L’eco della carne

«Alter erat guerris nil deditus atque batais / immo Flamengus, citharam colit atque Camoenas, / qui poterat superare canens Amphiona vatem» canta, come molti dei personaggi di Teofilo Folengo, Giubertus vate cantore e citarista. Il monaco benedettino autore del Baldus (firmato nel 1517 con lo pseudonimo di «Merlin Cocai») aveva, per la musica, una passione competente. Lo testimoniano non solo le Maccheronee ma molti termini generali relativi alla musica che ricorrono nel Baldus, il cui latino incanaglito e ibridato con la triviale parlata del contado mantovano sembra fornire un perfetto esempio di “scrittura vocale”, ovvero portata dalla grana della voce. Fonetica anziché fonologica questa scrittura, secondo Roland Barthes, troverebbe il proprio compimento nella «stereofonia della carne profonda»: nell’articolazione del corpo, della lingua, non in quella del senso, del linguaggio.

È però soltanto con Rabelais che una tanto fragorosa e festosa scrittura, nata da una vocalità pienamente materica, assume una mirabolante e incomparabile grandezza. Non soltanto in ragione delle badiali invenzioni cui la sua capacità verbigerante e verbigena dà vita, ma perché egli è un gigante nel senso fisico del termine; e, come tale, non compie nulla «senza produrre rumori, rimbombi, stamburamenti, vulcanici borborigmi, uragani di sospiri», così come, per discettare del suo mondo, ha bisogno di calepini, cataloghi, elenchi e filastrocche. Se non d’una vera e propria invenzione di lingue, dato che alle tredici (escluso il francese) che figurano nel romanzo Gargantua e Pantagruel devono aggiungersi almeno tre idiomi inventati o commisti ad altri. Una girandola di vocaboli e di forme ricchissime, nelle quali Rabelais sguazza con gusto schiettamente pantagruelico. Al riguardo Alessandro Bausani nelle Lingue inventate (Ubaldini 1974) menziona a titolo d’esempio l’entrata in scena di Panurge, il quale trascorre con sorprendente disinvoltura dal tedesco all’arabo, e da questo alla cosiddetta lingua d’Utopia, passando per un singolare Volapük impastato di castigliano, ebraico, greco, danese, latino e sabir. Si tratta insomma d’un linguaggio falotico, che assume ogni volta una nuova «voce significante».

Fig. 1

In italiano lo si evince verbigrazia dalla versione che del romanzo di Rabelais ha dato nel 1980 Augusto Frassineti, ricavandone una impareggiabile giostra di avventurose, scurrili ed ebbre creazioni linguistiche. Le stesse dalle quali Giorgio Agamben si è lasciato irretire dando mano al Corpo della lingua, opera che mostra la sua tendenza ad annettere, con sempre minore reticenza, ogni frivolezza personale alla propria idea di filosofia. Pur senza mai cedere nella mera delibazione dell’amateur, Agamben specilla qui le «voci significanti» che permeano le pagine del Folengo e di Rabelais con acribia scopertamente divertita. Il che se può a tutta prima dar l’impressione di promuovere nei confronti della Filosofia l’anatomia del giocattolone, e quindi l’abbandono a un saggismo frammentario e persino ad illuminazioni aforistiche, deve presto riconoscersi capace di stimolare e sollecitare, proprio divagando fra gli aditi del bizzarro, del picaresco e dello straniato, l’insegnamento d’un Metodo.

Come il Mario Praz ritratto da Arbasino, Agamben si mostra non soltanto ilare curiosus et eruditus, ma «schedatore-stilista affidato non alle mode, ma al Gusto», non ai pedanteschi paludamenti dei sofisti sorbilloni ma all’affascinante capriccio, all’eccentricità incantevole, alla «Don Quixoterie». Il pensiero, infatti, starebbe sempre in bilico fra due incantesimi e dovrebbe ogni volta e quasi nello stesso gesto smagare la bacinella di Sancio e smentire la chimera dell’hidalgo – si afferma in Filosofia prima filosofia ultima e torna adesso a ripetersi, attribuendo tuttavia questa oscillazione alla letteratura. Non perché si intenda sovrapporre i due ambiti, quanto perché la topologia sospesa fra metafisica e patafisica assegnata alla filosofia si correlerebbe all’aporeticità che innerva la letteratura, facendola incessantemente oscillare fra due opposte verità.

Fig. 2

Filosofia e letteratura andrebbero perciò intese, per Agamben, come una forma di reciproca parodia, volta a negare e insieme ad affermare il medio concettuale e linguistico in cui esse si esprimono, a motivo della presupposta inattingibilità da parte d’entrambe di un saldo principio apofantico. Peraltro proprio il loro reciproco imitarsi, come sottrarrebbe la filosofia dal rischio di scadere nella banalità insita nel far coincidere, nel suo discorso, il suono ed il senso, così impedirebbe alla letteratura di essere minacciata da un eccesso di tensione e di pensiero. La parodia permetterebbe dunque il manifestarsi d’una «tensione duale» che – secondo quanto si legge in uno dei saggi contenuti in Categorie italiane – determinerebbe l’incessante protendersi della filosofia e della letteratura fra la realtà e la finzione, fra la parola e la cosa.

A sua volta, di questo terreno nel quale s’urta continuamente contro limiti ed aporie irresolubili, la lingua costituirebbe la sovrastruttura, vale a dire il medium in cui si assiste alla neutralizzazione sia della proposizione sia dell’oggetto esterno, in favore d’una res sui generis che, come per primo ha intuito Gregorio da Rimini, non sta né nella mente né nella realtà, ma è per così dire al di là dell’esistenza e della non esistenza: un mondo, lo chiamò Mario Dal Pra, di «significati totali» dove vengono meno le opposizioni mentale/reale, esistente/non esistente, significante/significato.

Ed è ad esso che la lingua dei giganti divisati da Folengo e da Rabelais pare fare emblematicamente segno. Il loro dire, frutto rispettivamente d’un latino incanaglito da un dialetto sconciamente addobbato di panni curiali e d’un francese innestato d’una moltitudine di espressioni e di modi, rivela che «non esiste un significato, ma una serie infinitamente variante di significati in movimento, simili a un’onda che percorre l’oceano della lingua», travolgendo la identità e la puntualità del semantico e del semiotico, così da mescolarle in un coacervo d’indefinibili assonanze che si rigirano con voluttà fra la lingua e il palato. Questo idioma «metasemantico», come lo dichiara Fosco Maraini parlando dei suoi versi non privi d’appigli se non maccheronici, certamente barocchi, raccolti nel 1966 nelle Fànfole (di cui nel 2019 la figlia Toni ha meritoriamente procurato una nuova edizione), non può non giudicarsi un fuoco d’artificio grazie al quale la deflagrazione del continuum fra significante e significato permette la deiscenza di sorprendenti gingilli composti in una delibabile lingua sensoriale. Una irremeabile lallazione aliena al senso, ma non a uno stato di appagamento infantile.

Fig. 3

Che si trova invero accresciuto dalle incisioni da Agamben tratte, quasi a ogni pagina: dall’edizione del Baldus stampata a Toscolano del Garda nel 1521, presso la tipografia Paganini, e dai Songes drolatiques de Pantagruel (fig. 1) pubblicati nel 1565 da Richard Breton, opera forse dello stesso Rabelais (e ripensati negli anni ’70 del Novecento da Salvador Dalì, fig. 2). Di fronte ad esse, non diversamente da quanto accade per le seriori incisioni di Gustave Doré (fig. 3) e Paul Jonnard, la fantasia indulge compiaciuta, favorendo l’incantata auscultazione d’uno «spalancato otre di sillabe, soffi, chiocciolii, tetri glottal stops, affranti singulti velari»: un cumulo di maceriati linguaggi in cui ritrova espressione quel «canto ignoto» che si leva sordo e ovattato dai più cupi e segreti anfratti della Terra: «Madre» – ricorda Vico – «de’ Giganti delle Favole», e di cui queste serbano sempre l’ultima eco.

Giorgio Agamben
Il corpo della lingua. esperruquancluzelubelouzerirelu
Einaudi, 2024
112 pp., € 18

Luigi Azzariti-Fumaroli

(Milano 1981) insegna filosofia della comunicazione e del linguaggio presso l’Università Pegaso di Napoli; ha svolto e svolge attività didattica e seminariale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e l’Università di Pavia. Studioso di filosofia moderna e contemporanea, è autore di numerosi saggi e studi monografici fra i quali: “L’oblio del linguaggio” (Guerini 2007); “Alla ricerca della fenomenologia perduta. Husserl e Proust a confronto” (Mimesis 2009); “Brice Parain-Impromptu” (ESI 2010); “Giuseppe e i suoi fratelli: dalla filosofia narrante alla rivelazione” (Editoriale Scientifica 2012); “Passaggio al vuoto. Saggio su Walter Benjamin” (Quodlibet 2015) “Monoteismo plurale. Teologia ed ecclesiologia in Schelling” (Il Pozzo di Giacobbe 2019). Ha curato l’edizione italiana di opere di Derrida, Baumgardt, Hegel, Maimon. Di prossima pubblicazione, presso Quodlibet, è “Filosofia dell’ombra. Tre saggi”. Giornalista pubblicista, collabora con diversi periodici.

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