Partirsi

02/04/2024

Sesto uscito nella bella collana «Adamàs» diretta da Tommaso Di Dio, Ivan Schiavone e Vincenzo Frungillo (con quarta di copertina di quest’ultimo) per l’editore La Vita Felice, è fresco di stampa il nuovo libro di poesia di Tommaso Ottonieri, Cinema di sortilegi (148 pp., € 15): che, non solo per il titolo, si gemella con l’ultima prova saggistica del suo alter ego ortonimo, Tommaso Pomilio, già presentata qui: Il rovescio di un minuto (edizioni del verri 2023). L’espianto qui selezionato dall’autore, e da lui illustrato con alcune immagini agenti dell’archivio di famiglia (con un procedimento di ri-iconizzazione, diciamo – o «lettura aumentata» –, già sperimentato in questa sede con Valerio Magrelli), è la parte conclusiva della terzultima delle dieci prose che compongono il libro (in parte anticipate qui su «Antinomie»). S’è detto infatti «libro di poesia», ma per vero è questo il lemma – dell’ormai anche quantitativamente ragguardevole corpus ottonieresco – in assoluto più radicale, nell’esporre a giorno il paradosso che (sin dall’esordio di Dalle memorie di un piccolo ipertrofico, in tutti i sensi tenuto a battesimo da Edoardo Sanguineti da Feltrinelli nell’80, e riproposto nel 2008 da NoReply) di quest’opera è fondativo: quello di portare fino in fondo la sintassi metonimica e analogica della poesia (la «cinematografia sentimentale» codificata dal Campana “orfico”), però vietandosi l’uso del suo strumento storicamente più congeniale, quello del verso.

Malgrado per unanime riconoscimento sia virtuoso consumato d’ogni metrica immaginabile (o forse proprio per questo), se c’è un campo nel quale Tommaso eccelle incontrastato, infatti, è quello della prosa. Che non è, si badi, la «prosa in prosa» settata dalla generazione di sperimentatori successiva alla sua, non coltiva tautologie né denotazioni più o meno concettuali: per viceversa enfatizzare quei paraphernalia ritmici e figurali che al Novecento (e ben oltre, come si vede) ha consegnato la «rivoluzione del linguaggio poetico» operata, a suo tempo, dalla pattuglia stellare dei primi simbolisti francesi. Gli echi dal repertorio di quei «poèmes en prose» (da Rimbaud e non solo: all’inizio di questa storia c’era per esempio Laforgue) sono evidenti, e hanno valore d’omaggio.

Rispetto a questa tradizione onusta di nobiltà, ma negli anni Settanta della sua formazione già portata a oltranze difficilmente superabili dai migliori rappresentanti della generazione precedente (si pensi ad autori come Giampiero Neri e Cosimo Ortesta), Ottonieri ha inteso imprimere un opportuno giro di vite: che forse solo in queste ultime prove viene a giorno flagrante. L’insistere suo recente, sulla metafora strutturale del cinema, non è solo l’esito d’una passione spettatoriale sempre più pronunciata (né quello, va aggiunto, d’una prassi didattica che l’ortonimo pratica da un pezzo alla «Sapienza»); ma, direi soprattutto, la resa latente d’un dispositivo da sempre attivo, in effetti, ma dai connotati ora più riconoscibili; e che una volta ha spiegato, riferendosi all’amico Fellini, un autore che Tommaso (et pour cause, allora) negli ultimi anni ha preso a (ri)leggere con costanza. È stato Andrea Zanzotto a spiegare (in uno dei mirabili testi compresi nella silloge Il cinema brucia e illumina, Marsilio 2011) come in quel campo visuale l’«ordine» delle immagini non fosse «prestabilito» (canonicamente, nella forma deputata della sceneggiatura) ma «si formasse come per spinta “endofilmica”», con «le immagini» che «sgorgavano l’una dall’altra». Quella descritta in questi termini da Zanzotto era naturalmente, in realtà, la prassi della sua stessa poesia (specie nel periodo più intensamente psico-tropo, negli Sguardi i Fatti e Senhal e dintorni): nella cui «metonimia strutturale» (come incertamente ho provato a definirla) entrano in soluzione le «materie prime», altrove solidissime, del suo canto nella terra.

Il fort-da peristaltico che si osserva nella produzione più recente di Ottonieri, tra verso e prosa, va allora inteso anzitutto come epifenomeno d’un continuo moto sussultorio di natura psichica (non è certo un caso che, nella presente selezione, abbia finito per selezionare i movimenti più direttamente ispirati dal fantasma materno: laddove nelle sue prose “narrative” – come quelle mirabili delle Strade che portano al Fùcino – è l’altro totem di famiglia, paterno, a farla da innominabile protagonista). L’addensarsi prosastico e il diluirsi versale sono i poli d’una a-dialettica perfettamente antinomica: non è neppure un caso che diversi episodi di Cinema di sortilegi conoscano alternate takes in versi, appunto, nella raccolta più recente dal titolo infatti alquanto zanzottiano, Geòdi (Aragno 2015), sintomaticamente suggellata da un’altra «emozione culturale» di lunga durata, nel suo immaginario, come quella alchemica. La pietra filosofale e l’acqua lustrale sono da sempre i fuochi della sua ellisse-eclisse, freudianamente interminabile.

Andrea Cortellessa

  

…………….. Circondo il lago dalle sponde interne il gorgoglìo dei deflussi, il fermarsi del sangue. Occhi sgranati dalle caverne, lo spolverìo, l’argento; riscavo il tuo solco d’ori spenti, il fango breve dal fondo delle cave, la scia lenta dei lucci sfaldati d’ombre, l’orma densa dell’acqua, lento di sogno il vorticare morto di squame; a tratti, sul tonfo lontano d’un passo mosso dai cunicoli, questa scaglia remota di suono, si allarga sul fluttuare delle pareti, deglutisci dall’esofago ciò che resta della voce, l’alga, in un fiotto breve, un groviglio di suoni che tirano ovunque, non qui. Avevo provato a nutrirti madre di pasti sempre più liquidi, nello scivolare delle corsie, la luce fioca dei lumi la sospensione dei catèteri; a sventare il cratere da cui tu stavi esalando, dalle tue labbra via, e già spento il tuo canto scivolava dai gradini sotto l’intermittenza dei campanelli e i dementi gridi delle rimaste cieche; salivo giri di scale superando reparti di ostetricia, i suoni brevi di rivenuti al mondo verso te che ovunque ne partivi, salivo al picco delle degenze senza uscita col piccolo involto con cui credevo poter inocularti calorie; dall’angolo della bocca pastoso ti sgorgava un rigagnolo biancastro, già fluttuanti, i tuoi occhi, nel fermo del lago vuoto in cui avesti nascenza.

Fori la luce nello specchio d’una piana, dalla bocca di rame, la conca che non suona le sue onde non più. Emersa nel vento biancolatte del tuo villaggio di polvere e stoppie e scalpitii brevi di bestie. E pesante d’odore il mallo da cui venisti fuori, pervadente l’aria bassa il senso che fumava della ciancia, la muffa fermentata dai canali; sgusciasti fuori tu nel piombo della terra, spinta da un tremore sottostante, le schegge dei monti a convergere in un fondo che ribolle sotto la melma prosciugata via una spelonca inarcata di zanne, che non smette, non smette di succhiare. Pensi alla cova sottocenere, il limo sparso, spento, che rumoreggia sotto la linea dei pioppi e senz’ombra di voce; senti il roteare degli ovuli, l’attesa dell’innesco, ti pressa lo scrosciare del sangue nell’eco delle melodie che slontanano. Tra i crocevia del tuo deserto e accanto agli alti fusti nella monta della memoria dell’acqua, i carri di Tespi, di tua infanzia selvaggia, divergevano popolando il silenzio d’una geometria sconnessa di maschere e imbellettamenti, carni sciolte sotto il cerone e ugole a srotolare sotto le lanterne fioche di scena a scuotere verticale il loro intreccio d’arie: tenue la pioggia smossa dalla cima dei pioppi là sopra, addosso alle file di sedie scomposte nel ruggito dei baracconi le sinfonie il loro scroscio s’allagavano negli occhi. Per il dileguarsi dell’aria, sul battito di mano. La goccia, allarga concentriche le sue linee sulla spirale delle pozzanghere, nel fumo quieto dei conci, i gracidìi terrestri le fermentazioni stese sullo spento della festa.

Sei scesa dalla bici, con la tua amica allora inseparabile, sui rettilinei della piana, le bacchette dei freni mordono il fossato le dinamo disinnescate, ridi allo scatto del fotografo nel bianco e nero un’idea di sole a velo, i capelli tirati indietro il vento, stende i contorni, sul rumore vegetale dei canali. Sento il levitare di ninfee e occhi che in voi scintillano, nel riflesso dello scatto, come se quel deserto si abitasse delle vostre labbra, delle tue labbra, del cristallo di suono assorbito dal nitrato. Rimani chiusa nella stasi d’una posa, per impressionare la lastra; bambina, quando eri. Tua madre porta un cappello con delle brevi falde, alti gli zigomi, tuo padre lo sguardo transoceanico di chi è tornato da emigrazioni lontane, spinte alle coste del Pacifico, qui sul bordo della landa prosciugata, lo scatto imprime d’ombrature invisibili le pieghe del salotto lasciate fra le cose, gli occhi di tuo fratello scintillano sul fondo della camera oscura; così i tuoi occhi, la figura raccolta nei raggi della madre, quasi raccogliendo la sua ombra, quasi sapendone già adesso l’incombere dello svanire, sui suoi contorni il risucchio dello sfondo il vapore a scancellarli, e tu buttata nel vento a imbuto del graffio dei fantasmi.

Sei al bordo delle scale del villaggio paterno, a monte dei binari, sei con Mario e lui ha preso la tua mano, tra muri scrostati di baracche e danzate nel sole di piombo che si stende sulla piana, lui un’espressione buffa e il tuo sorriso s’è aperto, il villaggio, un deserto, è il proscenio d’operetta, siete a mezz’aria il passo del vostro valzer. Voi sul pattìno fermo a riva e Mario ha una maglietta a righe e mi circondi delle tue braccia, il mio berretto piccolo la spiaggia capriola tutt’intorno gli ombrelloni come per staccarsi da terra, come razzi obliqui a spararsi sulle macchie solari, eliche, lische, pesci d’aria, i bagnanti scomposti in cerchi attorno a quelle parodie di contraeree, e mi circondi gracili le spalle e gli occhi gravitanti nel fermo della camera, mentre tutto si muove e non il pattìno, e lo sfondo si allontana per sempre nell’oblio del fermo immagine, nel suo sale. Avvolti i capelli nel fazzoletto, il nodo a pelo del collo, accanto al largo fontanile del villaggio di conche mentre scali l’urlo gelido del novembre, china la testa a proteggerla dal vento; stesso drappo, poi, sul cedere di schianto del tuo passo, all’inciampo, nel fondersi d’asfalto tra i feroci boati della mezzanotte, in un capodanno prima della fine del tuo secolo, le sirene impazzite ignare della frattura. Ma ti vedo invece in quello scatto estivo adagiata contro il muro della stanza, tenendo gli occhiali da una stanghetta, sotto il peso obliquo delle litografie sui muri mentre guardi la camera con dolcezza improvvisa e perplessa. Una voce poco fa, nel silenzio delle stanze rotte dagli urli brevi dei dementi, Parigi o cara, cantando l’aria risalita dal vento di Tespi, come se fosse ancora il tempo di fuggire ancora come se ancora la tua casa fosse aperta se le rose non fossero un groviglio di spine, non ti avvolgessero i capelli, come se avessimo potuto invertire la clessidra e non il tempo avesse preso ad aspirare all’indietro, il tuo passo scandito dal confondersi di arie, caro nome, casta diva, nacqui all’affanno, il salmastro del vento, gli infissi sfessurano, gli armadi lo stantio nel cellofan, le stoviglie sbeccate, una voce poco fa. Su un minuscolo foglio di risulta, la calligrafia tremante, e, scrivi, nel cavo della poltrona, lo spazio si fa calco, non corpo né ombra non è luce, nulla più che porzione di vuoto, aspirata da un vapore di sabbie.

Ora che t’hanno sigillata dentro un missile. Senza conto alla rovescia. Stretta fra le pareti di velluto in una veste che non indossavi da anni. Così sei saltata via, nemmeno un suono, lo smozzicarsi di una parola. Il sibilo della saldatrice, la tua bocca murata prima che le labbra si tendessero i denti potessero cominciare la pronunzia del loro canto spinto fuori da un abisso d’oceano. E sei nel campo, a pochi metri dalla casa greve di stucchi che ti vide nascere, il portone sul ciglio della strada come una stazione di posta, il morello staccato dalla carrozza. La conca in cui venisti, culla di pietra e di deflusso, preme i suoi residui in un fondo che discende a imbuto, si sfrange in strati inferiori una pila di squame terrestri, verso epicentri eventuali a innescarne la carica: e l’acqua, sottotraccia, fluita lontana da te, evaporando sul chiuso di costellazioni che ti accolgano, e a giro l’acqua e esplodono semi di fuochi fuori del respiro. Così navighi, nel microspazio del tuo missile. La via aperta, il varco che ti attende. Il cemento che ti culli, guscio al tuo guscio, per il viaggio agl’iperspazi che non avrai sognato. Ora si allarga, di sangue o corallo, la grotta al fendere della scia nel campo sommerso, apri di velluto scivoloso un corridoio fra le praterie di alghe, la punta del capo a scostare i lembi del viaggio: dal fondo del tuo spazio, sul retro buio della lastra, il varco angusto da cui sigillata partisti. La rampa che sporge sull’asciutto del lago, che punta sul brusìo dei satelliti. Come abbaglio in un laser oltre il muro del suono, il missile stagno s’inabissa nel fantasma dell’acqua, s’esplode all’accecarsi della luce, quando il conto alla rovescia s’è azzerato. E sordo avverto l’eco del tuo tuffo, io di qua dalla lastra, dalla rampa. L’aprirsi del silenzio supersonico, le correnti dell’acqua fantasma, il cortocircuito dei satelliti il sovrapporsi delle ricezioni in segmenti di babele; in trasparenza che fluttui tra le bolle, i colpi di coda delle occhiate si spalancano ai bordi spogli e spengono, una corona di scintille a estinguersi nel distacco del fiato: per volare da lì, sull’autostrada lattea, trascinata la massa d’acqua negli spazi per l’idea di un sempre senza voce, si scuotono le code delle sillabe che convochi ancora al tuo partirsi e però, cozzano confuse. Restano a suonare inerti quando già lontana è la tua scia. Come conchiglie vuote, sogni senza memoria, dai fili pendono sulla vita, alla fine del dolore.

La pescatrice di corallo abita nella casa che si ribalta a picco verso il lago inghiottito, le onde di terra i fazzoletti d’orto, la casa le pareti scrostate dell’intonaco, a costa che scoscendono ora deserte le casupole delle galline: lì dove si ammassano i detriti dei trapassati, le vecchie stufe senza canna, in forma d’eco l’agonia grassa del maiale le fessure, i mondi a ruota polverizzando ruggine sull’impiantito. E gole di roccia s’allargano a vertigine giusto a un soffio dal suo tuffo, affondano sulla memoria dell’acqua, di sotto al giro più alto dei falconi. Scruto i cerchi che si allargano l’uno dall’altro, prima della risalita, le bolle piccole che emergono a pelo d’acqua per esplodere, il virare delle occhiate che ne sfiorano la seta della pelle, i secondi interminabili prima del respiro. Sotto la superficie, impercettibili le praterie d’erbe acquatiche s’accendono rosse di linfa, amplificano il silenzio degli astri, l’intreccio a tuono il labirinto dei segnali. E lei, la lama sottilissima tra i denti, cristallo liquido la lacrima a sbocciarne ad angolo di palpebra, come cammeo, lei carezza il vuoto di quel fondo alla colta del ramo di sangue, che si rischiuda, per salire in vita dagli spazi; e intagliano partiture d’aria le punte delle sue dita lievi.

Tommaso Ottonieri

(1958), dopo l’esordio di "Dalle memorie di un piccolo ipertrofico" (Feltrinelli 1980, prefazione di Edoardo Sanguineti), ha pubblicato, ancora in prosa: "Coniugativo" (Corpo10 1984), "Crema acida" (Lupelli e Manni 1997), "L’album crèmisi" (Empirìa 2000), "Le strade che portano al Fùcino" ( Le Lettere – Furi Formato 2007); in versi, "Elegia Sanremese" (Bompiani 1998, prefazione di Manlio Sgalambro), "Contatto" (Cronopio 2002), "Geodi" (Aragno 2015); in critica-teoria, "La plastica della lingua: stili in fuga lungo un’età postrema" (Bollati Boringhieri 2000). Numerosi, a partire dagli anni degli’esordi, i contributi su riviste, plaquettes varie, cataloghi, siti web, volumi antologici e altre opere collettive, di cui diverse a sua cura (fra queste, "Bassa Fedeltà: l’arte nell’epoca della riproduzione tecnica totale", Bollati Boringhieri 2000), e in radiofonia. Nell'ortònimo (Pomilio), è docente di contemporaneistica presso La Sapienza, autore di diversi contributi otto-novecenteschi, su tematiche letterarie e intermediali.

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