Si conclude il 12 gennaio al Pirelli HangarBicocca A Seed Under Our Tongue, mostra antologica dedicata all’artista uzbeka Saodat Ismailova, il cui lavoro si pone nell’intersezione fra cinema, suono, testo, testure tessili, arte visiva, è una ricerca che sincreticamente include temi e forme legati ai poteri (e agli agenti animali) della natura, tuttavia vivi nell’orlo della loro contrazione o nell’avvenuta sparizione; della radiante matericità dei corpi (specialmente femminili) per concreta gemmazione di sogni ed ancestrali schegge d’una memoria individual-collettiva (culturale o rituale), compressa in labile fantasma ma pure promanante da ogni grano di quell’articolato territorio eurasiatico (fiume, steppa, montagna, foresta, prosciugato lago e sue sabbie, spazio ipogeo); dei segni dell’eredità coloniale dall’impero sovietico, brutalizzante la sacralità del paesaggio (sovrapponendovi aliene, incongrue architetture e costruzioni monumentali) e l’ecologia, e fertilità, del territorio (specie per l’esaurimento e “invisibilizzazione” del grande lago, l’Aral, a seguito di un progetto di deviazione delle acque dei suoi due affluenti maggiori, a finalità agricole); delle possibilità d’una trasmissione dei (già ancestrali) saperi, nella stessa mutazione che il suo processo comporta: attivabile ancora, nel passaggio di generazioni, tramite la consegna d’un “seme” di conoscenza, che pure potrà ri/generarsi allargando nature imprevedibili, di volta in volta fecondanti, magiche, insidiosamente streganti.
Lo stratificato (articolato, virtuosamente ambivalente) mondo poetico di Ismailova, nella sua stasi-movimento, è in grado come pochi altri di installarsi, nelle fibre stesse di chi è a esplorarlo, in qualità di ambiente, ipnotico e potente; tanto meglio se entro un concetto espositivo – come quello ideato qui assieme alla curatrice Roberta Tenconi – che appare insieme unitario e molteplice, fitto d’intersezioni di luci suoni voci (ossia la voce, stessa – sola e multipla – di Saodat) promananti dalle differenti e sempre spezzate proiezioni (sei i cortometraggi) e dalle opere, ibride o statiche, radianti tessuti o reliquie. Senza pretesa di illustrare il concreto-denso immaginario dell’artista-sciamana, ma solo importando, e ri-trattando (testandoli in altre fibre), modi e motivi che lo muovono, colui che scrive ha provato, esploratore verbale dei suoi veli rigonfi d’alieni incantamenti, a conferire levitazioni ulteriori alle opere non-filmiche, esposte nell’opalescente buio della sala; e però, rendendoli come filmicamente, per successione di fotogrammi (poco importa se fermi oppure sfarfallanti): scrutando ancora, per derive saldamente smarrite, nel luminescente seme del loro sortilegio.
Il Public Program dedicato alla mostra prevede come ultimo evento, giovedì 9 gennaio 2025 alle 19, la sound-performance Waterbowls della compositrice e artista Tomoko Sauvage (autrice della colonna sonora del film in tri-proiezione Chillahona, installato in mostra), in cui il dispositivo sonoro, composto di ciotole di porcellana trasformate in strumenti elettroacustici acquei (“waterbowls”, appunto), si attiverà ponendosi in dialogo con le opere nell’ampio spazio espositivo dell’Hangar.

(quando svanire)
Sullo sfilarsi dei veli, in trasparenza si spengono palindrome le ore, che da ciascuna delle due fonti si proietta. Ventiquattro i tessuti su cui trapassi la luce, l’uno sull’altro gli strati per spegnersi nel medio, bruciando invece dall’occhio opposto, specchiante fuoco che irrifletta, attraversi; il giorno, ondulando sagome di spettro sul vento delle tramature, e senza corpo, i profili, increspino gli ossi scoscesi della montagna allo sfinire. Come in dissolversi, velo sopra altro velo, come covare il tuo fuoco nel nucleo della cecità. Come incrociare, tutto quello che resta, nel bagliore sottocenere, sovrapporre i passati che si replicano, nell’ascendere a zero delle trame. Sulle linee del vento che solleviamo, noi che passiamo allato delle sete, bruciando nel fuoco dell’oscuro. Risucchiare futuri a zero, sugli opachi schermi della memoria, per i cui fili s’imprima ogni più muta armonia di svanimenti.
tutte le cose persero colore
si dissolvevano in gradazioni d’ombra
le voci tutt’intorno si confusero,
ma noi non smettevamo di guardare
coi diciottomila occhi spalancati
le diciottomila nostre altre lune

(sotto la lingua)
Un seme giace nella radice del dire, nella culla del suono, lì racchiuso dal corso dei millenni. Non articola sillabe, non modula note se non impercepite, umettato un seme dentro la crosta cova filamenti, inarca linee di incognite scrizioni. Ispessisce la curva del vibrare, scava dal nucleo perché al colmo alfabeti ne riesplodano; graffiando l’aria il suo intrico di raggi, tatuando tracce che si replichino sul grasso terrestre, le sue impronte spezza come entro il soffice manto del derma, che, non più, ci contiene. Invisibile un seme, per minuscoli cerchi, scava dalla bocca all’altra bocca questa catena piccola di segnali luccicanti, e bolle inanella e che si stacchino e d’un solo moto poi s’interrino, nell’istante che dilata la luce del trasmettersi. Il seme è d’oro, il solco è sola fiamma, ara il tuo suolo lo spettro della voce, il fiato scanala ruggiti sulla pianura lì dove improvviso dalla radice si leva un popolo di uomini-noce; quando dal fitto dei tronchi a vortice spira tossico il vento della lingua, e qui ingrassa e miela di dèmoni il tuo sonno. Un grano d’oro, il seme, è la pupilla della belva, madre, disparsa, e a spirale verbi inauditi dalla gola vibra per il fitto del bosco; per la coltre di foglie entro cui giaci: e giù dal fondo muove per incessare di fruscìo, come la terra tutta, lingua, fosse, papilla, parola, fosse saliva.
vorrei volare via
fuori degli orizzonti
staccarmi dalla base
non mi trattiene, la terra
ma nemmeno mi lascia
libera di andare

(antenata)
Dentro il cristallo degli ossi siede la memoria dell’acqua. Giù del riflesso d’opale si allarga il ruggito degli spiriti. Sono in secca, le acque, senza suono, il ruggito, fossile l’orma della corrente scava nei visceri della terra isterilita, farmaco è il seme nell’impronta della vena a divenire suono. Ma lui, il guaritore il tuo messo d’ombra, è pietra adesso nel letto asciutto del fiume, lo spettro della voce suscita sparsi i fluidi i sogni ringoiati nella sabbia: la tastiera sfiora dell’ossario di massi, ne preme infuori il midollo d’una luce diafana. Dal suo gesto fantasma, traccia la cartografia d’un territorio rappreso; vento solo a disciogliere il ricordo dello scorrere, suscitare la memoria del flusso, a scavo rivelare la traccia, come, aggrumata, dello sfociare nel lago di rena. Così stagnano i sonni, lungo le pozze i risucchi del fiume che qui non sfocia, come detriti si arrestano sulle onde impresse nella sabbia. Pulsato da una teca d’ossi, dissepolti dal nucleo spento del bacino, un raggio corre per l’occhio tuo di tigre, trapassa i cumuli dei sogni arenati e abbagliando leviga reliquie, sloga e le raduna per i riti d’ombra del tuo popolo che assorto giace entro fibra d’ologramma. Tu zanna, tu artiglio, tu ombra che traspari per guidarmi. Per lo slancio del tuo balzo, per il fiato caldo sulla mia spalla spinto per la forza d’un ruggito, dal gelo proteggimi antenata e dai venti aridi dalla dimenticanza dell’acqua; rendimi la memoria, impressa filigrana nel mio corpo, ch’io decritti le parole celate nello screziarsi del tuo manto; e, per un boato solo, dalla gola della terra, raccordami alla linea del presente, ché alla mia si intrecci la lucentezza dei tuoi ossi.
è il tempo il mio rivale
lo inseguo tra i meandri della terra
lo divido per strati
alle volte accelerandolo
altre rallentandolo
e lui non cessa di scandirsi
nei miei giorni

(scavare geòdi)
A mezza costa, sbucate a un tratto dal lento pellegrinare; penetrano, le membra, le cavità della montagna, che dalla volta bassa cadenzino le gocce della guarigione. Tronchi che dal sommo della testa s’incuneino negli anfratti della roccia, dei massi; e le pareti, dei brevi antri, si allargano e si levigano per il premere dei corpi, le ossa s’inghiottono gli occhi gemmano si saldano ai liquori della pietra. La grotta che scavarono i nostri corpi, mutili, offesi, ha consistenza di zucchero la grotta, e di candito e illiquidendo lievita: come cedesse, a giro, per strappo d’anime, traslucido un cangiare di lucori di resina. E fondono materie fossili sui bordi della pelle che ci brucia, mentre si affonda e solidifica, il vuoto del respiro nella roccia; e che incandisce, a cuneo; è seme d’osso ora piantato nella fibra della terra. La nostra lingua, leviga la roccia, la voce incide di graffi sovrapposti, come uno spezzato ritmarsi di ex-voto a sbalzo dalle incisioni; e guardo, al cono di luce, impresso al sommo della cavità, quando satinato il mio corpo modella il geòde che lo stringe, ne smussa i cristalli taglienti, e pulsa all’unisono della sua semitrasparenza rupestre. Levo lo sguardo, scivolando nel nucleo, intorno al quale la nostra densità s’è espansa e si contrae; in cecità stampando pieghe, nella pasta della grotta, ne scandisco le pareti soffici; che si accendano, fumi promanino, per la madreperla dei nostri labirinti.
lettera dopo lettera
sul telaio dei nostri alfabeti
ricami affiorano dal passato
e ho paura di guardare
dietro il velo delle parole

(stanza)
Girano mondi su una corona d’occhi. Stringono stelle ai lati, portano ai bordi aculei. Uno scorpione si sdoppia su ciascuna delle sponde, per il verso dei cieli. La sfera d’occhi scortano, venefici custodi. Un serpente a due teste, un grifone, una lupa storpia, sul ricamo del velo nuovamente appaiono, impressi dalla spirale del guardare. Muovo i miei raggi al fondo di pupilla. Cerco il calore che animi dal centro. Sillabe, affiorano, dal retro dello schermo. Pulsano qui per quello che s’è perso. Acqua chiedo, fluire chiedo, ancora acqua. Che diventai l’onda della luce.
Saodat Ismailova
A Seed Under Our Tongue
a cura di Roberta Tenconi
Milano, Hangar Bicocca
fino al 12 gennaio 2025
Titoli originali delle opere qui ri-composte: in successione, As We Fade, A Seed Under Our Tongue, A Guide, an Ancestor, a Tiger, a Healer, The Mountain Our Bodies Emptied (tutte del 2024), e infine il tessuto ricamato (falak), cangiante, che completa, lateralmente, la multiproiezione di Chillahona (2022). I versi presenti in questa sequenza sono invece adattamenti di passi verbali, fra quelli pronunziati dall’artista nella colonna audio dei cortometraggi.
In copertina: Saodat Ismailova, Talosh
