Una storia notturna

31.10.2024

Col suo ultimo libro, Annalisa Sacchi, docente di Estetica del teatro allo IUAV di Venezia, abbatte la torre d’avorio degli intellettuali e riposiziona corpi e anime nel divenire della storia. Inappropriabili si struttura in otto capitoli (compresi introduzione ed epilogo) nei quali le azioni dei protagonisti trasbordano ogni confine, territoriale ed estetico. Carmelo Bene, John Cage, Luigi Nono, Giuliano Scabia, Leo de Berardinis, Perla Peragallo, Alberto Grifi, Patrizia Vicinelli e Aldo Braibanti sono artisti, attori, scrittori, musicisti, registi, poeti – ma soprattutto uomini e donne che hanno agito un corpo rendendolo un medium politico e sociale, senza mai rinunciare alla propria individualità.

Fatta una ricerca estesa negli archivi legati al performativo, luogo d’incontro privilegiato tra l’autrice e le vite di coloro che ha scelto di raccontare, ricostruire uno dei ventenni più ricchi della storia italiana non è cosa da poco, soprattutto se l’obiettivo è comprendere (umanamente e socialmente) le ricerche di chi, per stare accanto agli invisibili, ha rischiato di sparire a sua volta. Il risultato è un libro denso di nomi, di opere, di parole, di amicizia: che fa luce sulla storia notturna – come la definisce Sacchi – di coloro che non sono stati appropriati a nulla, che sono stati sempre divergenti, irrimediabilmente ostinati nel perseguire le strade secondarie e tortuose dell’io e della società dello spettacolo.

Lontano dalla retorica sessantottina, il libro non ricostruisce soltanto la «vitalità del negativo» degli anni della contestazione, ma l’autentico tentativo da parte di alcuni artisti di riflettere e agire alla luce delle dinamiche di rappresentazione del reale, con la consapevolezza che di fronte ad esse non è consentita alcuna ingenuità né bieco intellettualismo, ma solo una presa di posizione nel mondo. Un mondo complesso, in cui l’arte si fa politica per parlare non in vece ma per conto del popolo. Quest’approccio, escludendo l’esperienza estetica fine a sé stessa, indaga le strategie pervasive dell’istituzionalizzazione in campo culturale e i meccanismi di autocompiacimento che spesso le stesse enclave culturali mettono in atto, al fine di cogliere quello spazio franco in cui «rappresentare» non significa solo costruire una narrazione tout court, ma far sorgere una coscienza critica nel soggetto. La riflessione abbraccia così campi vasti, marginali quanto tangenti l’uno all’altro, all’interno delle geografie simboliche dell’arte. Vi sono i luoghi produttori e consumatori di cultura, come Venezia e la sua Biennale, Roma coi suoi teatri e le sue cantine, ma anche le strade di Trieste, i quartieri di Marigliano nei pressi di Napoli, il Torrione Farnese di Castell’Arquato in provincia di Piacenza, nonché le buie celle di Rebibbia.

Porsi davanti un orizzonte di azione così deragliato significa riflettere non solo sulla sussunzione da parte dell’industria culturale di ciò che è «avanguardia» – termine che in bocca a de Berardinis assume i connotati ambigui dell’uso che la borghesia ha fatto di rivoluzioni vere o presunte – ma anche sui meccanismi di contenimento messi in atto dalle istituzioni totali nei confronti dell’individuo. Alcuni dei protagonisti del libro, del resto, andranno incontro all’esperienza del carcere, tanti a quella dell’isolamento, pochi a quella del riconoscimento di un ruolo cruciale nell’ambito della sperimentazione artistica.

La storia comincia a Venezia nel 1960, quando la guerra d’Algeria infiamma gli animi non solo dei francesi. In concomitanza con la Biennale, Jean-Jacques Lebel e Alain Jouffroy organizzano l’esposizione Anti-Procès ovvero «un atto collettivo d’opposizione» che vede coinvolti più di sessanta artisti. All’interno di questa manifestazione, il 14 luglio, si tiene l’azione Enterrement de la Chose di Jean Tinguely, un funerale simbolico della scultura dell’artista svizzero che inizia con la veglia dell’oggetto, prosegue con un corteo per i canali e termina con la sua sepoltura in acqua. Cerimoniali laici e rituali dell’anima rendono il confine delineato dal linguaggio artistico piuttosto labile. La rottura degli argini è compiuta e così quella del senso dell’attesa e dell’aspettativa.

Luigi Nono e Giuliano Scabia con Luigi Pestalozza, Genova 1960, foto di Lisetta Carmi © Lisetta Carmi, Galleria Martini e Ronchetti

Nel 1961, sempre a Venezia, Luigi Nono, Emilio Vedova e Angelo Maria Ripellino mettono in scena Intolleranza 1960, un evento che unisce il teatro politico di matrice russo-tedesco alla sperimentazione acustico-visiva grazie all’uso delle nuove tecnologie. Ben ricorda l’autrice, infatti, «come, a partire dagli anni sessanta, la ricerca artistica di Nono si sviluppò accanto alle possibilità tecniche offerte dal progresso dall’elettronica». Parallelamente alla riflessione sul destino dell’individuo in chiave rivoluzionaria, si acuisce l’attenzione verso la fabbrica e l’ambiente operaio, tanto che nel ’64 Nono e Giuliano Scabia realizzano lo spettacolo La fabbrica illuminata. I due entrano nello stabilimento dell’Italsider, nei presi di Genova, per indagare le condizioni in cui versano i lavoratori. A introdurli è Lisetta Carmi, che sta lavorando a un progetto sui portuali genovesi. Nell’occasione Scabia scrive le didascalie delle foto del reportage Genova-Porto così sperimentando «una declinazione collettiva della scrittura che veniva verificata passo passo con i lavoratori».

Ma contestare o proporre alternative all’interno del sistema non è sempre sufficiente, in quegli anni, per chi sente il fiato sul collo dell’industria culturale. Annalisa Sacchi ricorda come parallelamente alla sperimentazione sul campo ci fosse chi sceglieva l’abbandono o il decentramento. Il primo comportamento è quello di Carmelo Bene che lascia il teatro per il cinema, ma anche Carla Lonzi abbandona la critica d’arte per abbracciare la riflessione femminista e propriamente politica. La seconda prassi appartiene invece a Leo de Berardinis e Perla Peragallo che lasciati i teatri romani si «autodecentrano» a Marigliano, vicino a Pomigliano d’Arco, dove sta sorgendo l’Alfasud. Qui «seguono l’idea di un “teatro di zona”, in cui incontrare un pubblico radicalmente nuovo e ingaggiare attori “geopolitici”, manifestazione di un sottoproletariato meridionale privo di aggettivazioni e di memoria, incapace di partecipare attivamente alla storia, incapace, persino, di subirla collettivamente».

Tante sono le esperienze che travalicano i linguaggi specifici come i luoghi abituali: il loro minimo comune denominatore resta il campo largo della corporeità propria alla pratica performativa. Non si potrebbe inquadrare diversamente il cinema sperimentale di Alberto Grifi, che insieme a Massimo Sarchielli nel 1975 gira Anna, la storia vera di una ragazza minorenne incinta la cui vita passa di stagione in stagione all’interno di istituzioni coercitive e di controllo, in una catena di eventi che, dopo la fine delle riprese, la porterà in manicomio e alla morte.

La consapevolezza della forza repressiva dell’istituzione e la pervasiva società della sorveglianza rendono urticanti le opere di quegli anni, e delineano uno scenario di collaborazioni e amicizie che per diversi di questi personaggi deve aver rappresentato anche una difesa, seppur temporanea. Non è un caso che Grifi abbia diretto anche Transfert per camera verso Virulentia, opera cinematografica sul teatro di Aldo Braibanti, che lo stesso Braibanti abbia lavorato con Carmelo Bene, che Patrizia Vicinelli, poetessa corrosiva aderente al Gruppo 63, sia stata la compagna di Grifi e con lui abbia realizzato il film In viaggio con Patrizia. Finita in carcere per questioni di droga, Vicinelli non perderà il suo spirito ribelle e metterà in scena con le detenute di Rebibbia l’opera teatrale Cenerentola, con grande risalto negli ambienti culturali e sulla stampa del tempo. Questo e molto altro compone la storia notturna degli inappropriabili, una variegata corte di artisti e poeti che, non accettando etichette di nessun tipo, ha sperimentato sul proprio corpo il peso politico dell’esistenza.

Annalisa Sacchi
Inappropriabili. Relazioni, opere e lotte nelle arti performative in Italia (1959-1979)
Marsilio, 2024
256 pp. ill. b.n., € 28

Serena Carbone

Serena Carbone

(1981) si occupa di storia e critica d’arte contemporanea, con particolare riguardo alla relazione che intercorre tra arte, storia e società. PhD in Studi Culturali Europei, è autrice del libro “Marcel Broodthaers. Poetiche dell’ombra” (Mimesis 2018). Ha curato la mostra “No, Oreste, No. Diari da un archivio impossibile” al MAMbo con la relativa pubblicazione (2019) e insegna presso la Fondazione Accademia Internazionale di Imola. Ha scritto saggi e articoli su diverse riviste di settore, collabora con il quotidiano “il manifesto”.

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