Un dialogo tra corpo e natura

Ha aperto il 13 settembre e sarà visitabile sino al 13 ottobre, al padiglione 9b della sede al Mattatoio del MACRO, la mostra Corpus Naturæ, che a cura di Benedetta Carpi De Resmini propone un confronto fra le opere di sperimentatrici di diverse generazioni, Tomaso Binga (nata nel 1931) e María Ángeles Vila Tortosa (del 1978). Dal catalogo edito da Quodlibet (126 pp. ill. col., € 18), per la cortesia di autori ed editore, si propongono ai lettori di «Antinomie» un estratto dal testo della curatrice, Il corpo queer della natura nell’opera di Tomaso Binga e María Ángeles Vila Tortosa, e quello di Giuseppe Garrera.

Questa mostra si propone di riflettere sull’importanza della natura attraverso la grammatica visiva di due artiste, Tomaso Binga (pseudonimo di Bianca Pucciarelli Menna) e María Ángeles Vila Tortosa, che, pur essendo distanti sia per tipologia di linguaggio che per età, offrono una prospettiva unica sulla relazione tra corpo e ambiente.

La natura, intesa come l’insieme degli esseri viventi, degli elementi inanimati e dei fenomeni che li circondano, può apparire come un concetto astratto, ma è profondamente radicata nella concretezza della vita. Il termine stesso deriva dal latino «nasci», che significa «nascere», evidenziando la ciclicità e il continuo rinnovamento che caratterizzano il mondo naturale. In questo contesto, il corpo femminile emerge come simbolo di trasformazione e, come sottolinea la filosofa Judith Butler, diventa anche uno strumento politico. Nel suo saggio Questione di genere, Butler argomenta che la teoria femminista ha sempre visto il corpo delle donne come uno spazio di rappresentazione e di espressione politica.

La storica divisione tra maschile e femminile ha alimentato una visione binaria e rigidamente eteronormativa della natura, mentre la realtà naturale è molto più complessa e dinamica. L’archeologa lituana Marija Gimbutas, contemporanea di Butler, ha esplorato il simbolismo della Grande Dea Madre, figura che incarna le forze generative della natura. La Dea rappresenta il ciclo della vita, della morte e della rinascita, invitando l’umanità a riconnettersi con la Terra e i suoi ritmi biologici. Attraverso antichi reperti, Gimbutas ci spinge a riscoprire una saggezza ancestrale che può guidare l’evoluzione verso una visione biocentrica.

Corpus Naturae, 2024, Courtesy Latitudo Art Projects © Monkeys Video Lab

Su queste premesse si sviluppa il progetto artistico Corpus Naturae, che mette in dialogo le opere di Binga e Vila Tortosa. Le loro creazioni sfidano le gerarchie e le appropriazioni tipiche della modernità capitalista e antropocentrica, proponendo la Terra, o Madre Terra, come nuovo spazio di ricerca. In questo contesto, il mondo vegetale e i cicli naturali emergono nella loro complessità e armonia.

La mostra si apre con un intenso dialogo tra l’opera Mater Litanie Lauretane (1976) di Tomaso Binga, che esplora il legame tra corpo e scrittura attraverso la parola «Mater», e Mandragora Autumnalis (2024) di Vila Tortosa, che celebra la trasformazione corporea in natura. Nella opera di Binga il corpo dell’artista, privo di connotazioni sociali, diventa pura fisicità, incarnando le lettere e recuperando l’espressività primaria del corpo. Nella grande tela di Vila Tortosa, le radici della mandragora si trasformano in un corpo in movimento.

Corpus Naturae, 2024, Courtesy Latitudo Art Projects © Monkeys Video Lab

Le opere esposte rivelano una natura fluida e complessa, esaltata dalla capacità del corpo femminile di accogliere e trasformarsi. Così, mentre il corpo si tramuta in lettera, Binga negli anni Ottanta continua la sua ricerca sul corpo verbo visuale, tessendo un legame con la natura e studiando le proprietà delle piante. Questo interesse si riflette nelle sue opere, dove i segni floreali presenti nei Dattilocodici simboleggiano una connessione intima con il mondo vegetale e una rottura con il linguaggio binario tradizionale, che vede la comunicazione come un sistema rigido. Attraverso l’uso di simboli naturali, Binga sfida la razionalità scientifica, proponendo un linguaggio artistico che evolve come la natura stessa.

Secondo Binga, così come la natura è multiforme, la donna-artista incarna questa complessità: non è vincolata da un’identità stabile, ma si muove attraverso molteplici forme di espressione e significato. Il suo lavoro sovverte i confini tra maschile e femminile, scienza e arte, naturale e artificiale, ponendo l’accento sulla capacità della donna di essere, come la natura, in continuo mutamento e rigenerazione. Come afferma Binga in un’intervista presente in mostra: «A Napoli La Natura è il sesso femminile».

Corpus Naturae, 2024, Courtesy Latitudo Art Projects © Luis Do Rosario

Allo stesso modo, Vila Tortosa vede nella figura femminile una presenza fluida e in continua trasformazione, non definita da categorie fisse. L’artista esplora la ciclicità simbolica della natura attraverso il suo lavoro con piante e stampe, rappresentando la metamorfosi continua del mondo naturale. La sua arte concettuale si allinea con le riflessioni di Gimbutas, suggerendo l’idea di una società pacifista e gilanica, in cui tutte le forme di vita sono interdipendenti. In opere come Abrazos, Vila Tortosa rappresenta il dialogo continuo tra corpo e alterità, creando un legame tra le sue creazioni e quelle di Binga. Insieme, offrono una visione fluida e priva di rigide categorizzazioni, abbracciando una realtà queer.

Attraverso la sua pratica artistica, Vila Tortosa non solo mette in discussione i confini tra arte e natura, ma invita a riflettere su una società più inclusiva e pacifica, in cui tutte le forme di vita coesistono e si sostengono reciprocamente in un ciclo continuo di trasformazione e rigenerazione. Come afferma Vila Tortosa nell’intervista doppia presente nel percorso di mostra: «Per me, la natura è come una grande famiglia, dove gli esseri viventi, siano animali o piante, coesistono in un unico spazio».

Il progetto Corpus Naturae invita quindi a una profonda riflessione sul legame tra corpo e natura, mostrando come queste due artiste abbiano sfidato i confini del linguaggio e delle convenzioni sociali per abbracciare una visione del mondo più inclusiva e interconnessa.

Corpus Naturae, still dal video Arte Domestica, 2014, Courtesy Las Mitocondria

Con Carla Lonzi a guardare la mostra
di Giuseppe Garrera

«Ah, il profitto per l’uomo di parlare di femminismo» 

LA MERDA ANCORA PUZZA NELLA CASA DOVE È STATA FATTA.

VIVERE IN QUESTO MONDO MASCHILE.

NON VOGLIO TORNARE A CASA NEANCH’IO.

MADONNA CHE CONCEPISTI SENZA PECCARE AIUTATI A PECCARE SENZA CONCEPIRE.

ANGOSCIA BASTA TI PREGO.

STREGA È MEGLIO.

INPARATE A VOLARE.

HO SOGNATO ANCHE DI TE.

DONNA NON BASTA DONNA È DI PIÙ.

SIAMO NOI SIAMO NOI LE MONTAGNE DELL’IO.

DONNA È DOLCEMENTE MORIRE NON IMPORTA COME.

Queste, alcune delle scritte che si potevano leggere sui muri della Casa della Donna a Palazzo Nardini, in via del Governo Vecchio 39, durante la storica occupazione dei movimenti e gruppi femministi romani.

Nel 1984, dopo molte vicissitudini, la Casa verrà sfrattata, la sede sgombrata dalla polizia, e tutto cancellato. 

C’era una pubblicazione che documentava le scritte, i murales e i disegni sorti su quelle pareti: Il mio segno, la mia parola. Rabbia amore confessioni appuntamenti disegni nella Casa della Donna in Via del Governo Vecchio. Supplemento al numero 20 di «Quotidiano Donna» del 19 maggio 1979. Fotografie di Luisa Di Gaetano e Gabriella Mercadini, Edizioni Quotidiano Donna, Roma. Ma la difficilissima, quasi impossibile, reperibilità di questo documento, mai più ristampato, testimonia, se ce ne fosse bisogno, la scomparsa e perdita di molti dei materiali più intensi di quella stagione. È difficile sfogliare questo testo senza avere la sensazione della cancellazione di una stagione che ha posseduto il profumo di Canaan.

I princìpi di quel femminismo erano inesorabili, a cominciare dal rifiuto di partecipare ai giochi del mondo così com’è.

Su una cosa Carla Lonzi era stata molto chiara: la donna è una creazione del maschio. La femminilità è una invenzione del maschio. 

La donna pensa e non può non pensare sé stessa che attraverso canoni maschili.

E quindi, in primo luogo, bisogna liberarsi dalla femminilità. 

La donna è un prodotto dell’uomo ottenuto attraverso una vera e propria selezione, come avviene per ovini e bovini, al fine di ottenere individui, capi di bestiame, più obbedienti, domestici, mansueti e controllabili. La selezione delle donne da parte del patriarcato, come gli animali: si selezionano e incrociano quelle corrispondenti alle caratteristiche di docilità ed efficienza richieste.

Per questa ragione: indagare sulle radici dell’identità femminile (io chi sono, chi ero) significa cercare il buio delle origini, di qualcosa perduto per sempre.

A monte c’è un vuoto: la strage delle streghe, la cancellazione della donna per un femminile addomesticato, come per i greggi, come per i cani, i suini, il pollame in cui si scelgono e ci si accoppia con donne docile e fragili (e la minaccia dello zitellaggio, dell’assenza di dote, del ripudio della vergogna pubblica a chi disubbidisce, a ogni bisbetica non domata): dunque la selezione rende perduto nell’arco di qualche secolo l’intero femminile (le eccezioni che sfuggono alla selezione maschile e alla coltivazione selettiva: o al rogo, o comunque condannate come pazze, degeneri e corrotte e perdute: traviata ogni donna non ubbidiente).

«La storia del Maschile è la preistoria dell’umanità» verrà ricordato nella fanzine Zizzania del 1977, una delle più agguerrite pubblicazioni femministe che sia dato incontrare.

La creazione del femminile da parte dell’uomo appartiene alla storia dell’allevamento e del miglioramento delle specie, esaltando, nella selezione, determinate funzioni fisiologiche e caratteriali, ottimi attitudini, garanzie sociali e personali. La mascolinità è garantita dalle virtù morali della donna: pudicizia, decoro, fedeltà, riservatezza, frigidità.

Nella selezione naturale non solo docili e minute (più basse dell’uomo) ma con una vagina che produrrà più piacere e soddisfazione al maschio e che produca un senso alla donna di urto e penetrazione e all’uomo non provochi vergogna e imbarazzo e inadeguatezza, ma accresca il suo sentimento della virilità. Tutto fa parte della domesticazione degli animali e dell’allevamento per i loro prodotti derivati. Più di tutto animali con una struttura a carattere gerarchico che le predisponga ad accettare l’autorità del maschio. Carattere docile e tendente alla socialità, non male tendenze a sviluppare atteggiamenti di nervosismo, panico, smarrimento, tipo antilopi e cervi. Ottenere una specie debole e da comandare, predisposta alla sottomissione, ammansita.

Grazie a un regime di totale sostentamento e di controllo dei processi riproduttivi si è giunti progressivamente alla creazione e alla selezione di una razza con caratteristiche biologiche e propensioni notevolmente differenti rispetto alla specie originaria. Le donne come oggetto di scambio e dote tra gli uomini. Passaggio di proprietà sancito dalla perdita del nome. E l’educazione come pratica di come si diventa femmine: ogni fanciulla è una Gertrude destinata dalla nascita alla monacazione forzata della femminilità, succube e violentata: la femminilità come un destino predestinato inevitabile e camicia di forza.

E poi il mantenimento dei caratteri infantili che rendano la donna più affettuosa e sottomessa e con passioni da indifesa o addirittura convinta nevroticamente che esistano l’amore e la felicità coniugale.

L’autocoscienza serve soprattutto per recuperare il passato oscurato, per recuperare la donna scomparsa. Anche solo il “nome femminile”, perduto per sempre (anche il cognome da nubile è patriarcale). Separatismo e autocoscienza quindi: nessun contatto con il mondo maschile. 

Liberazione del corpo dal giogo della maternità e dalla determinazione procreativa. La struttura fondativa del patriarcato è il coito e la donna vaginale, con la penetrazione vaginale. Va demolita l’istituzione matrimoniale.

Come dice Anna Karenina: «fa sempre pena una ragazza che va sposa».

La scoperta dell’orgasmo clitorideo svaluta il coito sessualmente: il piacere non dipende dall’uomo e dalla penetrazione, prescinde dal pene.

La donna clitoridea: terribile e insoddisfacibile da Anna Karenina a Madame Bovary: pazze suicide ingestibili incontentabili: somme e isolate come streghe sfuggite all’educazione, a ogni educazione (come è successo?), con gli amanti, i mariti, gli spasimanti ridotti a eunuchi: sempre più disperate e che trovano nell’adulterio tutto lo squallore del matrimonio.

La clitoride è negata dal patriarcato (circoscritta alla fase adolescenziale – quella delle amiche e del gruppo – e dunque giudicata immatura e pre-donnesca). L’orgasmo vaginale è una costruzione ideologica (tutto è politica) per cui la sessualità femminile “adulta”, matura, coinciderebbe con il desiderio del pene e del coito e la propensione a darsi ed essere succube. Il piacere vaginale è il piacere ufficiale. L’uomo ha imposto il suo piacere e lo ha fatto passare per naturale per entrambi (riguarda solo lui e al limite una donna allevata e colonizzata a dovere). L’amore è un rito della virilità. 

Oralità, amicizie adolescenziali tra ragazze, invece, gli unici beni. La tenerezza con le amiche da conservare e custodire come modello di disponibilità ed emotività preziosa: portare dall’adolescenza un modello affettivo diverso. Questo sarà un punto centrale nella ricerca della Lonzi: il convento; il modello sublime e il ricordo del chiostro, quando, ragazza, era in collegio.

Lonzi arriva a rifiutare ogni penetrazione. Rifiuta la penetrazione perché rifiuta il femminile (creazione del maschio e proiezione per lo sguardo, dal maschile, della donna). La donna vaginale è complice dell’ordine fallocratico e patriarcale.

E nel Diario scrive: «Con Pasolini ho questo in comune: che lui come uomo ha cercato di affermare il suo diritto erotico a essere penetrato, io come donna a non esserlo. Mi chiedo se la tragicità che gli omosessuali attribuiscono al sesso ha a che vedere con la diversità, con la merda oppure con l’essere penetrati. È tragico accettare il proprio desiderio di essere penetrati e tragica l’esperienza della penetrazione».

Nostalgia della Lonzi per quel periodo, che passa come un lampo, in cui una ragazza lascia la casa paterna e inizia a vivere autonomamente (ma dura niente, per l’incontro con un ragazzo per cui ci sarà la capitolazione di tutto lo splendore e il potenziale. Diviene adorante e succube, innamorata. La perdita della personalità della ragazza coincide con il primo fidanzamento: poi ci sarà l’orrore della natura e delle leggi biologiche).

La carriera artistica fa parte del desiderio di essere ammessa dagli uomini.

Interrompere il «monologo della civiltà patriarcale», e pensare una società che non sarà più divisa tra chi-sta-sopra e chi-sta-sotto. Per il femminismo radicale occorre lavorare per una società in cui i rapporti umani non saranno più basati sulla volontà di potenza.

Così capire che nell’ambito dei costumi e delle emancipazioni e magnifiche sorti e progressive delle donne, il divorzio e l’aborto servono a non rendere cosciente la donna del sistema oppressivo e doloso di matrimonio e famiglia, a non concepire alternative o alterità, e garantiscono di vivere e di abitare le forme costrittive del patriarcato senza la percezione carceraria. Di rendere comoda e praticabile la detenzione.

Divorzio e aborto, casa bella, elettrodomestici, emancipazione, carriera sono correttivi patriarcali, distrazioni, diversivi. Come discutere e combattere e darsi da fare, in vista di un mondo migliore, per far mettere della carta da parati ad Auschwitz.

L’ottimismo delle donne emancipate è osceno. Per una ragazza l’Università non è il luogo dove avviene la sua liberazione mediante la cultura, ma il luogo dove si perfeziona la sua repressione. Con sgomento le femministe di un gruppo della Sapienza di Roma devono dare ragione alla Lonzi anche nell’imbarazzo di constatare che gran parte delle impiegate all’Università sono spose giovani di professori, innamoratesi dell’insegnante, andate a letto con l’insegnante (la media è 50/60 anni a confronto di 21/22/23). Gran parte delle carriere sono frutto di sublime prostituzione: non si va a letto con l’insegnante (questo sarebbe nulla) ci si innamora e lo si ama (questo è l’orrore). Qualsiasi professoressa con tale avventura è indegna del nome di donna.

La donna emancipata segna un accordo sportivo con il maschio. La rivoluzione sessuale non fa che rafforzare il prestigio del coito e del fallo. Non esistono donne libere.

Va smentita tutta la cultura dell’uomo. Tutta la cultura maschile è e cresce all’ombra del potere.

Ricorda Carla Lonzi: «Anche se l’uomo per ideologia può essere pacifista, egualitario, antimilitarista, antiautoritario, pro-femminista, la donna, che lo conosce nel momento sessuale, e “quando la monta”, sa che egli allora e inevitabilmente si sente investito della sua virilità come di una forza di natura, e che la sua contestazione o emancipazione culturale si arresta di fronte al ruolo aggressivo, sciovinista, violento, autoritario e antifemminista del suo pene patriarcale».

«sia buona sia buona sia buona [odio questa frase urlata nel mio orecchio] sia dolce sia dolce sia dolce», scrive Amelia Rosselli.

Le sedute d’autocoscienza servirebbero per liberarsi da tutto questo. 

Ma dov’è la donna, dov’è il femminile? La storia del femminile è un vuoto, un’assenza. Questo è il sentimento tragico del femminismo. Prigioniere e ostaggi del sogno degli uomini, del potere maschile, erette a suo piacere e compiacimento. Proprio per questo, inesorabilmente e drammaticamente, il corpo delle donne è pubblico. Proprio in quanto pubblico è un corpo di cui si può abusare e su cui si possono esercitare diritto e violenza. Se la donna è invenzione maschile allora il suo corpo è dominio pubblico (apprezzamenti, sguardi, occhiate sono pubblici): si tratta di una cosa pubblica.

Tutelare la donna è tenerla al guinzaglio: tra attenzioni per lei e sorveglianza non c’è discrimine. 

Non cercare complicità, e soprattutto non cercare solidarietà, ripete Lonzi.

Essere sempre un soggetto imprevisto. Non negoziare, diffidare di ogni parola del mondo maschile: supremazia del maschile come nella grammatica (pronome nome predicato aggettivo participio e articolo). 

Non resta che approdare alla scelta separatista. L’incubo di stare all’interno del sistema patriarcale. Da qui l’accusa alle compagne di complicità con il mondo maschile (tutta l’attività pittorica di Carla Accardi borghese e “per bene” e perché alle inaugurazioni ci siano signore per bene e della buona società ad ammirare le tele e in prospettiva per i propri buoni salotti). 

Il dolore del tradimento delle amiche e compagne.

Come detto: rifiutare l’emancipazione e l’inserimento nel mondo degli uomini. L’emancipazione non mette fine al destino tradizionale femminile, semplicemente lo pacifica e colonizza. Estraneità e separatismo, non ci si stanca di ripetere. La parità con gli uomini è un obiettivo offensivo e oltraggioso: stupido. Ogni emancipazione o liberazione consistendo, in un primo luogo, in un divenire malvagi.

Cercare nella letteratura e nella storia tutte le descrizioni negative di donne e sapere che quelle sono «le preziose», che lì si intravede il femminile autentico. Risalire così alle origini buie, cercare l’altra donna. Il rapporto con il giovane, la scrittura del diario, la comunità, soprattutto la comunità, sono le vie virtuose.

E l’assoluto nella vita quotidiana: come il modo di vestirsi di Emma Bovary, sempre più delirante, da regina, in mezzo al letame e al razzolare delle galline (la vestizione come urlo assoluto, la seduzione tra i cavoli e le patate, così la sua camera trasformata in cripta e luogo per bruciare incenso e bestemmiare contro gli dèi).

Cercare un’altra donna: le sante e il vuoto culturale (santa Teresa di Lisieux, Teresa del Bambino Gesù, Teresa Martin). Al centro la devozione di Carla Lonzi per Teresa Martin o Santa Teresa di Lisieux. E cambiare il nome (intanto cancellare il cognome), come le suore e i sacerdoti. Ancora pratica conventuale.

Scrive in data 4 novembre 1972 nel suo Diario: «Santa Carla vergine e martire. Come avevo promesso alle suore del collegio sono diventata santa vergine e martire, e ora voglio entrare nel paradiso». E ciò dopo aver assistito al sempre più doloroso abbandono, diaspora e fuga delle compagne lusingate dal mondo, incapaci di vegliare e abitare il deserto.

Separatismo: «Comunichiamo solo con donne» (si concludeva il manifesto di Rivolta femminile). Lonzi rifiuta l’emancipazione (la carriera all’interno del lager, del sistema circondariale maschile): «essere disadatte», come dice nell’intervento su «L’Espresso» del 5 febbraio 1978, «non inserite»: questa è virtù. Anzi: il fallimento come liberazione. Il confronto con le altre donne. Produrre una catastrofe interiore. La scrittura del Diario. Vietare la presenza maschile.

Non accettare la vita dell’uomo, perché la vita dell’uomo è invivibile. Nelle Tre ghinee Virginia Woolf si era posta la domanda giusta, l’unica a cui rispondere: Ci piace dopo millenni inserirci a titolo di uguaglianza nel mondo progettato da altri? Ci è cioè gratificante partecipare alla grande sconfitta dell’uomo?

Questa sarebbe l’emancipazione? Si tratterebbe di combattere per andare verso la palude comune.

Rifiutare l’emancipazione e l’inserimento nel mondo degli uomini. L’emancipazione non mette fine al destino tradizionale femminile, semplicemente lo pacifica.

Estraneità e separatismo. Separatismo ed estraneità. Non c’è un rapporto dialettico: la donna è un altro piano. Non partecipare al potere, ma mettere in discussione il concetto stesso di potere: gli uomini preferiscono l’uguaglianza (che è e resta una colonizzazione) alla minaccia di una rivolta radicale. La donna purtroppo appaga le aspettative dell’uomo. Non mettersi al servizio del mondo. 

Nei gruppi femministi radicali il problema non è imporre e ottenere, nelle amministrazioni e nelle cariche pubbliche l’uso al femminile di “presidente” o “ambasciatore” o “direttore” o “ministro” o “rettore”, ma di abolire i termini di “presidente, “ambasciatore”, “direttore” “ministro” e “rettore”, ecc., con tutti gli «Eccellenze o Illustrissimi di merda» che precedono e seguono. Cancellarli dal vocabolario e dalla vita: sono parole, oscenamente, di potere e di apparati, sempre maschiliste e patriarcali, irredimibili, indipendentemente da chi le indossa e le porta senza vergognarsi e arrossire: il problema è avere disgusto di tali parole, non di “femminizzarle”. Bisogna essere fuori dell’istituzione, da qualsiasi istituzione. Fuori, e nessuna complicità. «Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale» – aveva detto Pasolini nell’intervista rilasciata a Furio Colombo alla vigilia della sua morte – «I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, “assurdo”, non di buon senso».

La donna emancipata è una vittoria del maschilismo. Anche se nello specifico pare ed è messo in crisi il suo prestigio: saranno poi consapevolezza e riconforto di quale vantaggio sia la vittoria della parità della donna e la sua emancipazione all’interno dei consigli d’amministrazione dei maschi: conferma dei principi del patriarcato in maniera ancora più profonda e il loro consolidarsi come unici modelli e valori di vita. Tutto avviene dentro le alte mura del patriarcato. Il patriarcato si rinnova. I maschi in crisi sono da mettere nel conto, come i tanti eiaculatori precoci. Il sistema si riregola e diviene ancor più senza alternative.

No uguaglianza, ribadisce Carla Lonzi. Se l’uguaglianza è un diritto giuridico, la diversità è un principio esistenziale.

L’uguaglianza la si offre ai colonizzati, e soprattutto alla donna colonizzata. Si è sul piano dei diritti e delle leggi.

Gratificare le donne per confonderle, avverte Carla Lonzi. L’uguaglianza è un modo ideologico di asservire la donna e renderla partecipe e consenziente al sistema di oppressione dell’uomo. 

Le pratiche collegiali con le compagne, la dimestichezza con la sollecitudine e affettuosità delle madri-superiori delineano un “incarico segreto delle madri”, che ogni madre dovrebbe fare proprio: rintracciare la propria storia in linea femminile, raccontare alla propria figlia la propria vita, conservare fotografie e documenti, lettere e diari, delle donne della propria famiglia, privilegiare le amicizie femminili, anche con le donne della propria famiglia, viaggiare solo con le amiche e, se costretta in famiglia, solo con le madri, le nonne, le zie, intrattenere rapporti di vicinato con le altre donne, cercare di tenersi vicine le compagne più amate tramite l’acquisizione di parentela (fidanzarsi o sposarsi col fratello dell’amica del cuore, scegliere per madrina dei propri figli una cara amica, ecc.), parlare alla propria figlia dei rapporti d’amore-amicizia avuti nel passato con altre donne. 

Un gruppo femminista del 1979, che si sigla C.L.I. in un suo volantino, a tutte queste prescrizioni simili o analoghe, aggiunge anche: «insegnarle ad accumulare gioielli», e «proteggerla con tutta l’anima», indicando nel rapporto tra madre e figlia la missione di una congiura e pratiche di sabotaggio all’interno della vita familiare e sociale.

Il modello supremo è Teresa di Lisieux e, a Roma, quello di santa Francesca Romana: costretta a 12 anni a sposarsi, il 15 agosto 1425 con nove compagne si vota come oblata alla Vergine Maria: per otto anni continuano a vivere ancora nelle proprie famiglie, sino a quando non acquistano una casa (l’attuale convento ai piedi del Campidoglio in via del Teatro Marcello) e iniziano la felicità di condurvi vita comune. Francesca Romana le potrà raggiungere solo tre anni dopo, alla morte finalmente del marito.

I libri della vita: la vita di Teresa d’Avila e la vita di Teresa Martin (Teresa del Bambin Gesù, di Lisieux). 

Uno dei momenti più vertiginosi nel pensiero della Lonzi è quando si affaccia l’ipotesi dell’assenza della donna: di una assenza fisica, e cioè un momento apocalittico: la diserzione delle donne da tutte le manifestazioni pubbliche e private, e il separatismo, a questo punto, non più una “Casa delle donne”, o luogo dove riunirsi (e vivere in un angolo nascosto del giardino), ma mondo a parte, grande esodo e separazione mondiale delle donne.

In cima c’è la fantasmagoria delle donne che si ritirano dal mondo: che fanno partito a sé, e se ne vanno per stare da sole: parabola apocalittica e tra le più sognate da Carla Lonzi: un immenso esilio. Anna Oberto è stata la prima a parlare per l’assenza delle donne dalla Storia già nei termini di un volontario esilio e da una prospettiva rivoltosa, come una silenziosa scelta: non partecipazione, non partecipare allo scandalo («uno scandalo che dura da diecimila anni», come scrive Elsa Morante) della Storia. Assenza assoluta. 

Ovviamente in questo sogno politico, così come nella concezione stessa dell’autocoscienza e del separatismo giuoca un ruolo fortissimo il modello inarrivabile del monastero: il chiostro, la clausura, il coro, la grazia e la buffoneria di essere spossessate del mondo.

«Cosa stavo rincorrendo con il femminismo?», si chiede a un certo punto del suo Diario Carla Lonzi. Ritrovare le amiche del collegio, suor Caterina, che si era occupata di lei nell’adolescenza. Il “monastero” è la dimensione di un parlarsi tra donne «senza interruzioni e disturbi». Il dormitorio, le lunghe e interminabili chiacchierate nella notte, come altissima pratica d’arte e di pensiero e creazione di ragazze insonni.

Le amiche di Rivolta femminile sono questa ricchezza, e «la sorpresa, la meraviglia». Incontrarle è «la felicità di tornare a casa». Qui ogni “Casa delle donne” e tutta la pratica di autocoscienza e separatismo si delineano come grande immenso ripristino di un modello monacale, del culto del convento. Scomparire nel Carmelo. Desiderare il Carmelo. Salire la montagna del Carmelo.

Con il femminismo, aveva detto Carla Lonzi, è finito il tempo delle profezie perché finalmente si è avverata la profezia di Sputiamo su Hegel: le donne sono il presente. Si può finalmente festeggiare.

Queste che seguono sono le lettere di partecipazione giunte agli invitati per le Nozze di suor Teresa di Lisieux (da parte dei genitori dello sposo e da parte dei genitori della sposa) nel momento di chiudersi per sempre in convento: 

«Il Dio Onnipotente, Creatore del Cielo e della Terra, Sovrano Dominatore del Mondo e la gloriosissima Vergine Maria, Regina della Corte celeste, volentieri le comunicano il Matrimonio del loro augusto Figlio, Re dei Re e Signore dei signori, con la Signorina Teresa Martin, ora Signora e Principessa dei regni portati a lei in dote dal suo Divino Sposo, e cioè: l’Infanzia di Gesù e la sua Passione, mentre i suoi di nobiltà sono: di Gesù Bambino e del Volto Santo.»

«Il signor Luigi Martin, padre della sposa, Proprietario e Padrone delle Signorie della sofferenza e dell’umiliazione e la signora Martin, madre della sposa, Principessa e Signora d’onore della Corte Celeste, Le partecipano volentieri il Matrimonio della loro figlia, Teresa, con Gesù il Verbo di Dio, seconda persona dell’adorabile Trinità che per l’intervento dello Spirito Santo si è fatto Uomo e Figlio di Maria, la Regina del cielo. Non avendola potuta invitare alla benedizione nuziale che è stata data loro sulla montagna del Carmelo, l’8 settembre 1890 (essendovi stata ammessa solo la corte celeste), Lei è nientemeno pregato di recarsi al ritorno dal viaggio di nozze che avrà luogo domani, giorno dell’Eternità, nel quale Gesù, Figlio di Dio, verrà sulle Nubi del Cielo nello splendore della sua Maestà, per giudicare i vivi e i morti. Dal momento che l’ora è ancora incerta, Lei è invitato a tenersi pronto e a vegliare».

Tomaso Binga e María Ángeles Vila Tortosa. Corpus Naturae
a cura di Benedetta Carpi De Resmini
Padiglione 9b, Mattatoio del MACRO, Roma
dal 13 settembre al 13 ottobre 2024

Benedetta Carpi De Resmini

Benedetta Carpi De Resmini

è curatrice e critica d’arte. Si interessa alla contaminazione tra arte contemporanea e altre discipline, arrivando a ripensare il processo creativo come pratica sociale. Si occupa di studi di genere e di pratiche curatoriali. Nel corso degli anni ha svolto la sua attività di curatrice presso importanti istituzioni, tra cui il MACRO di Roma. Ha curato numerose mostre e progetti in Italia e all’estero. Nel 2022 ha ideato e organizzato un grande Festival estivo per la città di Roma chiamato Città Foresta, che oggi è un appuntamento per le pratiche artistiche partecipative a Roma. È docente di Studi Curatoriali presso la 24Ore Business School e l’Accademia Treccani ed è stata Visiting professor presso la Temple University di Roma e Philadelphia e presso il Bryn Mawr College di Philadelphia. Attualmente è direttrice di “Latitudo Art Projects” e fondatrice di “CAP. Cities Art Projects”.

Giuseppe Garrera

Giuseppe Garrera

nato a Roma il 21 dicembre 1962, collezionista e storico dell’arte, insegna al Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali della Business School de "Il Sole 24 Ore" di Roma e Milano.

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