Libano, Kansas

“Questo video è privato”. Dopo la diffusione della notizia dell’arresto di Bruce Springsteen (a novembre) per guida in stato di ebbrezza, Jeep ha rimosso da You Tube (il video è ancora visibile altrove, ma con più difficoltà) lo spot di cui parla l’articolo. Articolo che, nel ripercorrere alcuni tratti convergenti di due mitologie, quella americana e quella di Springsteen, evita a bella posta di parlare di puritanesimo, di cui il Boss – mezzosangue italiano – non serba proprio nulla. E che, alleato com’è al marchio di cui Springsteen fa da testimonial, lo punisce per quei cedimenti alla carne che non riesce a tenere privati.


Domenica 7 febbraio uno spot lento, troppo lento, frattura la quiete urlante del Superbowl. Nella festa globale per il Trump decollato, nel peana all’eroe tragico Joe Biden rinato dall’ingiusto destino, il grande capitale si unisce al coro. Per vendere la sua senilità, i suoi ottant’anni – e cosa fu il 1941 in America –, anche Jeep canta l’addio al vecchio villain e va salmodiando per il nuovo inquilino. Lo fa con una pubblicità in mondovisione.

Unità – ecco la parola. Jeep è a proprio agio col nuovo presidente. È anziano, segnato, saggio, unitario. Sa cosa vuol dire lavorare in America. E credere nelle sue radici, nelle cinquanta stelle. Nel fatto che tutti gli stati, quell’entità plurale, frutto di una rivoluzione lontana e di guerre civili vicine, di schiavismo mai domo e conquista di spazio, quell’assemblaggio è una cosa sola. E quindi tutto lo spot è dedicato, così recita l’iscrizione finale, agli Stati «Ri-uniti» d’America.

E per dirla – dire la riunificazione dopo la frattura tra i blu e i rossi, tra il cittadino e il burocrate –, per dirla ci vuole un Doppelgänger della gente comune, uno che sappia davvero dire we the people. Ci vuole lui, che racconta storie qualunque, narratore figlio di un’italiana, che conosce a memoria il vangelo, il fiume e la frontiera, e a memoria ogni ragazza di provincia tra le officine e le sale da ballo (Candy, Rosalita, e poi Mary sempre Mary). Bruce Springsteen, attaccato da sinistra perché troppo inclusivo, da destra perché troppo democratico. Dalla parte giusta, ma retorico. Coi lavoratori, sempre, con gli oppressi, contro i cops beating a guy, ma messianico nella lingua, fedele convinto di quell’idea ambivalente che abbreviamo con America.

Non ha mai fatto da testimonial in vita sua – tranne una volta, ma aveva vent’anni. Ora, 2021, è tempo della grande eccezione.

E poi c’è la Jeep. La grande fabbrica che per gli ottant’anni di vita e di dominio gli chiede di far detonare tutto – il suo nome, la faccia asciutta da anziano, la voce di pietra che legge, secca – assieme al suo marchio, che si vede all’inizio e poi alla fine. Due minuti perfetti girati dal regista di fiducia di Springsteen, Thom Zimny, per andare in onda durante il megaevento, e dire troppe cose insieme per farne capire solo una: unità, di nuovo unità, una lode alla saggezza riconquistata, dopo l’ingestibile amnesia del giusto mezzo. Dopo Capitol Hill. Dopo Trump.

Lo spot dura cento secondi. Prediche, cavalli, acque. L’ultima scena è quella di un vecchio, della sua vettura scassata, di una linea dritta che spezza ali di neve. Alleati. Uguali.

Nel Meridiano di sangue Cormac McCarthy lo vede così il paesaggio americano. Una strana uguaglianza in cui nessun fenomeno ha “diritto di precedenza”. Ma tutti sanno che l’America nello stesso momento in cui è paesaggio orizzontale, senza linee che non siano strade, è la democrazia del consumo. Tutti bevono la Tab – diceva Warhol cantando l’America. La beve Marilyn Monroe. La beve l’immigrato ispanico. La beve Jackie Kennedy. La bevo anch’io. Creatura e consumatore, nessuno in America ha diritto di precedenza: è una «democrazia ottica» (ancora McCarthy), in cui tra uomo e roccia si creano somiglianze impreviste. Umane rocce, pietre antropomorfe, e merci ovunque.

E teschi lungo la via, che spesso cantano. Appena prima di morire Johnny Cash interpretò un pezzo insignificante di quello che allora – 2003 – era l’ultimo Springsteen: Further on up the road. Cash rese bello quel brano che celebrava ancora una volta la strada.

È tempo di restituire. A settant’anni suonati, Bruce Springsteen è simile a una roccia. E ruvida, petrosa, like a stone, è la sua convinzione che l’America vada presa tutta insieme, che il segreto sia la sua semplice, mostruosa ambiguità. Che tutto stia nel ridire, ancora e ancora, il suo mito. Quanto più enorme, profonda, inclusiva la mitologia in atto, tanto più acre il doppiosenso possibile. E quanto è ambivalente «riportare tutto a casa». Dire: siamo di nuovo gli stessi.

Come eravamo? I primi secondi di spot disegnano un paese per vecchi. Nella neve che spegne fuochi, appaiono in sequenza l’impianto industriale in disuso, la scarpa consumata, un giornale cartaceo sul sedile. La voce off recita che «qui tutti sono più che benvenuti». Dove? In una cappella al centro esatto degli Stati Uniti, nel Kansas. «Al centro», dove le strade si incontrano, al centro è la morale.

Le parole del saggio – l’autore di American skin, di Badlands e Promised Land – ci dicono che l’umano oscilla tra paura e libertà. Che la paura non si toglie – è il fondamento stesso, ma «non è mai stato il meglio di noi». E che la libertà non è di pochi eletti, ma è di tutti. È l’unica allusione all’uguaglianza, in uno spot commissionato dal grande capitale? Non propriamente, perché Springsteen insiste. Dice che la libertà è libertà «insieme», è per chiunque sia americano qualsiasi sia l’origine (qui la polemica contro il trumpismo dei muri è cristallina). Che è il centro di connessione. È il centro di cui l’umano ha bisogno (perché, ancora Aristotele, è animale politico). Ma ricorda, yankee, che l’enclosure non esisteva, prima. Il suolo su cui poggiamo i calcagni è “common ground”. È terra comune. Terra e libertà. Eppure Springsteen dice prima di tutto «proprietà». Spiega che la libertà è «proprietà di tutti», non di pochi. Che l’umano nasce proprietario e libero, libero insieme, proprietario insieme. Suona bene, ma cominciano i problemi.

Dato che la proprietà è privata, e di common ground materialmente c’è poco, a quel punto si parte. Nel video, appena le mani toccano la terra, la casa-suolo che è stata di tutti trasmigra nello spirito e diventa chiesa. La creatura distoglie lo sguardo dalla terra comune, che non conta più. E torna a viaggiare, verso la frontiera. Di nuovo verso il mito.

Springsteen recita il gospel. Ci porta sul picco della montagna, attraverso il deserto: ripareremo lo scisma passato. L’unità non sarà nella proprietà comune, invisibile, ma nell’afflato religioso di we shall overcome – nella metafisica della luce tra le tenebre. Nella speranza di chi va avanti. Nella strada che si allontana, a fendere l’oscurità è il marchio – uguale per ogni consumatore – di una macchina tanto usata da sembrare umana. La merce è la creatura che vince la sfida.

Ma la realtà ha un soprassalto. Proprio in chiusura, nello specchietto retrovisore, una mano saluta la strada. Nonostante ogni parola detta e suggerita, lo spot non può tacere della contraddizione che Springsteen indossa da decenni come un abito di pietra, ambiguo mitografo dell’identità americana. Se la vera casa è una chiesa dove la croce si iscrive nella bandiera, se la vita è traversata nel deserto, unire l’America vuol dire imbattersi sempre nelle sue radici immense e pure assenti. Nella sua terra di nessuno. E il motto stesso dello spot nelle prime inquadrature – benvenuti al centro – volente o nolente reca ben iscritta l’ambivalenza. La cappella cristiana che fa da emblema al vecchio che avanza è infatti a Lebanon, Kansas. E sotto la scritta «The Center of the Usa», il cartello stradale recita: «Lebanon has souvenirs». Dal nulla, nel nulla, memorie di Usa, Libano. Toponomastica biblica, nomi di luoghi, storie di scontri promossi e diretti, di eccidi, tra tutti quei diversi che fanno l’America una e conflittuale. Al centro dell’America, dentro ogni parola di unità, tutte le strade riportano ai conflitti del presente.

(Roma, 1978) scrive, traduce e fa ricerca. Studioso del pensiero e della letteratura tedesca e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil e Alexandre Kojève e i saggi "Foto di gruppo con servo e signore", e "I tuoi occhi come pietre. Trauma e memoria in W.G. Sebald, Paul Celan, Charlotte Salomon (Castelvecchi 2017 e 2020). Ha tradotto e curato opere di Max Weber ("Economia e società", Donzelli 2003-2018), Walter Benjamin ("Senza scopo finale"; "Esperienza e povertà", Castelvecchi 2017 e 2018), Georges Bataille ("Piccole ricapitolazioni comiche", Aragno 2015), e Georg Heym ("Umbra vitae", Castelvecchi 2020). Ha pubblicato inoltre "Berlino Zoo Station" (Cooper 2012), guida eccentrica alla città di Berlino, "Happy Diaz" (Arcana 2015), una lettura politico-musicale dei fatti di Genova 2001. Il suo ultimo libro è "Nico e le maree", biografia fantastica dell'artista tedesca (Castelvecchi 2019).