Bomba mon amour

24/06/2025

Nella drammatica intervista conclusiva, rilasciata l’ultimo pomeriggio della sua vita (e pubblicata due giorni dopo col titolo Siamo tutti in pericolo), così Pier Paolo Pasolini accolse l’interlocutore Furio Colombo: «È bello, è bello il Majorana di Sciascia. È bello perché ha visto il mistero, ma non ce lo dice, hai capito? C’è una ragione per quella scomparsa. Ma lui sa che in questi casi un’indagine non chiarisce niente. È un libro bello proprio perché non è una indagine ma la contemplazione di una cosa che non si potrà mai chiarire» (questa frase dell’intervista, il più delle volte tagliata quando raccolta in volume, è non meno profetica di quanto le tiene dietro – sulla sorte di chi la pronuncia).

Prima di Maria Anna Mariani non l’aveva fatto notare nessuno, ma Pasolini e Sciascia – «fraterni e lontani», come il secondo definì il loro lungo e ambivalente rapporto – in comune avevano anche un’attenzione, turbata quanto obliqua, per la «questione nucleare»: che, analizzata in alcune delle sue testimonianze letterarie comprese fra gli anni Quaranta e gli Ottanta, è l’oggetto dell’ultimo libro di una delle nostre saggiste più intelligenti (e dunque per tempo estromessa dai patri confini accademici, prima a Seoul e ora a Chicago), pubblicato in inglese nel ’22 e tradotto ora dal Mulino: quando – segnala alla fine l’unica nota aggiunta per l’occasione – la paura della Bomba, data per «obsoleta» per il trentennio seguito all’89, è tornata inopinatamente d’attualità (sicché vale anche per lei – non so quanto le possa far piacere sentirselo dire – l’intonazione profetica ravvisata da Mariani negli interpreti più “gridati” di quel sentimento collettivo, come l’Elsa Morante sguaiata della Storia e tutto l’ultimo, giustamente negletto Carlo Cassola).    

Aztec esplode a Christmas Island (1962). Da 100 soli di Michael Light

Turbato è per antonomasia il Pasolini della Rabbia, che nei minuti più memorabili di quel “saggio per immagini” del ’63 (al netto dello sconcio tagliaecuci imposto per par condicio dal produttore Ferranti aggiungendo, alle sue immagini di montaggio, quelle di Giovanni Guareschi: lavoro «neanche missino, da anni Trenta», secondo il Pasolini co-autore coatto da contratto) mise a confronto, con «stacco di montaggio che lascia senza fiato chi guarda», la chioma platinata di Marilyn Monroe, morta l’anno prima, e il fungo di luce di un’esplosione termonucleare splendente «nella sommità dei Cieli». Evidente l’allusione che faceva “rimare” l’arma di distruzione di massa con l’eccidio comminato alla vittima sacrificale di quella che non si chiamava ancora «società dello spettacolo», ma in effetti – fa notare Mariani, ben esercitando l’intelligenza del collegamento a distanza che Pasolini vuole sollecitare nel suo spettatore – la metafora visiva alludeva alla sessualizzazione mediatica che della Bomba s’era fatta, si può dire, sin dal suo apparire sulla scena. L’ordigno sperimentale lanciato nell’estate del ’46 sull’atollo di Bikini, nel Pacifico, che uccise “solo” un popolo di capre (ispirando a un giovane Calvino una riflessione sull’«uomo come non staccato dal resto della natura»: prima testimonianza italiana che consente a Mariani una sua rilettura “ecologica” contro gli stolidi stereotipi, duri a morire, della sua «leggerezza» e disimpegno), venne effigiato con l’icona di Rita Hayworth in Gilda, e prontamente lo stilista Louis Réard battezzò «bikini» un costume da bagno destinato a fama imperitura (sino alla catacresi che, di quel nome, oggi dimentica l’origine).

Romeo esplode a Bikini (1954). Da 100 soli di Michael Light

Se ne accorse l’allora amicissima di Pasolini Elsa Morante, nel romanzo inedito Senza i conforti della religione (l’insight nelle cui carte è fra le novità più cospicue del saggio di Mariani) prima che nei saggi di Pro o contro la bomba atomica: la metafora della «bomba sexy» banalizza «l’orrore dell’atomica» così occultato, per così dire, per eccesso di esposizione.

Una vera e propria strategia dell’oscenità, che tuttora censura le conseguenze mostruose del fallout dietro l’icona sublime del Fungo (per la verità con qualche eccezione: come il film di Alain Resnais, Hiroshima mon amour, che precede di quattro anni quello di Pasolini), si raddensa in questa scelta oscena, nel senso più denotativo, dell’infotainment globale.

Baker esplode a Bikini (1946). Da 100 soli di Michael Light

Ma l’aspetto più problematico di questa coniunctio viene in parte eluso persino dall’instancabile acribia di Mariani. Vi ha insistito invece Georges Didi-Huberman nel breve, fulminante saggio ispiratogli proprio dalla Rabbia di Pasolini, Sentire il grisou: il sentimento ambivalente che proviamo per la Bomba – che ubbidisce, aveva capito Morante, a una collettiva pulsione di morte – quel Fungo ce lo fa trovare bello, infatti, almeno quanto terribile: sublime, cioè, nel senso filosofico della parola. L’altro accostamento che fa Pasolini è infatti con l’arte, per lui colpevole di estetismo appunto, dell’“informale” Fautrier (ha raccontato una volta Carlo Di Carlo, suo aiuto regista nell’occasione, la sofferenza provata a dover scegliere a questo scopo i quadri di Fautrier, da lui invece assai amato, da Pasolini contrapposti a quelli di Guttuso – che della Rabbia era, insieme a quella di Giorgio Bassani, voice off a commento). E trattava come immagini d’arte, le foto di quelle esplosioni, un libro pubblicato da Contrasto vent’anni fa (al culmine dell’obsolescenza di cui sopra), 100 soli di – nomen omen – Michael Light. Un libro, si deve ammettere a denti stretti, spettacolare.

Wilson esplode in Nevada (1957). Da 100 soli di Michael Light

Ma proprio la condizione dello spettatore (o meglio del bystander, il «complice involontario e passivo» quale è stata nel suo complesso, secondo Mariani, l’opinione pubblica di un paese come l’Italia: che Bombe non ne ha ma, senza darsene troppo pensiero, ne ospita tuttora a profusione) viene messa in questione, con «tattiche retoriche» diversissime, dagli scrittori discussi dal saggio. A fronte delle prese di posizione locupletate dal Moravia tardo, con semplicismo intellettuale da far cascare le braccia (l’argomento più appuntito, sull’istinto di morte collettivo, è preso di sana pianta – beninteso senza citare l’ex moglie – dai saggi di Morante), e dell’allegoria apocalittica del Paolo Volponi di Corporale (da Mariani liquidato troppo sbrigativamente, come le testimonianze di Zanzotto e del mai citato Pagliarani di Lezione di fisica, un cui verso vale tutti gli editoriali di Moravia), le metafore liriche di Pasolini, le Cosmicomiche di Calvino e soprattutto La scomparsa di Majorana di Sciascia – cui sono dedicate le pagine più avvincenti del saggio – sono accomunati da una «tattica» obliqua, allusiva, non a caso problematica. Scrivere “frontalmente” della Bomba (come non a caso rinuncia a fare Morante nella Storia) non si può, come non si può contemplare la sua esplosione direttamente perché, spiega Mariani, «provocherebbe un’ustione di terzo grado sulla retina nuda. In questo rendere visibile ciò che è inguardabile, ogni filmato di esplosione atomica è osceno». Diceva già François de la Rochefoucauld che «né il sole né la morte si possono guardare in faccia a lungo»: il sole mortifero della Bomba letteralizza la sua metafora.

Spettatori dell’esplosione di Dog a Enewetak (1951). Da 100 soli di Michael Light

Se non era di suo conio esclusivo la tesi di fondo del pamphlet del ’75 (secondo la quale il giovane fisico siciliano del gruppo di Via Panisperna avrebbe fatto perdere le sue tracce, nel 1938, perché già consapevole delle potenzialità belliche delle ricerche sulla fissione nucleare), le conseguenze radicali che ne trasse Sciascia – di condanna inappellabile di ogni ricerca scientifica che, come quella da lui attribuita a Fermi e Oppenheimer, anteponga l’élan della «scoperta» agli interrogativi etici sulle sue conseguenze – vennero, a suo tempo, aspramente discusse (ma non era Sciascia l’Inquisitore più estremo: Guido Ceronetti proponeva, per i nomi di quegli scienziati, una letterale damnatio memoriæ). Ha ragione Mariani: il Majorana di Sciascia, più che un eroe, è un santo; e il testo sulle sue gesta (o non-gesta, piuttosto) un’agiografia. Con la sorprendente particolarità, però, che la sua “inchiesta” non chiarisce niente, come diceva Pasolini a suo massimo elogio. Pensava forse Sciascia, come penserà più avanti Giorgio Agamben, che la vicenda di Majorana fosse indecidibile proprio come il comportamento delle particelle secondo la fisica quantistica. E dunque, più che un’agiografia, quello scritto da Sciascia era un mistero: nel senso medievale del termine. Si capisce che l’avesse preso a cuore l’ultimissimo Pasolini, in quel momento alle prese con l’ancora più intricato «mistero» di Petrolio. Per un caso davvero misterioso, collegati a distanza come appunto quantistica vuole, i due scrittori stavano entrambi indagando sulle due fonti di energia che si contendevano il campo: e sulle passioni colpevoli suscitate dall’una quanto dall’altra.

Maria Anna Mariani
L’Italia e la bomba. Letteratura nell’età nucleare
il Mulino, 2025
219 pp., € 24

Una versione più breve di questo articolo è apparsa sulla «Domenica» del «Sole 24 Ore»

Andrea Cortellessa

Andrea Cortellessa

è nato a Roma nel 1968. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre. Ha curato mostre e testi (tra gli altri di de Chirico, Manganelli, Pagliarani, Raboni, Rosselli, Zanzotto, Di Ruscio, Paolini, Parmiggiani e Serafini), realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. Fra i suoi ultimi libri “Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia di poeti italiani nella Prima guerra mondiale” (Bompiani 2018), “Andrea Zanzotto. Il canto nella terra” (Laterza 2021), “Filologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli” (Argolibri 2022), “Amelia Rosselli. Con l’ascia dietro le nostre spalle” (Electa 2024), “Forse che sì. Joyce fra Pascoli e Gadda”; (Quodlibet 2025) e “Una ragione di più per andare all’inferno. Vedere, Pasolini” (Treccani 2025). È nella redazione delle riviste “il verri”, “Strumenti critici” e “Moderna”, e tra i fondatori di “Antinomie. Scritture e immagini”; collabora al “manifesto”, al “Corriere della Sera”, alla “Domenica”del “Sole 24 ore”, al “Giornale dell’Arte” e ad altre testate.

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