L’immagine di copertina di un libro non è mai innocente, e questo è ancor più vero per un saggio di storia dell’arte. È legittimo vederci un contrassegno dell’autore, un’effigie che riassume ma in alcuni casi rilancia le tesi difese nelle pagine che contiene.
“To What End”, “Per quale fine”, è scritto con un pigmento lapislazzuli in caratteri maiuscoli, in stampatello e a cannocchiale su una carta per libri contabili, affissa con quattro puntine su un pannello da ufficio. È un’opera di William Kentridge che esiste anche sotto forma di lettura-performance. Illustra Rifare il mondo. Le età dell’avanguardia (Einaudi 2025, pp. 562) di Vincenzo Trione, una scelta singolare per un saggio sulle avanguardie artistiche, perlomeno rispetto a quelli che trattano lo stesso argomento, puntualmente citati dall’autore. Per limitarci al panorama italiano: James Ensor o, a seconda delle edizioni, Lyubov Popova o Kandinsky (Mario De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento); Francis Picabia (Peter Bürger, Teoria dell’avanguardia); Carlo Carrà (Renato Poggioli, Teoria dell’arte d’avanguardia), Malevič o Giacomo Balla (Jolanda Nigro Covre, Le avanguardie storiche) fino al più contemporaneo Roy Lichtenstein (Maurizio Calvesi, Le due avanguardie. Dal Futurismo alla Pop Art).

Leggendo Rifare il mondo in più sedute e richiudendolo ogni volta sulla sua copertina, ho l’impressione che l’opera di Kentridge entri in dialogo col suo contenuto su tre livelli.
Il primo è quello autobiografico: perché scrivere un libro sulle avanguardie artistiche a più di un secolo di distanza da quella temperie ormai tramontata? Rifare il mondo, che adotta il passo lento dell’argomentazione e non ha fretta di giungere a una conclusione, si apre con una prefazione, una serie di epigrafi commentati e una ventina di pagine autobiografiche. La nozione di avanguardia attraversa infatti la riflessione di Trione da sempre, perlomeno dall’incontro con Luciano Anceschi nel 1985 quando era adolescente, e dalla mostra Apollinaire critique d’art al Pavillon des Arts di Parigi nel 1993. Rifare il mondo ha avuto una gestazione lunga una decina d’anni; il primo scartafaccio risale al 2015, accantonato per lasciar spazio ad altri progetti che prendono il sopravvento, fino al giorno in cui s’impone come non ulteriormente rimandabile. Si tratterà di fare i conti tanto col movimento, in tutte le sue sfaccettature, quanto con una passione che ha segnato il percorso storico e critico dell’autore.
Non mancano così letture provenienti da campi lontani dalla storia dell’arte, o non legati all’avanguardia stricto sensu, capaci di gettare nuova luce sulle opere. Del resto niente nelle avanguardie rispetta il principio dello stricto sensu; la loro strategia è quella dello sconfinamento sistematico, dell’eccesso senza limiti, della trasgressione d’ogni ordine imposto dalle convenzioni. Non sorprende che Rifare il mondo convochi nella prime pagine i Passages (uscito postumo nel 1982) di Walter Benjamin, il Messaggio all’anno 2000 (1962)di Jean Cocteau, Crimes of the Future (2022) di David Cronenberg e un discorso di Francesco Arcangeli in occasione del conferimento del premio Feltrinelli all’Accademia dei Lincei nel 1969. O che la letteratura rivesta un ruolo così centrale: Italo Calvino, Antonio Tabucchi, Walter Siti, Claudio Magris, Roberto Calasso; Iosif Brodskij e Jorge Luis Borges, e soprattutto Milan Kundera. Le citazioni tratte dai suoi romanzi non sono una pezza d’appoggio o un paragone nel vecchio stile della ut pictura poesis, ma snodi concettuali, sorprendenti quanto illuminanti.
Il secondo livello è quello politico-sociale: To What End rimanda alle finalità degli artisti d’avanguardia, al progetto utopico di rifondazione sociale, alle loro fughe in avanti e ai tentativi frenetici di accelerare la storia. “L’en avant dell’avanguardia vorrebbe […] realizzare il futuro nel presente, precorrere il corso della storia” (Enzensberger). Come considerare lo scarto abissale tra i progetti (ambiziosi e a volte velleitari) e i risultati concreti (al di sotto delle aspettative quando non deludenti)?
“Segnata dall’affievolirsi del conflitto con il pubblico, orfana della rabbia che l’aveva generata, sfumata la follia nichilistica degli esordi, condannata a operare in una società che tende ad assimilare ogni antitesi, l’avanguardia si muove in un mondo che non è più il suo. Tende ad ammalarsi. Ad invecchiare in fretta”. Colpa anche del museo che, da istituzione sul banco degli imputati, ha saputo assimilare le provocazioni artistiche e disinnescarne la carica esplosiva, diventando esso stesso il committente o l’istigatore della sua mercificazione. L’arte come provocazione prêt-à-porter.
Per mettere in prospettiva tali vicende, Rifare il mondo è ripartito in cinque età, sul modello di Le opere e i giorni di Esiodo: l’età dell’oro, d’argento, di bronzo, degli eroi e del ferro. Ogni età è introdotta da uno schema riassuntivo con i nomi degli artisti, degli interpreti, delle opere, dei movimenti e delle idee. Le prime età sono tese tra due forze contrastanti, una distruttrice e una creatrice: la modernolatria futurista e una visione umanistica, il futuro che brucia la storia e il futuro che custodisce il passato. Da un lato, il polo de Chirico: la memoria come promessa d’avvenire, la corrispondenza tra storia e modernità, la gestione pacata del peso della tradizione: “Uccidere i padri, senza perdere la coscienza di essere figli”. Dall’altro, il polo dadaista, contrassegnato da parole d’ordine quali tabula rasa, choc e frattura, mito del progresso tecnologico, e una postura intransigente e spregiudicata – “Su tutto ciò che fu creato / pongo il mio ‘nihil’” (Majakovskij).
Il terzo livello, meno evidente, è legato alla storia. In che modo l’avanguardia, nelle sue oscillazioni vertiginose, ha saputo sopravvivere, proseguendo la sua missione sotto mentite spoglie, ibridandosi con altri medium, adottando strategie provenienti da universi alieni come quello della comunicazione?
Già l’età dell’argento è contraddistinta dal culto del presente, dal gusto per l’eclettismo, dal disincanto verso ogni utopia e progettualità moderna (da Warhol a Damien Hirst, da Jeff Koons a Francesco Vezzoli). Già l’età del bronzo esaurisce lo slancio degli esordi e muove verso un’arte senza opere. Ma sono le ultime due età – le più sperimentali e audaci di Rifare il mondo – a restituire meglio questo punto. L’età degli eroi passa con disinvoltura dall’architettura (il Guggenheim di Bilbao) alla musica (The Sphere degli U2), dal videogame (dagli Atari alla Play Station) alla moda (Alessandro Michele). L’età del ferro è caratterizzata da una estetizzazione della vita e da “un’avanguardia all over. Aperta, fluida, diffusa”: la trasmissione televisiva di Rai 3 Blob (1989), il militantismo ecologico di Ultima Generazione, la street art, il tatuaggio (“molti vogliono trasformare se stessi in un impero dei segni”), Snapchat.
Da movimento artistico a prassi quotidiana: ecco la parabola dell’avanguardia. Ma dove tutto è estetico, si corre il rischio che l’arte si dissolva o sparisca, secondo la profezia di Baudrillard.
Rifare il mondo è “un racconto critico per figure, fondato sul bisogno di pensare non a partire dall’avanguardia, ma con l’avanguardia, analizzandone ipotesi e discontinuità, contraddizioni e aporie, inciampi e sentieri impervi”. Il saggio commenta un numero molto ristretto di opere, scelte per la loro natura sintomatica, simili a caleidoscopi attraverso cui si riflette un’epoca intera (e a volte più epoche). Poche opere per una miriade di temi convergenti. Un taglio che permette a Trione di sorvolare vasti territori geografici e storici, tematici e mentali, ma anche d’indugiare in affondi vertiginosi sul selezionatissimo corpus. Come nel caso dell’età dell’oro, dove a partire dal manifesto sull’antitradizione di Apollinaire scaturisce un sillabario critico di oltre cento pagine. Una mappatura che richiede una doppia focale: quella dello sguardo panoramico ad ampio raggio e quella dello sguardo lenticolare che sa indugiare sui particolari.
L’autore dialoga con gli interpreti delle avanguardie (Mario Perniola, Jean Baudrillard, Boris Groys) e soprattutto con la crisi della modernità di Giulio Carlo Argan: “Gli artisti inquilini della storia scuotono il passato sperando che diventi storia: ma si muovono senza una direzione, si agitano senza agire”. Ma laddove un Argan pessimista non scorge un granché all’orizzonte al di là del progetto moderno, Trione scruta con curiositas il presente.
È vero: fiera della sua impopolarità e del suo isolamento, l’avanguardia è “condannata ad accogliere la sconfitta come una vittoria e il successo come un fallimento”. O, per dirla con Zygmunt Bauman: “Se l’avanguardia soffre per mancanza di riconoscimento sociale, la popolarità e l’applauso la fanno soffrire molto di più”. Aggiunge Trione: “L’avanguardia, perciò, sceglie il suicidio come destino. Dopo aver distrutto i nemici, ha distrutto se stessa”. Tuttavia alcuni tratti sopravvivono, come dimostra il movimentismo o il proliferare di piattaforme, coppie d’artisti e collettivi: dai finalisti del Turner Prize del 2021, tutti collettivi, a Ruangrupa. Senza dimenticare gli attivisti di Ultima generazione, rispetto ai quali ci si affretta a prendere posizione a favore o meno delle loro azioni, senza mai interrogarsi sulla loro eredità avanguardistica se non su una sua involontaria riscrittura, sulle continuità col fenomeno dell’“artivismo”, sulla pratica artistica in quanto “design politico”. Una tendenza che l’autore lega abilmente a un inciso di Apollinaire: “Non si è mai verificato in tutta la storia dell’arte che un intero gruppo abbia sbagliato”.
Trione non è interessato tanto a fornire una definizione storica dell’avanguardia che circoscriva la sua vicenda nell’alveo della storia dell’arte – un approccio contrario allo spirito della stessa avanguardia che si è sempre battuta per una indistinzione tra arte e vita, affascinante quanto difficile da mettere in pratica. Trione s’interessa piuttosto a cosa fa l’avanguardia, ai gesti e alle operazioni che l’hanno resa possibile e ne hanno tradito gli assunti originali.
Si può leggere Rifare il mondo come saggio sulle avanguardie ma anche come manuale sul tentativo del secolo scorso di diventare moderno. Che la fine dell’avanguardia coincida con la fine dell’arte? Non proprio, secondo Octavio Paz: “le sue negazioni sono ormai ripetizioni rituali; la rivolta è diventata procedimento; la critica, retorica; la trasgressione, cerimonia. La negazione ha cessato di essere creativa. Non dico che viviamo la fine dell’arte: viviamo la fine dell’idea di arte moderna”.
Se non si tratta più di rifare il mondo, tante restano le strade da percorrere.
Vincenzo Trione
Rifare il mondo. Le età dell’avanguardia
Einaudi, 2025
pp. XXIV – 568, 34 €
In copertina: William Kentridge, Blue Rubrics (To What End), 2019, pure Afghan Lapis Lazuli water color pigment on found pages – hand painted multiple, 32,3 × 40, 5 cm. Frame included, Edition of 3. Courtesy Lia Rumma
