La pelle della materia. Silvia Listorti

20/05/2024

Ci sono alcune immagini che a ogni tentativo di interpretazione applicano una forza contraria, una sorta di resistenza che le sottrae a riduzioni, classificazioni e ordinamenti. Il rifiuto dell’immagine di servire a qualcosa che è fuori di lei è un diritto indissolubile che certe immagini continuano a esercitare. Per parlare di queste immagini serve guardare più alla descrizione che all’interpretazione: descrivere è innanzitutto prendere atto che di fronte a noi c’è qualcosa. E questo qualcosa richiede di essere guardato pazientemente. Guardare è passare attraverso l’intimo riconoscimento che l’immagine esiste da sé, come una scheggia di mondo che non ha, fuori di sé, altro motivo per esistere. L’immagine può essere detta se le parole che la riguardano aspettano lo sguardo e poi partono esattamente da là dove essa termina, senza sovrapposizioni o coperture. Scrivere di un’immagine è seguirne con gli occhi le traiettorie, immaginarne i prolungamenti, allontanarsi, poi tornare.

Silvia Listorti (Milano, 1987) è un’artista che produce immagini di questo tipo. Le opere che crea, pur spaziando tra numerose tecniche e materiali – dal disegno con grafite e pigmenti su carta di riso o gelso, alle sculture in vetro, in terracotta, in gesso al quarzo, in cera, in silicone – sono tratti di una ricerca irrequieta che procede su una pista coerente. Listorti è capace di riconoscere quella resistenza che, a un certo momento, l’immagine oppone e dentro cui vive, e di fronte a essa fermarsi, consegnandoci delle opere che si presentano come enigmi da non decifrare. Al cospetto di esse lo sguardo smette di cercare soluzioni e si consegna a quel silenzio che si crea quando si sente, d’improvviso, che di fronte a noi qualcosa semplicemente esiste. Nella loro esistenza nuda le opere vibrano.

Guardando i lavori dell’artista, si potrebbe pensare che la sua ricerca proceda parallela su due fronti: da un lato i disegni, astratti e misteriosi, dall’altro le sculture che trovano, di volta in volta, la loro matrice nel corpo. Invece no. Frequentando in modo più profondo il corpus di opere dell’artista ci si accorge che nella sua ricerca non c’è alcuna spaziatura, nessun cambio di direzione: si potrebbe forse dire, al contrario, che tutto il suo lavoro abbia come fuoco centrale il continuo, incessante test sulle materie. Ciò che è continuamente in atto è la verifica delle risposte dei materiali a diversi stimoli: come essi reagiscono alle forze, come tengono le forme e come si trasfigurano in esse, che livello di durezza conservano oppure in quale modo accolgono o rigettano le pressioni. Cosa diventa il vetro quando viene piegato? Cosa succede nei punti di curvatura? Cosa accade al calco di un petto in terracotta quando nel processo di cottura si contrae, si stringe? Com’è che lo stesso petto, si allontana così tanto dalla sua matrice quando passa, invece, attraverso il vetro diventando leggero e inamidato come un fazzoletto di seta? Come risponde la carta di riso, delicatissima, quando viene sottoposta a pressioni o viene coperta da molti strati di pigmento? E come appare, invece, la stessa carta quando è percorsa da soffi leggeri di grafite? Il punto è questo: ogni materia esige una disciplina affinché attraverso di essa la vita passi; ogni materia ha regole rigorose che però, quando vengono rispettate, spalancano la possibilità di inventare nuovi spazi, nuovi diagrammi di luce, nuove traiettorie del pensiero.

Silvia Listorti, Alle spalle, la notte, 2024, ph. © Filippo Romano

Alle spalle, la notte è una forma complessa in cui il vetro è spinto dentro un diagramma di forze tanto composito che, per gli occhi, è una sollecitazione ipnotica: lo sguardo entra in un circuito e si accorda alle flessioni e insegue le cordature e le grinze della materia. L’opera appare come una forma scura di colore indaco fatta di piegamenti, retrocessioni e riflessioni. Qui il vetro, come materia, si mostra al suo rovescio: ha una resistenza incrollabile. Nei punti di curvatura la falda di vetro si assottiglia leggermente e si increspa sui margini mostrando la tessitura granulare che la percorre interamente. La trama grezza della materia, rugata come la scorza dei cedri, in alcune porzioni si rivela ancora sporca di frammenti di gesso, come granelli bianchi a punteggiare una notte scura. Alle spalle, la notte è un pezzo di buio tagliato che stringe come una coperta, un antro o un’armatura. O come un’onda che si allunga e si ritrae. La notte è alle spalle ma continua a dare consistenza alla luce, penetra in essa come ombra, come spaziatura nera, come intervallo.

Silvia Listorti, Illocazione, 2023, grafite su carta di riso, 24 x 18 cm, ph. © Filippo Romano

La prima serie corposa di disegni che l’artista ha prodotto si intitola Illocazioni. Nel titolo, tutto l’amore dell’artista verso Claudio Parmiggiani. Le Illocazioni sono luoghi di sparizione. Inesse i pensieri si aggrumano e si dissolvono come nuvole, passano veloci: la grafite disegna il tracciato di un gesto che principia fuori, chissà dove; sembra che con un soffio i segni potrebbero sparire, come se dovessero prendere fiato, per arrivare, per continuare, per andare…Gesti così improvvisi che forse saltano anche oltre i pensieri; segni d’ombra veloci che sono appiccicati alla vita, addosso alla luce della carta. 

Silvia Listorti, Sovrapposizione, 2023, grafite e pigmento Giallo di Cobalto (Aureolina) su carta di riso, ph. © Francesco Rucci

La luce non è mai prima né sola perché è sempre in rapporto a uno scuro latente e clandestino. Come per il pensiero: pensare qualcosa è sempre pensare anche a ciò che la cosa non è. La serie di disegni intitolata Sovrapposizioni si apre in questo nuovo spazio di verifica: carta di riso, grafite e pigmento coincidono, interferiscono in uno spazio scabro tracciato da segni marcati e zone sabbiose, scure o improvvise rarefazioni corrusche. Le tracce e la tessitura della grafite, anche nelle zone più sature, non raggiungono mai l’indistinzione: lo spazio dell’opera si mostra come una mappa granulosa di punti e segni caduti, in un clinamen che crea continuamente lo spazio e continuamente lo muta. In basso un barbaglio: l’evento del colore.

Silvia Listorti, Sovrapposizione, 2023, grafite e pigmenti Blu indaco e Giallo lucido su carta di riso, cm 24×18, ph. © Francesco Rucci

Nelle Sovrapposizioni i pigmenti di colore diventano protagonisti, lo spazio viene creato attraverso colori competitivi che si stratificano e spingono come vettori di movimento. In Sovrapposizioni Listorti mette alla prova la carta e verifica i modi in cui essa riesce sempre a sopravvivere ai segni che minacciano la sua integrità, i modi in cui resiste agli strati che la premono e la assottigliano. Questa serie di disegni si compie in questo intervallo di astuzia: portare al limite la sopravvivenza della carta testandone la resistenza e le risposte. Un’astuzia lenta che sa sorprendersi di fronte a ogni lieve replica della materia. Proprio negli attimi in cui accade un imprevisto – la carta che all’improvviso si fa lucente perché satura sotto il peso degli strati, o una zona che rimane tenacemente granulare nonostante le pressioni che la investono – è lì, in ogni variazione minima dell’aggregarsi delle materie, in quell’intervallo di sorpresa che si trova la forza per la creazione. 

Silvia Listorti, Sovrapposizione, 2023, grafite e pigmenti Blu Indaco e Giallo lucido su carta di riso, cm 24×18, ph. © Francesco Rucci

In questo processo non c’è nulla che sia irrilevante. La carta parla ai pigmenti della sua resistenza e i pigmenti parlano alla carta dello spazio e del tempo. In quest’alleanza gli uni restituiscono all’altra un ritratto. E insieme si parlano, si incontrano e parlano delle strategie di sopravvivenza che li hanno resi possibili in quella precisa configurazione. Una precisione che risulta plausibile in ogni disegno.

Ma precisione rispetto a cosa? È come se l’artista prestasse la propria forza, le proprie mani, le dita, le unghie, i polpastrelli alle tracce e alle zone vibratili che scopre nell’incontro tra materie e esse rivivessero di un respiro che, a questo punto, non ha più nulla a che fare con l’autrice ma che è la scia di uno dei respiri di quell’incontro che c’era già lì, già prima, presente, in potenza. Il lavoro di Listorti è un processo tutt’altro che astratto. Le forze in atto dentro la cornice sono più che mai concrete: non è la nube blu che occupa la parte superiore del disegno a muoversi per guadagnare il centro, seguiamo anzi la scia del suo movimento verso fuori, spinta dalle stesse forze scure che, con la loro intensità, hanno screpolato la carta e definito il ritmo dello spazio.

Silvia Listorti, Nel respiro dell’ora (And all is always now), 2023, terracotta, ph.© Filippo Romano

Gli stessi procedimenti vengono compiuti sulle sculture. Di nuovo: la materia, in ogni sua fattura, va esplorata. Sarebbe riduttivo pensare che le sculture di Listorti abbiano a che fare con il corpo. Non è di corpo che si tratta ma di come esso si trasfiguri totalmente nella materia diventando materia. È un corpo muto che non parla più di sé. È forse, al contrario, un processo di allontanamento dal corpo, di creazione di memoria: ogni passaggio è un congedo irrimediabile dalla matrice, il ricordo che diventa memoria. Il corpo sparisce nella materia, vive nella memoria della materia. Quel che resta, a noi che guardiamo, è un’immagine di corpo, un’eco che si consegna a un’avvenire proiettato tutto dentro la materia. Cosa rimane del corpo in questi petti di terracotta bianca e vetro? Resta la bellezza delle linee che la materia riesce a percorrere, l’albedine del diaframma di vetro, con le sue curve e i suoi punti di appoggio leggero.

Silvia Listorti, Nel respiro dell’ora (And all is always now), 2024, vetro, ph. © Filippo Romano

Ogni cosa, ogni materiale ha la sua pelle. Listorti lavora sulla pelle della materia. Il corpo, ormai, non è che una lontananza azzurra, un’immagine, un’idea che scioglie ogni pronome in una neutralità in cui ciascuno è un’anonima particella. Forse la somiglianza che resta è quel gioco che si compie nel lontano: è in quel distacco in cui ci si congeda che si gioca l’invenzione e si tracciano nuove strade e si aprono nuovi orizzonti.

Silvia Listorti. Clinamen
Galleria Studio G7, Bologna
dal 6 aprile al 15 giugno 2024

ri-NASCIMENTO
mostra collettiva a cura di Marina Dacci
galleria ME Vannucci, Pistoia.
dal 12 maggio al 28 luglio 2024

Silvia Listorti, Giorni nel bianco
Casa Cavezzi, Montecchio Emilia (RE)
dal 18 maggio al 16 giugno 2024

Guido Mannucci

Nato ad Atri in Abruzzo nel 1988, attualmente vive a Milano. È laureato in Filosofia, specializzato in Estetica e Teorie dell’Immagine e diplomato in Visual Studies e Pratiche Curatoriali presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. È critico, curatore e teorico dell’arte.

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