione continua con l’illustrare il rapporto di contiguità tra l’organicità del corpo umano e la funzionalità dell’architettura, nel rispetto tra uomo e ambiente, ovvero uno dei miti fondatori dell’architettura, da Vitruvio in poi, a cui anche Leonardo da Vinci fu particolarmente sensibile. L’analogia tra architettura e corpo umano è evidente nelle modalità di studio delle proporzioni di una testa, nel De Perspectiva pingendi diPiero della Francesca (1470-92), o di uno spaccato del cranio (Leonardo da Vinci, 1489). La costruzione architettonica appare dunque un grande ‘corpo di fabbrica’ in progetti eloquenti come quello per la cupola di san Pietro di Donato Bramante, inciso da Sebastiano Serlio (1540) e ripreso da Baldassarre Perruzzi (1506-35 ca), o per Santa Maria di Monte Moro di Antonio da Sangallo il Giovane (1523-38).
Sempre in questa prima sala, l’allestimento propone accostamenti visivi sapienti tra le opere esposte, presentate in maniera accurata nei cartellini di commento e con più esaustività nei ricchi saggi e nelle schede riunite nel catalogo della mostra. Prendiamo l’esempio della Great Lady di Leonardo da Vinci: il disegno si ritrova quasi di fronte ad un Ex-voto poliviscerale etrusco di sette secoli precedente. La finalità delle due opere è molto diversa, ma il confronto visivo resta seducente ed è chiaramente spiegato.

La prima sezione espone, di fatto, due tipi di opere.
In primo luogo, gli studi anatomici: disegni, incisioni e sculture investigano l’interno del corpo, dopo averlo aperto per capirne il funzionamento meccanico, biologico e spirituale. Non si tratta di macabri corpi morti e sezionati, quanto piuttosto di ‘corpi vivi’, il cui esterno e interno combaciano per racchiudere uno stesso mistero. Alcune tavole anatomiche tratte dal pionieristico atlante del corpo umano di Andrea Vesalio (De humani corporis fabrica,Basilea, 1555), sono così esposte accanto a celebri statuette classicheggianti. L’accostamento illustra le modalità di presentazione dello studio anatomico: l’illustratore ricorre alla compostezza classica di una piccola Venere marmorea tardo-ellenistica o di un bronzetto del Torso del Belvedere (tutte opere di provenienza veneta) nel processo di ricomposizione del corpo smembrato e sviscerato, nel vero senso del termine. Si tratta di un’idealizzazione necessaria per illustrare i risultati dell’analisi scientifica.
In secondo luogo, l’involucro esterno dei corpi, ovvero gli abiti. La pratica sartoriale, illustrata da sintetici studi di bottega, doveva cercare, come oggi, di soddisfare esigenze di corpi dalle misure diverse, che incarnano a loro modo un’ideale di varietas,tanto caro ai teorici dell’arte del Cinquecento. L’attenzione alla moda, nonché il rituale di vestizione e svestizione di alcune parti del corpo (come la mano, il capo, il seno) sono gesti carichi di un’alta valenza sociale e spesso sintomatici dell’intimità della coppia sposata.
La modernità dei corpi esposti seduce immediatamente anche nella seconda sezione della mostra. Qui l’accento è posto su ciò che la bellezza del corpo suscita nello spettatore. I pezzi esposti sono talvolta dei capolavori assoluti (come La tempesta di Giorgione, Venere e Adone di Tiziano, altri grandi protagonisti della mostra), talaltra dei gioielli riscoperti per l’occasione. Penso al corpo di Nuda dormiente (1515 ca) di Girolamo da Treviso, dall’intenso potere di fascinazione. La componente veneta del dipinto resta preponderante, caratterizzata com’è dal connubio tra figura e paesaggio, in una ritrovata armonia del cosmo, ma viene arricchita da influenze lombarde visibili nell’incarnato madreperlaceo, nell’imponenza plastica della figura. Il dipinto si emancipa dalla tradizionale copertura mitologica della rappresentazione di Venere, necessaria per trasformare in dono nuziale opere celeberrime come la Venere di Dresda di Giorgione ola Venere di Urbino di Tiziano.

Anche il corpo maschile, per quanto rappresentato in un contesto d’arte sacra, sprigiona una sensualità tutta umana: il Cristo Redentore (1530) di Jacopo Fantoni tende a convincere i fedeli presentandosi come un anti-eroe che mostra le proprie piaghe. La prossimità con la statua di Antinoo, liberto prediletto dell’imperatore Adriano, lascia intravedere inedite risorgenze formali di una sensualità classica dallo sguardo malinconico. Fantoni fu attivo nella cerchia veneziana di Tullio Lombardo, di cui è esposto il meraviglioso Doppio ritratto all’antica (1490-95) della Ca’ d’Oro.
L’eredità dell’antico è presente in diverse forme, anche quelle più libertine provenienti da Pompei. È questo il caso dei Sonetti lussuriosi (1556) di Pietro Aretinoillustrati da sedici xilografie erotiche di Marcantonio Raimondi, su disegni di Giulio Romano (1524), che valsero all’incisore l’incarcerazione, voluta da papa Clemente VII.
Anche una lettera esposta e citata in mostra, inviata nel 1544 dal nunzio apostolico a Venezia, Giovanni della Casa, al suo protettore romano, il cardinale Alessandro Farnese, lascia intravvedere il potere sovversivo delle immagini erotiche in circolazione. In quel caso, si trattava della Danae di Tiziano (oggi a Capodimonte) descritta da Della Casa come un’opera altamente provocante, che farebbe « venir il diavolo addosso al cardinale San Sylvestro ».
Infine, l’ultima sezione della mostra si sofferma sui volti, come un’altra sfaccettatura della modernità del Cinquecento, grazie all’invenzione tecnica dello specchio convesso a Murano. Ritratti dal mondo intero, e in particolare dall’Africa, si trovano riuniti nella Serenissima Repubblica di Venezia. Qui, l’atmosfera disinibita del Carnevale, con le sue maschere, si presta perfettamente al travestimento, alla licenza, all’eccesso, come rivelano le tenute delle prostitute di alto bordo. Così la curiosa sezione a fine mostra sulla chirurgia e le protesi meccaniche diventa parte di questa finzione. La rappresentazione dell’individuo nel ‘teatro del mondo’ era allora, come oggi, argomento di bruciante attualità.
Poco prima di lasciare questi stimolanti spazi espositivi, due opere di Giorgione danno il commiato al visitatore e suggeriscono al contempo nuovi spunti di riflessione, il Ritratto di giovane uomo (1503-10) e La vecchia (1506 ca). Tra finzione e realtà, il corpo resta il solo testimone dell’unica verità: lo scorrere irrefrenabile del tempo.
Corpi moderni. La costruzione del corpo nella Venezia del Rinascimento. Leonardo, Michelangelo, Dürer, Giorgione
Venezia, Gallerie dell’Accademia
fino al 27 luglio 2025
catalogo Marsilio Arte
In copertina: Leonardo Da Vinci, Studio proporzionale di corpo maschile (Uomo vitruviano), 1498, punta d’argento, penna e inchiostro, inchiostro diluito su carta, 345 x 246 mm, Venezia, Gallerie dell’Accademia (particolare)
