Si è aperta il 26 ottobre (e resterà visitabile sino al 25 gennaio) a Napoli, in una sede inconsueta e auratica come il Museo del Tesoro di San Gennaro, la personale Una Nuvola come Tappeto di Giulia Piscitelli. Dal catalogo edito da D’Uva, che comprende anche fotografie di Amedeo Benestante e testi di Erri De Luca, Mons. Vincenzo De Gregorio Abate della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro, e Francesca Ummarino direttrice del Museo, si propone ai lettori di «Antinomie» il testo di Stefano Chiodi.
Il 25 marzo di un anno qualunque Kovalëv si guarda allo specchio e scopre di aver perso il naso. Il naso, proprio il suo naso, con il quale non aveva mai avuto da ridire, non c’è più. Non sa bene cosa fare, con un fazzoletto davanti alla faccia esce di casa e vaga per San Pietroburgo, finché d’un tratto lo vede: il suo naso, possibile? Lui! Ha due braccia e due gambe, veste “un’uniforme ricamata in oro, con un grande colletto rigido […] pantaloni scamosciati e la spada al fianco”. Kovalëv lo insegue, lo ferma, lo incalza, ma il naso – il suo naso – rinnega la paternità, gli gira le spalle, si dilegua. Quando ormai ha perso le speranze, un poliziotto gli porge il suo naso ritrovato, che però, nonostante l’intervento di un dottore, non vuole saperne di riattaccarsi. La notizia si diffonde, la gente accorre, vuole vedere con i propri occhi. Ma è vero? E come, e perché? E tuttavia “al mondo succedono le cose più inverosimili”, a tal punto che la mattina del 7 aprile, senza preavviso, il naso di Kovalëv si ritrova di nuovo al suo posto, come se niente fosse accaduto.
Il naso è un pezzo di carne pieno di stranezza. Protuberanza incline al grottesco, spesso discrimine tra bellezza e deformità, prolunga il corpo e può persino vivere una vita indipendente, diventare sineddoche e metafora: prendere per il naso, ficcare il naso, turarsi il naso. Se per Gogol’ il comico e l’assurdo hanno sottilmente a che fare col diavolo, un altro naso-reliquia alimenta da secoli il sentimento religioso nella cultura popolare partenopea. Si tratta della tradizione legata al culto di San Gennaro, il Santo col quale i napoletani intrattengono un dialogo prediletto. In una cappella del Santuario a Pozzuoli è custodita la pietra su cui si ritiene sia stato decapitato, insieme a un busto che lo raffigura. Secondo una leggenda, la scultura – in una versione, ma non è chiaro, certo molto più antica del marmo del XV secolo oggi visibile – pare fosse stata danneggiata dai corsari saraceni, che con un colpo di scimitarra ne avevano amputato il naso, lasciando sul volto del santo un vuoto inquietante e sacrilego. Inutile ogni tentativo di restaurarlo: una volta attaccati, i nuovi nasi cadevano. Ma un pescatore riconobbe finalmente la forma di un naso in una strana pietra tante volte pescata e rigettata in mare; la portò in chiesa dove volò letteralmente al suo posto, sul viso della statua. L’anomalia era sanata, il miracolo del corpo santo tornato integro connetteva il fedele al mysterium, all’oscuro inconoscibile della santità.

Il naso di gesso dorato che Giulia Piscitelli presenta nel Museo del Tesoro di San Gennaro semplicemente attaccato a una parete imprime a questa vicenda uno slittamento imprevisto. È il “naso” stesso dell’artista a essere esposto, o meglio una sua versione modellata e ingrandita, derivata da un anomalo autoritratto a pezzi realizzato nel 1997 dopo un doloroso incidente: sorta di vero/falso ex voto insinuatosi tra ex voto autentici nel luogo simbolo della pietà popolare napoletana. Questo “naso” d’autore è al tempo stesso testimonianza del passaggio dell’artista e un segno ambivalente, un frammento erratico che si riconnette alla lunghissima tradizione che dal mondo mediterraneo arcaico e poi classico si trasmise alla pietà popolare cristiana: testimoniare alla divinità la riconoscenza del fedele per una guarigione miracolosa, per la ritrovata fertilità o per uno scampato pericolo, tramite manufatti, iscrizioni o immagini che evocano di volta in volta un evento prodigioso, il corpo e finanche il singolo organo risanato. La straordinaria collezione di preziosi ex voto del Tesoro testimonia il permanere millenario di questa consuetudine, che abbraccia accadimenti pubblici e drammi privati e fornisce un vivido ritratto della devozione al Santo come fattore di identificazione della città. Deponendo il suo naso in questo luogo così fitto di memorie, Giulia Piscitelli non rinuncia però a far emergere altri echi, altri potenziali significati, a iniziare dalla sua demoniaca stranezza, al suo negarsi, come il naso di Kovalëv, alla regola somma della decenza e del ben comportarsi che conviene a una parte così nobile del volto umano. Il naso dorato è insomma sì, a suo modo, un segno di riconoscenza, ma è anche un sardonico avvertimento a non perdere di vista sé stessi, a non lasciarsi sopraffare, a perseverare, seguitando ad “avere naso”.

tappeto da preghiera in cotone su legno, 96x66x62 cm, ciascuno; Naso, 1997-2024, foglia oro su gesso, 10 x 6 x 3,5 cm. Photo: Amedeo Benestante
Questo impulso a forzare la mano ai materiali che impiega – oggetti trovati o fabbricati, immagini, parole, non fa differenza –, a piegarli simultaneamente in direzioni contrarie, spingendoli a non essere più ciò che erano e insieme a mettere in scena la loro resistenza ad accettare ciò che sono diventati, è un carattere centrale della pratica artistica di Giulia Piscitelli, della sua capacità di proiettare caratteri morali nelle cose, assimilando in cambio qualcosa della loro indifferente estraneità al destino umano. Frammenti, schegge di vita quotidiana che hanno perduto la loro funzione originaria, o sono state convertite a nuovi usi: con tutta la loro densità simbolica, diventano calchi di una presenza abolita, ombre perturbanti di fronte alle quali lo spettatore rimane sconcertato, in bilico tra ammirazione e scongiuro. Così accadeva ad esempio per il materasso di lana e il vecchio portapacchi per automobile – reperti di un’Italia anni Sessanta sospesa tra boom economico e mondo preindustriale – ricoperti di foglia d’argento e trasformati in strani ex voto, in specchi scintillanti destinati a trattenere ricordi (Portabagagli; Materasso argento, 2003). Così anche in Ex Voto Suscepto (2019), il calco di una siringa in metallo dorato il cui stantuffo è sostituito da una grossa vite, testimonianza disturbante di una “promessa fatta”, secondo la lezione latina originaria, di cui l’oggetto lascia intuire la natura dolorosa.

Un istinto simile anima i ventuno coloratissimi inginocchiatoi che compongono il grande insieme di Una nuvola come tappeto (2019). Oggetto comune in chiese e oratori, visibile anche in numerosi dipinti dal Quattrocento in avanti, l’inginocchiatoio è strumento tradizionale del rito cattolico: segnala un luogo adeguato alla doppia genuflessione richiesta durante la Messa e al tempo stesso la agevola, come pure semplifica il raccoglimento della preghiera individuale, accogliendo il fedele in colloquio intimo con la divinità. Realizzato sul modello di un inginocchiatoio presente nel duomo di Napoli, ogni esemplare si presenta con una diversa livrea multicolore dai toni sgargianti, ricavata da tappeti da preghiera islamici di produzione industriale, acquistati dall’artista e adattati a mo’ di tappezzeria alle strutture di legno. L’evidente sincretismo di questo accostamento è reso ancora più esplicito dalla scelta del titolo, tratto dalla traduzione di Erri De Luca dall’ebraico biblico del Salmo 105, il canto dell’uscita dall’Egitto del popolo eletto guidato da Mosè, delle piaghe e della terra promessa, dove al versetto 39 Dio stende la sua mano protettiva sugli ebrei accampati del deserto. Le tre religioni monoteiste, dilaniate da millenarie rivalità, ciascuna aspirante a suo modo all’affermazione di una definitiva Verità, si trovano così come obbligate a convivere in un oggetto insieme umile e obsoleto, retaggio di una tradizione religiosa soggetto a rapido oblio, almeno in Occidente, e che pure conserva, nell’epoca iperindividualista del narcisismo di massa, la strana, imbarazzante attrattiva dei segreti di famiglia.

“Faccia gialla! Faccia gialla!” È il grido delle “parenti del Santo”, le fedeli di San Gennaro che così lo apostrofano, con un grido insieme strafottente e devoto, incitandolo a compiere il miracolo. “Faccia gialla” è il volto di argento dorato del Santo, ed è anche la faccia itterica del malato per cui si invoca la grazia, il colore del contagio e della quarantena. Il colore del veleno. E giallo dorato è il colore del tessuto di kevlar ricavato da un giubbotto antiproiettile con cui Giulia Piscitelli ha creato Planeta (2018). La forma è quella l’omonimo paramento liturgico (la cappa del celebrante della messa cattolica) ma il materiale impone a chi guarda uno scarto inatteso nell’ambivalente territorio della violenza e della difesa. Il kevlar in effetti, progettato per fermare le pallottole, è un tessuto sottile e liscio al tatto la cui apparenza, che dissimula robustezza e resistenza eccezionali, ricorda quella di una seta preziosa adatta a usi cerimoniali. La sua semplice apparizione negli ambienti del Tesoro – un semicerchio sospeso a mezz’aria tra marmi, stucchi, quadri e sculture – impone a chi guarda una sosta, l’apertura di un varco inatteso tra la pompa del rito e il suo significato autentico – il sacrificio, la redenzione – assunti però nella loro letteralità storica e politica: la città di carne e di sangue lì di fuori, la sua quotidianità spezzata, sanguinosa, non redenta. L’apparenza non è mai sufficiente per conoscere, sembra suggerire l’artista, e non è dato conoscere senza fare esperienza, senza correre rischi.
L’oro ritorna, anzi trionfa, nella serie di carte geografiche o nautiche e di tessuti su cui Giulia Piscitelli sovrappone aureole realizzate a foglia d’oro, singole o a gruppi, derivate a loro volta da quadri di soggetto religioso della pittura tre e quattrocentesca, in cui segnalavano la dignità sovrumana dei personaggi raffigurati. Scomparsi o asportati questi ultimi, ridotta la loro presenza al simbolo della santità, le aureole si sovrappongono a mappe che riportano, in un codice non meno altamente formalizzato, caratteri geografici e confini politici, rotte favorevoli e ostacoli da aggirare, porti sicuri e passaggi perigliosi. Lo stesso avviene sui tessuti su cui l’artista, applicando una tecnica da tempo utilizzata nel suo lavoro, ha creato pattern decorativi “decolorandoli” con la candeggina.

Sono configurazioni enigmatiche, impenetrabili, da cui emana tuttavia una strana fascinazione, l’eco di una sacralità perduta che si fonde con la geografia del contraddittorio spazio contemporaneo. L’oro, in questo contesto, non è solo materia preziosa, ma soprattutto veicolo simbolico, ponte tra passato e presente. Le aureole, private dei loro santi, fluttuano su mappe e tessuti suggerendo nuove potenziali narrazioni, e al tempo stesso ci sollecitano a riflettere sulla permanenza ostinata di luoghi, usi, immagini che seguitano ad abitare la nostra realtà. Sospese tra disincanto e istinto di rinnovamento, tra sacro e volgare, tra consumo e preservazione, le opere di Giulia Piscitelli scuotono la nostra pigrizia di spettatori: ci rammentano la cieca persistenza delle cose e l’illusione della durata. È il vecchio paradosso dell’arte: ci insegna a evadere e ci spiega che sfuggire è in ogni caso impossibile.
Una nuvola come tappeto. Giulia Piscitelli
Museo del Tesoro di San Gennaro, Napoli
fino al 25 gennaio 2025
In copertina: veduta dell’installazione Tesoro di San Gennaro, 2024: Madonna col Bambino, 2016, candeggina su tessuto, foglia oro, 58x48cm. Photo: Amedeo Benestante
