Il Satiro incurabile

01/04/2024

Per vedere il cosiddetto Satiro danzante a Mazara del Vallo tocca salire dalla luce al buio, nella memoria, non si sa quanto volontaria e quanto dovuta a un incrocio di coincidenze, di un altro passaggio: dall’apertura mediterranea dei paesaggi con templi greci al mistero del naos in cui al riparo dei fedeli si custodiva la statua della divinità. In concreto, all’inizio il visitatore transita per piazza Plebiscito: un’apertura rettangolare spezzata sui lati corti, espansa oltre le sue reali (già non piccole) dimensioni da una bianca luce di minerale immutabilità anche nello strabismo temporale senza luogo in cui sto impastando due visite distinte (a novembre 2023 e marzo 2024).

Lasciandosi dietro il ficus al centro della piazza, si attraversa l’entrata ad arco e una scura porticina d’ingresso dopo poche scale. La biglietteria è all’inizio di un corridoio breve: chi, acquistato il biglietto nella solitudine da confine di un giorno feriale, indugia nei pochi metri nerissimi del passaggio, appena schiariti dall’inevitabile pannellone che sul fondo ricapitola notizie sulle antichità siciliane, è invitato alla visione del Satiro come se si predisponesse a una rivelazione. Forse si preclude di vedere oltre con una serie di opachi separé lignei per aumentare l’aspettativa: dopo tutto, è il Satiro, in fondo sulla destra rispetto al piccolo corridoio, il pezzo forte di questo allestimento museale di settanta metri quadri scarsi inclusa la “saletta proiezioni” in cui a ciclo continuo va il documentario sulla storia dell’opera, ricavato all’interno dell’ex Chiesa di Sant’Egidio. Vent’anni fa l’ex ambiente sacro è stato riconvertito da sala del Consiglio comunale a museo principalmente per lui, bloccato al centro di quello che in origine era l’abside della chiesa medievale.

Compiuti i pochi passi, un secondo prima di lasciarsi dietro l’ultimo separè e voltarsi a destra per osservarlo, ci si imbatte in un’altra presenza di bellezza anche più inattesa. Dietro una teca, addossata alla parte sinistra dell’unica navata, appare quella che dalla distanza di quattro o cinque metri, con un accavallamento mentale, fa pensare a una proboscide o a un enorme naso. E invece, da vicino, chiarisce la sua natura di zampa di elefante in bronzo, in scala 1:1. Le linee orizzontali su tutta la sua circonferenza danno a questo arto mutilato una strana, se il termine non suona improprio, espressione corrucciata, resa a sua volta vibratile dalla fittissima zigrinatura della pelle della metà superiore. Quanto resta della figura intera scolpita riproduce l’estremità inferiore dell’animale, tagliata di netto mezzo metro sopra l’articolazione della zampa, quella davanti, data la resa plastica della giuntura delle ossa. Ma è difficile dirlo con certezza, perché la zampa, non riesco a capire se per scelta rappresentativa o per qualche infortunio dell’opera, non ha dita che darebbero la risposta (negli arti anteriori gli elefanti ne hanno quattro, in quelli posteriori tre). Può darsi che indulgere nella comparazione fra l’opera e un vero animale venga fin troppo facile, neanche il reperto fosse un calco da una bestia viva dell’Africa e mi impedisse di riflettere su qualcosa di meno terra-terra, che so, l’arte, la rappresentazione dell’animalità, la perfezione dei gesti tecnici sul bronzo, per un motivo di cui prendo coscienza solo a un metro di distanza dalla teca.

La superficie bronzea di miracolosa grinzosità, con la pelle-bronzo che è riuscita a essere vecchia senza farsi intaccare dal tempo, rende la sensazione impalpabile di estrema stanchezza e rugosità interiore che gli elefanti ai nostri sensi riassumono, quando si smette di compiacersi dei loro lati buffi e si rischia a osservarli alla pari. Più di molti dipinti moderni e mosaici elefantini stipati nei miei ricordi, questo imponente moncherino bronzeo insegue mimeticamente la vera apparenza dell’unico esemplare che abbia mai visto, in uno zoo a mille e venti chilometri da qui, quindici anni fa, piegato con la sua rassegnata antichità sotto le incessanti urla di sfida di bambini trattenuti a forza da staccionate, genitori, fossati. Sulla parte finale della zampa, che con un po’ di libertà anatomica si potrebbe chiamare il piede ed è una striscia di circa trenta centimetri, il bronzo perde la fittissima zigrinatura; esibisce invece una lavorazione grezza, un accenno di punzonatura diseguale che dà l’impressione tattile-visiva di porosità, questa meno elefantina. Nel centro esatto del piede, il bronzo appare persino consunto, come se fosse stato levigato, oppure sfregato a ripetizione, nel modo in cui i devoti toccano i piedi dei Santi.

Era prevista una sua destinazione devozionale, magari da statua equestre, o l’aspetto “consumato” è la casuale deriva bimillenaria dovuta al suo naufragio e alla sua sepoltura in mare? Non c’è nessun tipo di spiegazione o targhetta: l’unica assistente alla visita che riesco a intercettare (e si divide fra lo stacco dei biglietti nello strettissimo ingresso e l’andirivieni da una porta a filo tagliata nella parete retrostante, che mi piace pensare non dia su un ufficio ma su un’area ancora più sacra, nascosta e antica della vecchia chiesa) mi dice che la zampa è stata ritrovata dopo il Satiro, nelle reti a strascico del peschereccio “Capitan Ciccio” guidato da Francesco Adragna, al largo del Canale di Sicilia su cui Mazara del Vallo incombe: è tutto.

Per scrupolo, la signora suggerisce di vedere il documentario dedicato prima di dedicarsi alla contemplazione del Satiro. La saletta di proiezione è ricavata sul fianco della navata destra, per arrivarci dalla teca dell’elefante basta fare una manciata di passi. In mezzo, per chi si volti a sinistra, c’è lui. Ma per affamare l’attesa, decido di seguire il consiglio della signora con schiacciante concretismo, ed entro nella saletta senza degnarlo di un’occhiata. Il documentario è un collage di telegiornali del periodo (1998-2003), che senza ironia si potrebbe considerare il terzo vero reperto del museo (la manciata di vasi e anfore dietro la biglietteria attira poco i non-specialisti). Da solo davanti all’opera-schermo, seguo interviste ai pescatori mazaresi che ritrovarono la statua, a politici assortiti, ad archeologi e restauratori che ne hanno seguito il ritorno alla luce del sole. Tutto rimanda un’impressione di involontaria e spettrale malinconia, dimostrando più dei vent’anni che si porta dietro: chi sa se c’entra la forma stessa del documentario, lentissima e debitrice di un’estetica del racconto d’arte pre-social network, o se rivedere un passato così prossimo mi ammonisce che quel decennio che, per me, resterà fino all’ultimo il primo presente della vita, semplicemente non si trova più fuori da una cassetta d’archivio. Tuttavia, a stagliarsi nel documentario è l’approfondimento riservato all’operazione di recupero del Satiro (altri dicono, per la forma puntuta delle orecchie, un Sileno), che è stata oltre misura laboriosa. Dopo che era stata pescata una gamba sinistra in bronzo nella primavera del 1997, la notte fra il 4 e il 5 marzo 1998 è stato tratto a bordo dai pescatori della “Capitan Ciccio” il corpo a cui la gamba apparteneva. Stando a varie testimonianze, fra cui quella di Rosalia Camerata Scovazzo, sovrintendente ai Beni Culturali e Ambientali di Trapani fra il 1991 e il 1999, nelle operazioni per riportare in superficie il Satiro un braccio della statua, gravato dal pesante impasto di limo del fondale, si è staccato ed è ricaduto in mare senza possibilità di ripescarlo. “Per sempre”, pur se vincolato a possibilità future di effettuare nuove operazioni per riportare in superficie il braccio perso e altre opere d’arte che, stando alle congetture della comunità scientifica, erano state trasportate assieme al Satiro nel Canale di Sicilia durante una tratta di opere d’arte per compratori di prestigio, circa duemilacinquecento anni fa.

Finito il documentario, non c’è altro da fare in questo spazio minuscolo. Tocca girarsi e andare nella zona absidale, per dedicarsi infine all’osservazione, facendovi un giro attorno, del Satiro. Il quale, me ne accorgo solo ora, campeggia anche in foto di abnormi ingrandimenti dei suoi dettagli che, incongrui referti medici, puntellano la parete della navata destra. Eccolo, il qualcosa che mi guasta la sconfinata, piana ammirazione che l’opera dovrebbe suscitare – e che adesso mi fingo di leggere nelle espressioni dell’unica altra visitatrice presente, una signora olandese di mezza età appena entrata. Mentre giro attorno al torso spezzato e labile, complici le ridondanti informazioni sulla rarità di quest’opera, sui restauri, durati anni, per desalinizzarla, disincrostare ogni centimetro, impedire la rovina della materia bronzea, garantire la tenuta delle membra e la preservazione nei cinque anni di esibizione in giro per il mondo prima che da questo circo culturale tornasse nel suo pascolo mazarese, sebbene non abbia nulla di scientifico e nemmeno di fondato mi viene istintivo scrutare il Satiro come se fosse, contro la finzione artistica, una persona ibrida, e non un pezzo di metallo in forma di statua, indugiare su ciò che ha perso, non sulle sue splendide parti sopravvissute: gli arti fantasma, la testa sfondata al centro dello scalpo dove i capelli sbalzati dal vento sono caduti, la struttura all’avanguardia di vent’anni fa che lo sostiene dall’interno e che, come ossa rotte che fuoriescono da una pelle, in certe angolazioni luccica a impedire che la sua carne di bronzo si pieghi in rovina. È impossibile che succeda proprio ora, davanti a me; tuttavia non si riesce a evitare che si concretizzino davanti agli occhi spettri di graffi e ossidazioni, le micro-usure dell’aria e dei flash, le impronte di aliti e dita importune degli spettatori indiscreti. Le operazioni di recupero accanito, irripetibili (non ci sono né ci saranno i soldi per consentire altri ripescaggi nel Canale), hanno sottratto il Satiro alla rovina e all’oblio; però, gli hanno cucito addosso una sottilissima fragilità perversamente umana che prima non poteva possedere. Sta qui, mi accorgo, la sua bellezza meno tecnica, meno definita nel tempo e nella cultura, la più legata alla materia. Non la sua: la mia di spettatore, purtroppo in carne e ossa.

I bagni allo ionio, i giunti che legano il torso alla gamba spezzata e riattaccata, la colonna vertebrale di titanio che, impalandolo dalla testa del femore destro alla clavicola, lo regge in piedi, reinscrivono il Satiro in una temporalità umana da cui era fuoriuscito senza apparente rimedio sprofondando in acqua millenni fa: e innescano senza ritorno un’invisibile parentela con altri mantenimenti fallimentari che si perpetuano sui corpi vivi di quanti, grazie alle conquiste della medicina moderna, vengono tenuti in sesto ancora per un poco, ogni vita un minuto in più. Ricoperto di alghe e fango, il Satiro era stato sottratto alla conservazione umana, reso al tempo lungo e disumano del mare, ospedalizzato in una stanza singola dietro le movenze del restauro. Per museificarlo e imbalsamarlo nell’illusione di una danza, ne abbiamo amplificato invano qualcosa che, in fondo alle acque, non lo riguardava: la sua mortalità. Messo dentro un museo, il Satiro non è stato eternato per il nostro sguardo, messo al sicuro per tutto il tempo del mondo: al contrario, è diventato l’esposizione quotidiana di tutto quello che, nello sguardo carnale di uno spettatore, può essere curato, sostenuto, fatto vivere, pur entro un termine ben preciso. Non più l’effigie fedele di una divinità, ma lo specchio storto dell’incurabilità che ci contraddistingue finché siamo vivi.

Viene per istinto una citazione di Thomas Bernhard, sulle biblioteche concepite in forma di immense prigioni in cui abbiamo tumulato i nostri grandi scrittori; ma fluttua, mutila e fraintesa, sul fondo della mia memoria. A tradimento, riesco a ripescarmi in testa un’altra frase da Perturbamento, che invece non si riesce a dimenticare, e che può darsi c’entri con la creatura che sto osservando: «Il mondo è consumato da noi, è più il mondo a essere consumato da noi che noi dal mondo». Prigioniero condizionato dell’occhio umano, il Satiro giace sotto l’abside, pronto a futuri, ennesimi restauri palliativi. A mille e venti chilometri da qui, quindici anni fa, persistono nella memoria corpi a me cari, collocati in absidi ospedalieri bianchissimi, puliti e illuminati bene, tenuti in vita grazie ai progressi della medicina e della bioingegneria, per l’attenzione imperfetta e colpevole di affetti-spettatori che vi girano intorno, amorosi e solcati da una curiosità crudele senza volerlo, nell’orario visite. Corpi in partenza sfatti, pettinati, ricomposti, alimentati a forza, afasiche ibridazioni di biologia e discrete architetture biomediche, intasano il canale del dolore medico della vita ordinaria di ciascuno di noi, consentendo di vivere sempre più a lungo e meglio. Sono gli stessi corpi, solo coi nomi cambiati, che vedrò fra trenta o quaranta anni fra con i miei genitori, se andrà bene; lo stesso che qualche spettatore vedrà fra cinquanta o sessant’anni in me, se andrà male abbastanza. È difficile dire dove l’esaltazione per la potenza tecnologica dell’essere umano finisca e dove inizi lo sgomento per l’incurabilità – uno stato fisico e mentale che, come una protesi che si metta a crescere, dentro l’umano si sta allungando, perfezionando non si sa fino a dove. Ma davanti a questa creatura il limine, sembra, può essere toccato.

Nell’arbitrio dell’angoscia bifida che lega l’osservato all’osservatore, il Satiro diviene l’avamposto di una specie che medicalizza, cercando di sopravvivere, tutto ciò che tocca con esponenziale pietà tecnologica. È una cavia ideale, perché incapace di dolore. Anche se, ora che nel mio giro infine gli arrivo di fronte, non riesco a guardarlo negli occhi, se non metto a difesa fra me e lui lo smartphone per qualche foto da condividere. Non tanto perché, data la sua altezza, non riuscirei a fissarlo (la colonna di titanio lo sostiene a circa mezzo metro da terra, e lui ne misura più di due). Comunque, i suoi occhi in pasta vitrea, dalla patina giallastra e la pupilla scavata nel vuoto, trattengono poco di umano. Ma non voglio correre il rischio di scoprirvi un tentativo di comunicazione. Lo sguardo potrebbe chiedere il colpo pietoso di coltello che secondo Kafka il gatto-agnello di Un incrocio implora dal suo padrone. Ancora una volta, come quindici anni fa a mille e venti chilometri da qui, mi dice, non saresti capace di farlo.

Lorenzo Marchese

insegna letteratura italiana contemporanea e sceneggiatura all’Università di Palermo. Scrive per la pagina culturale del quotidiano “Il Tirreno” e per la rivista online “Snaporaz”. Ha pubblicato i saggi “L’io possibile. L’autofiction come paradosso del romanzo contemporaneo! (Transeuropa, 2014) e “Storiografie parallele. Cos’è la non-fiction?” (Quodlibet, 2019).

English
Go toTop